Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 17 settembre 2025
Robecchi
Estetica imperiale. Cercasi mascella volitiva: hanno la faccia come il Maga
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Non c’è solo estremismo e violenza nell’America di Trump, ci sono molte altre cose, apparentemente meno gravi, che caratterizzano una sudditanza umana, culturale, estetica, al nuovo modello Maga. Atteggiamenti, comportamenti, parole, certo, ma anche facce. Sì proprio le facce, modificate, standardizzate, plasmate, costruite su un ideale estetico che è quello della nuova classe dirigente americana alla corte di re Donald. Se ne sono occupati per ora sociologi e psicologi, osservatori e cronisti del settore della chirurgia estetica, per descrivere la voglia pazza della classe dirigente trumpiana di somigliare a un ideale estetico molto preciso, gradito al capo. Tanto che per parlare del fenomeno si è diffuso un neologismo sempre più usato: Mar-a-Lago-Face (faccia di Mar-a-Lago). Scrive per esempio Politico, intervistando una famosa chirurga estetica di Washington, che gli interventi di modifica dei connotati tra gli uomini di potere nella Capitale americana sono più che raddoppiati. Il più gettonato: protesi di silicone o titanio per rinforzare il contorno della mascella. Il profilo scolpito, il mento volitivo, la mandibola possente, sono diventati simboli da ostentare, sinonimi di potere e durezza. Il trumpista che non deve chiedere mai, insomma, il mascellone assertivo e decisionista, un sistema di valori rafforzato da botox, punture, protesi.
Vale lo stesso, forse di più, per l’universo Maga femminile, con una sua specifica estetica un po’ caricaturale: zigomi gonfiati come canotti, labbra espanse, denti ceramicati, occhi tirati, eccetera eccetera (il servizio completo, sempre nei laboratori medici di Washington, costa “appena” 90.000 dollari). Il modello, in questo caso, sarebbe forse Melania Trump, ma altri prototipi hanno preso piede rapidamente, prima tra tutte Kristi Noem, segretaria per la Sicurezza interna, che aggiunge alla sua Mar-a-Lago Face accessori e dettagli ben studiati (cappellino da baseball e armi in bella vista). Così rappresentativa dell’estetica Maga che Trump la volle sui manifesti e sugli annunci dei rastrellamenti di lavoratori stranieri (“Voglio la tua faccia nelle pubblicità”), e che lei non lesina fotografie posate, preferibilmente con alle spalle deportati e prigionieri in catene, o in cella. Immagini che declinano repressione e deportazione con codici vagamente sadomaso, e del resto Noem è famosa per aver sparato al cane che non ubbidiva, scelta come volto della guerra ai poveracci di Donald Trump. Immagini che ricordano vecchie foto del colonialismo ottocentesco: il bianco dominante, il “diverso” in catene, tipo certe foto dei belgi in Congo, o del Sudafrica segregazionista.
C’è qualcosa di immensamente tragico (e quindi anche un po’ ridicolo) in questo rifarsi i connotati per aderire a un disegno ideologico. Come nota giustamente Christian Salmon su Libération siamo al confine con il realismo socialista, quei volti granitici e duri dei lavoratori sovietici all’epoca di Stakanov, oppure alle forme ipervirili da dio greco della mitologia estetica nazista. La faccia, insomma, come ultima frontiera dell’emulazione e del servilismo. Facce estreme, facce disegnate, un’iperfemminilità botoxata per le donne, una virilità spigolosa, aggressiva, a colpi di scalpello per gli uomini, come se l’era Trump avesse privatizzato in qualche modo persino i tratti somatici della nazione. Bianchi, duri, volitivi, implacabili, con la faccia rimodellata in primo piano, una specie di tessera di iscrizione, la faccia come il Maga.
