mercoledì 10 settembre 2025

Grrrr!

 



Salesianamente

 


Robecchi

 

Poveri e ignoranti. Per far crescere il Pil servono più laureati (ma tocca pagarli)
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Al festival di Sanremo dei padroni, che si svolge ogni anno a Cernobbio, hanno tenuto banco i numeri: uno, molto strombazzato da tele-Meloni e dintorni, è quello secondo cui gli imprenditori amano tanto Giorgia: otto su dieci. Non una gran sorpresa, in un Paese dove i redditi da lavoro sono fermi e i profitti e le rendite crescono. Altri numeri hanno avuto meno battage, ed è un peccato, perché vengono da un ottimo studio (Thea Group e Fondazione Crt, coordinamento scientifico Maria Chiara Carrozza) che dice, in soldoni, questo: siamo i più ignoranti in Europa, inteso come titolo di studio, il Paese con meno laureati dopo la Romania, siamo in ritardo anche sulle competenze digitali e insomma, se volete dei numeri disastrosi lì dentro li trovate tutti. Per esempio che in Italia quasi un minore su sette vive in povertà assoluta (1,3 milioni di bambini e ragazzi) e non avranno la possibilità di imparare granché, un dato che negli ultimi dieci anni è aumentato del 47 per cento. Siamo quelli dove più gente si è fermata alla terza media (10,9 milioni tra i 25 e i 64 anni) e dove chi ha un titolo di studio post-maturità è appena il 31,6 per cento (tra i 25 e i 34 anni, media europea 44,1). Si chiama povertà educativa, che spesso, quasi sempre, va a braccetto con la povertà economica, e una brava persona rispettosa della giustizia e della Costituzione (articolo 3, articolo 34) dovrebbe indignarsene parecchio, perché significa esclusione e quasi sempre ridotta capacità di critica (questo piace, temo).
Ma se non bastassero le motivazioni di scandalo, diciamo così sociali e culturali, ecco i numeri più interessanti, almeno per la danarosa platea di Cernobbio: i mancati investimenti in competenze e in istruzione sono quantificabili in 170 miliardi di Pil e in 3,2 milioni di posti di lavoro non creati. Porre rimedio velocemente significherebbe generare un bel 2% di Pil, più o meno 48 miliardi (sul fatto che poi li useremmo per comprare armi sorvoliamo pietosamente). Insomma, non conviene restare troppo ignoranti, e qui si scontrano diverse filosofie padronali. C’è quella di Cernobbio che si mangia le mani per la perdita di produttività del Paese; e poi c’è la vulgata tanto in voga, per cui i giovani sfaccendati (un esercito) non vogliono sacrificarsi, vogliono fare i dottori invece di tirare la lima, non vogliono più fare i camerieri, sapesse, contessa, eccetera, eccetera.
Due cose impressionanti: la prima riguarda le competenze digitali di base tra i giovani sotto i 19 anni (56% in Italia, media europea 73), e l’altra il divario pazzesco tra Nord e Sud, con distanze percentuali che non fanno nemmeno pensare a due repubbliche, ma a due mondi separati da un baratro.
Manca, nella nitida fotografia, un dettaglio non da poco, e cioè se il sistema imprenditoriale italiano sarebbe poi disposto a retribuire un ingegnere come un ingegnere, e non come un raccoglitore di pomodori o un consegnatore di pizze. Perché – a costo di sembrare cinico – essere preparati, competenti e competitivi è una bella cosa, ma anche essere pagati di conseguenza non è male. Migliaia e migliaia di ragazzi formati qui se ne vanno a cercare stipendi decenti all’estero, condizioni di vita e servizi migliori, costi più accessibili. Insomma, forse c’è un modo molto terra-terra per convincere tutti a una seria lotta alla povertà educativa: che se vuoi il cammello devi sganciare la pecunia e se paghi un laureato come un lavapiatti a uno non verrà tutta sta voglia di studiare.

Micron

 

