giovedì 15 maggio 2025

Commenti

 

Chi non muore si rivede
DI MARCO TRAVAGLIO
Se Putin non andrà a Istanbul, non sarà una sua scelta. Nessuno ricorda più nulla, ma noi abbiamo segnato sul calendario questo titolo del Giornale del 29.5.’22: “Putin ha 3 anni di vita e perde la vista: rivelazione choc della spia. Oltre al cancro e al morbo di Parkinson (‘I suoi arti stanno tremando in modo incontrollabile’), Putin avrebbe seri problemi di vista”. Essendo passati tre anni esatti, finalmente ci siamo: Putin, da tempo ridotto alla più cupa cecità e alla più sfrenata tremarella, è morto. Non sappiamo se di Parkinson o di cancro e – nel caso – di che tipo, visto che ne ha almeno quattro, che cura con i clisteri (Libero) o con bagni nel sangue di corna mozzate di cervo (Corriere): uno all’intestino (Daily Telegraph), uno al pancreas (Libero e Sky), uno alla tiroide (Rep e Libero), uno al sangue (New Lines). Senza contare demenza senile (Stampa), pazzia (Corriere e Rep), neoplasia al midollo spinale (Corriere), diabete (Giornale), Asperger (Ansa), tosse (Giornale e Open) e arresto cardiaco (Tg La7 e Messaggero).
Mentre la meglio informazione occidentale aggiornava quotidianamente il bollettino medico di Putin, ci rassicurava sulle eccellenti condizioni psicofisiche di Biden. E, se qualcuno ipotizzava che fosse rincoglionito vedendolo ruzzolare qua e là, stringere mani di amici invisibili, o confondere la Svezia con la Svizzera, l’Ucraina con l’Iraq, Gaza con Haifa e Zelensky con Putin, o riferire colloqui col presidente tedesco Mitterrand (francese, morto nel 1996), veniva subito zittito dalle migliori penne atlantiste come propalatore di fake news putinian-trumpiane. Il WSJ intervistò 45 suoi collaboratori e tutti dissero che era rimbambito. Ma Rep liquidò lo scoop come “attacco dei repubblicani”. Domani titolò: “Trucchi e fake news a basso costo della campagna di Trump vogliono farlo apparire confuso, lavorando su inquadrature e tagli per dare un’idea falsata”. Poi Francesco Merlo stilò su Rep la diagnosi definitiva: “Non è vero che Biden è rimbambito… È campagna elettorale a favore di Trump sostenere che, all’ultimo momento, salterà fuori il nome democratico vincente… Quando sarà chiaro che non c’è alternativa, gli elettori democratici smetteranno di preoccuparsi per l’età di Biden che giudicano un buon presidente. Presto Biden tornerà a essere rassicurante in faccia al crescente spavento che suscita Trump”. Certo, come no. Ora che il Parlamento studia financo un ddl “Scudo Democratico” per bandire le fake news putinian-trumpiane, si spera che Putin sia morto davvero. Sennò chi ha trascorso gli ultimi tre anni a dare lui per morente e Biden in forma smagliante avrà un solo modo per salvarsi dalla morte civile: dire di avere scambiato le rispettive cartelle cliniche.

L'Amaca

 