Mondo occidentale
Fiori rosa fiori di Peskov
DI MARCO TRAVAGLIO
Siccome l’attentato russo all’aereo di Ursula non era né russo né attentato, siccome il killer russo del leader Nato-nazista ucraino Parubij era un ucraino incazzato col suo governo, siccome lo sciame di droni fuori rotta abbattuti o caduti in Polonia aveva subìto eguale sorte in Bielorussia ed è improbabile che Putin bombardi il migliore amico per bombardare un nemico, e siccome i popoli europei continuano a opporsi alla guerra preventiva alla Russia, bisogna somministrare loro un “attacco” o “minaccia” della Russia al giorno. A costo di inventare. Lunedì Peskov, portavoce di Putin, dice una banalità che tutti sanno dal 2014, tant’è che la Nato se ne vanta e Mosca la fa notare da un pezzo: “La Nato è in guerra con la Russia per il suo sostegno all’Ucraina. Questo è ovvio e non richiede ulteriori prove”. La Nato ha messo in piedi, addestrato, finanziato e armato l’esercito di un Paese non Nato, l’Ucraina, per undici anni: prima per attaccare gli ucraini russofoni ribelli dopo il golpe di Maidan, poi per difenderli dall’invasione russa, poi per attaccare la Russia con missili Nato su bersagli quasi solo civili (case, uffici, ponti, porti, aeroporti, ferrovie, raffinerie, centrali elettriche e pure nucleari). Se la Nato, violando il suo stesso Trattato, s’intromette in una guerra che non la riguarda per attaccare la Russia per interposta Ucraina, come può stupirsi se la Russia le ricorda ciò che sta facendo? E se l’Ucraina finanziata e armata da Nato e Ue fa saltare i gasdotti russo-europei NordStream, con che faccia l’Europa tace e poi accusa la Russia di attaccarla per 19 droni fuori rotta senza morti né danni?
I guerrapiattisti vedono i sondaggi e sanno che, malgrado loro, molti cittadini queste contraddizioni le colgono (Putin ha appena ripetuto in Cina che non intende attaccare l’Europa e alle sue esercitazioni bielorusse ha invitato osservatori Usa). Infatti ribaltano di 180 gradi la frase di Peskov per trasformare un’ovvietà (la Nato in guerra con la Russia) in una dichiarazione di guerra (la Russia in guerra con la Nato). Kallas: “Putin cerca l’escalation”. Crosetto: “L’Italia non è preparata ad attacchi russi né di altri”, neppure del Madagascar, senza spiegare perché mai la Russia o il Madagascar dovrebbero attaccarci. La stampa fa il resto. Corriere: “L’affondo del Cremlino”. Rep: “La minaccia del Cremlino: ‘Già in guerra con la Nato’”. Stampa: “Mosca sfida la Nato”, “la minaccia di Peskov”. Messaggero: “Il Cremlino minaccia la Nato: ‘Siamo già in guerra’”. Giornale: “Attacchi da Mosca. Allarme Italia indifesa”. Libero: “Il Cremlino provoca la Nato. Putin alza il tiro”. Domani: “Putin minaccia: ‘Siamo già in guerra con la Nato’”. Peskov ha detto l’opposto, ma qui la stampa è molto libera. Mica siamo in Russia.
L'Amaca
Uomini lungo lo stesso fiume
di MICHELE SERRA
Ognuno ha il suo cinema che lo accompagna, metà memoria metà visione, e per me Redford sarà per sempre Jeremiah Johnson, il cacciatore solitario del film omonimo di Sydney Pollack che fu rititolato, in Italia, “Corvo rosso non avrai il mio scalpo”, alla maniera sgangherata del western nostrano.
Insieme a “Dersu Uzala” di Kurosawa e a “Balla coi lupi” di Kevin Costner, quel film occupa, nel mio piccolo pantheon, uno spazio importante, quello dove si illustra e si illumina la dura simbiosi tra l’uomo e la natura. L’uomo che vive a stretto contatto con le bestie, i fiumi, i boschi, la neve, il vento, il gelo, la fame — e la civiltà è molto lontana. Solo Jack London, e certe poesie di Walt Whitman, si collegano, nella mia testa, a quel confondersi magnifico del corpo umano con gli elementi. Le riprese furono nello Utah, e il fiume dove è stata girata la scena finale è uno dei posti che vorrei sognare ogni notte. Dopo strenue vicende di sopravvivenza, di caccia, di lotta, Redford sta bevendo, sfinito, l’acqua di quel fiume. Alza la testa e vede, a pochi metri, il suo nemico acerrimo, il capo dei Corvi, che lo sovrasta dal suo cavallo. Il nativo e l’invasore bianco sono al varco del duello finale, e il bianco cerca di afferrare il fucile. Ma il capo alza la mano, inerme, in un segno di saluto, di rispetto e di conciliazione. Oggi nessuno ucciderà nessuno. L’acqua del fiume, e le montagne intorno, suggeriscono solo eternità e pace.
In omaggio a Redford e come antidoto ai veleni del presente, bisognerebbe fare vedere quel film nelle scuole americane. Non è woke (è durissimo) e nemmeno Maga (dà ai nativi ciò che è loro). Dice che il vero valore degli uomini è nella scoperta di vivere lungo lo stesso fiume.
martedì 16 settembre 2025
Iscriviti a:
Post (Atom)