Lecornu
DI MARCO TRAVAGLIO
Chi l’avrebbe mai detto: Macron, il presidente più disastroso e detestato dai francesi di tutti i tempi, dunque popolarissimo in Italia, ha trasformato la Francia in un’Italia messa un po’ peggio. Dopo aver cambiato sei premier in otto anni, di cui quattro negli ultimi due, si accinge a nominare un altro Carneade (noi facciamo il tifo per il mitico Lecornu) per non dover ammettere che il problema è lui. Il motto è quello andreottiano: tirare a campare per non tirare le cuoia. Infatti la stampa francese, per descrivere la pochade, usa il nostro politichese: “governo balneare” o “tecnico”, “larghe intese”, “non sfiducia”, “autunno caldo”. Ma la deriva italiota della Francia è anche istituzionale: pure là, come qui nel 2011 e nel 2021, è passata l’idea che chi governa non lo decidono gli elettori. È una vita che i francesi premiano la destra di Le Pen e la sinistra di Mélenchon ma, grazie a una delle leggi elettorali più antidemocratiche del mondo, si ritrovano al governo i centristi che arrivano sempre terzi. L’anno scorso il genio incompreso dell’Eliseo, dopo aver perso le elezioni anticipate (da lui), disse di non poter incaricare la sinistra che le aveva vinte perché i “mercati” non volevano, allarmati dallo sfascio dell’economia. Infatti la sinistra è all’opposizione da otto anni e i conti pubblici li ha sfasciati lui.
Comicamente gli esperti italiani di cose francesi che non ci hanno mai capito nulla (quelli che turibolano Renzi e Calenda come se fossero Macron e viceversa, perché “si vince al centro”) continuano ad attribuire i disastri del mini-Napoleone agli oppositori di destra e di sinistra, rei di non portargli l’acqua con le orecchie: “tenaglia rossobruna”, “populisti”, “massimalisti”, “estremisti”, “mosche cocchiere dei gilet gialli”, “fronte del caos”, nemici della “democrazia rappresentativa” (che in Francia da anni non rappresenta nessuno). Intanto, mentre guardavano altrove, Micron ne combinava di cotte e di crude. Impoveriva i poveri e arricchiva i ricchi. Dichiarava la “morte cerebrale della Nato” per poi diventarne il servo più volenteroso. Voleva trattare con Putin per “non umiliarlo”, poi ne veniva umiliato e invocava le truppe in Ucraina (tanto per perdere qualche altro voto, credendo di guadagnarne). Si faceva sbatter fuori dall’Africa subsahariana e rimpiazzare da russi e cinesi. E quando persino la moglie l’ha preso a sberle sull’aereo presidenziale, ha detto che era un video fake con l’IA dagli hacker russi. Però il Bonaparte bonsai almeno un merito ce l’ha: incarna alla perfezione le classi dirigenti europee che, a furia di fregarsene degli elettori, li stanno perdendo tutti. E, pur di non sloggiare, inventano trucchi da magliari, giochi delle tre carte e magari, perché no, una bella guerra mondiale.

Ricordo del Lupo

 

Benni ,
la fantasia contro il potere come arma
Lo scrittore di “Bar Sport” e altri bestseller è morto a 78 anni Il salto logico e il senso del ridicolo sono state le caratteristiche della satira di un “lupo” diventato popolare suo malgrado
di MICHELE SERRA
Il primo Benni, con i suoi corsivi e le sue poesie, precede di parecchio l’esplosione satirica degli anni Ottanta. Per capire che Stefano, morto ieri a 78 anni, è stato un precursore – e di conseguenza un maestro – basta e avanza dare un’occhiata agli archivi. Prima c’è stato lui, poi siamo arrivati noi altri.
La satira politica fioriva attorno ai movimenti allora detti extraparlamentari, dove era più coerente e naturale farsi beffe del potere e dei potenti. Erano gli anni degli indiani metropolitani, del Settantasette bolognese, dell’enfant prodige Andrea Pazienza, Frigidaire, Ranxerox, la grafica era molto più avanti, molto più “avanguardia” rispetto alla parola scritta, che soprattutto sui giornali era molto compresa di se stessa, inamidata, legata ai suoi compiti, diciamo così, istituzionali. Il partito comunista era un luogo “troppo serio”, e troppo bisognoso di sembrarlo, perché si potesse anche solo immaginare che di lì a qualche anno proprio dentro l’Unità sarebbero nati prima ilTango di Staino (nell’85), poi Cuore (’89), aprendo per la satira italiana una lunga e fortunata stagione pop. Benni scriveva sul Manifesto, quotidiano eretico del mondo comunista prossimo alla sua definitiva diaspora.
La satira politica era stata un linguaggio di frontiera, prima di allora, più volte espulsa dalla Rai nei rari casi in cui era riuscita a fare capolino (nei decenni: Tognazzi e Vianello, Dario Fo, quasi nient’altro). Si confondeva e quasi si mimetizzava dentro il più vasto campo della “comicità”, ed era come se rimanersene ben saldi ai margini, eccentrici e al riparo dalle lusinghe del potere e del benessere, fosse la condizione per tutelare la libertà e la radicalità dello sguardo e del linguaggio. Esattamente in quei margini è nato e cresciuto Benni, “distante dal centro” fino dalla sua infanzia appenninica, silvestre e appartata; e quella giusta distanza è riuscito a mantenerla per tutta la vita, con rare e piuttosto sofferte incursioni nel pop (è stato autore di Beppe Grillo, il Grillo diDomenica in,subito dopo Antonio Ricci e subito prima di me).
Per convincerlo a scrivere su Repubblica, alla fine dei Novanta, credo che Ezio Mauro abbia dovuto faticare parecchio; e da direttore di Cuore sono riuscito a strappargli,negli anni, al massimo tre o quattro cose, in genere brevi poesie che ho sempre pensato avesse scritto non per “lavoro”, ma per amicizia. Se ne stava preferibilmente per conto suo e non per snobismo, o perché avesse un carattere ombroso (lo aveva), ma perché cercava dentro di sé, e lontano dalle molte scorciatoie che spettano a chi ha successo, la sua misura di artista.
Il suo crescente dedicarsi al teatro, e allontanarsi dai giornali, rispondeva a questo bisogno di uscirsene dai ritmi e dagli obblighi del mondo mediatico. Voleva scrivere quando urgeva a lui e quello che voleva lui, gli riusciva innaturale sentirsi vincolato alle cadenze dei media. Non fu mai, voglio dire, un giornalista, sempre e tenacemente uno scrittore, un autore teatrale, nonché un formidabile lettore in favore di pubblico: ho ancora il nitido ricordo di un suo reading di Moby Dick in Trentino, tra i monti, una ventina di anni fa, con il vento che gli scompigliava i capelli da capo indiano(sopra un profilo da capo indiano).
Il fatto che sia diventato, come scrittore, super popolare, è un piccolo grande miracolo, nonché la conferma che a volte la qualità non ha bisogno, per emergere, che di se stessa. Il suo sodalizio, anche umano, con la Feltrinelli e con Carlo Feltrinelli è stato inespugnabile, e anche se da parecchi anni Stefano non era più nelle condizioni di scrivere, non pochi dei suoi vecchi libri sono tutt’ora dei longseller, a partire dal citatissimo Bar Sport che è ormai tra i classici dell’epica popolare italiana.
Quando cominciai a scrivere di satira l’ho copiato smaccatamente. Specie nella sua modalità “fantasy”, quello strepitoso sparare balle che servono solo a inquadrare più nitidamente la realtà. Benni usava poco la caricatura e la parodia, moltissimo l’iperbole, il paradosso grottesco, i neologismi beffardi che gli servivano a mettere a nudo i meccanismi che governano il mondo. Fondamentalmente i meccanismi dell’ingiustizia sociale e dell’arroganza dei forti: Stefano era comunista e lo era nel senso più antico e profondo, non ideologico, antropologico. La disparità di potere e di censo tra gli esseri umani gli sembrava uno scandalo e soprattutto di quello scandalo si occupava quando scriveva satira.
Da ultimo, o forse prima di tutto questo: era spiritoso, genialmente spiritoso, e questo talento è stato il primo motore della sua scrittura. Il mondo è pieno di scrittori e di artisti “impegnati politicamente” che hanno ben chiara l’ingiustizia del mondo, ma un conto sono le buone intenzioni, un conto il talento. Chi ne ha di meno ricorre al moralismo, o si rifugia nell’ideologia, Benni è riuscito a usare la fantasia spiazzante, il salto logico dei grandi comici, il senso del ridicolo che manca così tragicamente ai potenti. Il potere non è spiritoso, e dev’essere proprio per questo che Stefano se ne è costantemente tenuto alla larga. Molte immagini di repertorio ce lo mostrano in teatro, quasi sempre solo come amava essere – solo con le parole. In altre lo vediamo che cammina, spettinato come solo lui poteva essere spettinato, in mezzo alla natura, lungo una spiaggia o su un sentiero nel nulla. Può darsi che negli ultimi anni la sua mente, ormai illeggibile dagli altri, lo abbia riportato in mezzo ai boschi della sua infanzia, in mezzo ai lupi che amava come se fosse appena uscito dal branco. Non è vero che non esistono i lupi parlanti.

L'Amaca

 

La moltiplicazione del terrorismo
di MICHELE SERRA
Ma se i capi di Hamas, o supposti tali, si riunissero a Parigi, o a Vienna, o a Sesto Calende, Israele bombarderebbe Parigi, Vienna e Sesto Calende? La domanda non è affatto paradossale. Fa parte dell’agenda del momento, le cui pagine sono crivellate da colpi mai visti prima, che sembrano rispondere non a una “normale” logica di guerra, ma alla pazzia di uno Stato che si sente in diritto, nel nome della propria sopravvivenza, di considerare un trascurabile dettaglio la sopravvivenza altrui; la sovranità degli altri Stati; le regole (tutte!) del diritto internazionale.
Di questi colpi mai visti prima fa parte, come è evidente, anche il micro attentato alla Flotilla, probabile anteprima di una serie di soprusi e violenze ai danni di una missione non violenta. Siamo tutti qui con il fiato sospeso a chiederci fino a che punto si spingerà l’idea (autogenerata, e anche un poco autistica) del governo israeliano di essere in diritto di colpire ovunque, chiunque, nella totale assenza di vincoli, regole, rispetto. Nemmeno la sospetta complicità di Trump basta a capire come sia possibile questa cieca rincorsa allo scontro totale e, a ben vedere, all’auto-dissoluzione.
Possibile che Netanyahu e il suo sinedrio di fanatici non capiscano che ogni loro “risposta al terrorismo” moltiplica per dieci gli effetti del terrorismo, non è dissuasione che ottengono, ma al contrario la continua rigenerazione del nemico?
Tra le macerie che Israele produce in serie, e tra le bare che Israele moltiplica in progressione geometrica, il terrorismo non solo non arretra: si rinforza. Uno stato terrorista non è una risposta al terrorismo, è la sua consacrazione ufficiale.

martedì 9 settembre 2025

Un saluto

 


Ciao Stefano fai buon viaggio! In tuo onore nessuno mangerà la Luisona!