L’inutilità delle parole
di MICHELE SERRA
La morte lenta della gente di Gaza, la fame e la sete dei bambini, il blocco dei soccorsi, non hanno più niente a che fare con una rappresaglia fuori controllo e forse neppure con una guerra. Siamo di fronte a un assedio brutale e implacabile, i cui artefici ammettono ormai esplicitamente che sarà tolto solo quando gli assediati saranno scacciati per sempre dalle loro case.
Siamo arrivati al paradosso, pochi giorni fa, dei vertici militari israeliani che hanno cercato di calmierare, almeno in parte, il furore dei ministri ultraortodossi assatanati. I soldati conoscono direttamente l’orrore del sangue e il peso della morte. Non possono permettersi la leggerezza oscena con la quale i capi politici mandano in guerra il loro popolo, a morire o a uccidere gli altri.
Se si ritiene giuridicamente sbagliata o politicamente inopportuna la parola genocidio, una possibile alternativa è: cancellazione. La cancellazione di Israele, così spesso invocata lungo i decenni da molti dei governi arabi circostanti, ha trovato la sua orrenda simmetria nella cancellazione effettiva, operativa, dei palestinesi di Gaza: che è in atto ora, in questi giorni, adesso.
Spiegare la storia tutta intera è sempre importante, ma più importante sarebbe cercare di fermarla quando la storia impazzisce. Emergenza umanitaria vuol dire emergenza umanitaria. Vuol dire che muoiono i civili, le donne e i bambini, e non nella folgore feroce di un attentato o di un pogrom: in un macello lento, lucido e progressivo. Possibile che non si possa fare qualcosa per fermarlo, a parte le stucchevoli parole di condanna, come queste?

Eroico

 





mercoledì 14 maggio 2025

Altavino

 



Che ce frega!

 



Natangelo

 



Robecchi

 

Referendum. Chi non vota e chi vota poco nella Repubblica dei “riformisti”
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Non è carino che ve lo dica io, ma qualcuno deve pur dirvelo: tra meno di un mese – 8 e 9 giugno – si votano cinque referendum, che sono clandestini, invisibili e nascosti. Insomma, l’8 e il 9 giugno sono i giorni in cui i cittadini diranno: ah, ci sono i referendum? Sorpresona!
L’abilità di stampa e tivù nel nascondere le notizie ha ormai raggiunto livelli strabilianti, specie nella tivù di Giorgia, dove basta guardare la sezione economia per pensare che presto festeggeremo l’arrivo della busta paga con sciabolate al Dom Pérignon. Si aggiungono cariche istituzionali che invitano a non votare, tipo il collezionista di busti del duce La Russa, e sindacati gialli tipo la Cisl, sempre al servizio dei padroni. Più le svariate e infinite componenti dell’opposizione (?) che fomentano il casino. Pina Picierno ritirerà due schede, Calenda una, i riformisti del Pd, qualunque cosa voglia dire, si dissociano e scrivono letterine ai giornali, e finisce che la posizione di un Calenda, o di una Picierno, cioè di gente che sulla scena nazionale vale come il due di coppe con la briscola denari, occupa più spazio della notizia che il referendum esista.
Alcuni dei cinque referendum riguardano la più infame legge sul lavoro che sia stata concepita, quella che riduce le tutele con il barbatrucco di chiamarle “progressive”, che aiuta i padroni a licenziare con facilità, che impedisce il reintegro dei lavoratori cacciati ingiustamente, che permette demansionamenti a piacere, insomma il jobs act. Pd e Cgil, insieme a 5stelle e Avs, vorrebbero darle il colpo finale, dopo che già la Corte costituzionale ne ha fatto a pezzi molti articoli.
Qui entra in scena il grande psicodramma Pd, perché la legge fu voluta e votata dal Pd di Renzi, e ora che il Pd non è più di Renzi, giustamente la ripudia, trattandosi di una legge contro i lavoratori e a sostegno delle mani liberissime per le imprese. Scendono in campo le cellule renziane dormienti nel Pd, quelli che non se la sono sentita, ai tempi, di fuggire verso Italia Viva e il suo due per cento, e sono rimasti a fare la fronda interna, appropriandosi impunemente del nome di “riformisti”, come se al vertice del partito ci fosse un Comintern bolscevico (lo so, fa ridere, e per una volta non è colpa mia). Come un partito possa tollerare al suo interno un altro partito costantemente alleato ai suoi avversari è un mistero che non scioglieremo qui: ci vorrebbe l’idraulico liquido.
Poi c’è un referendum che riguarda la legge sugli appalti, per cui dovrebbe essere l’azienda principale a rispondere della sicurezza e non – a cascata – l’appaltino dell’appaltino dell’appaltino, così che quando il lavoratore casca dall’impalcatura viene fuori che responsabile è una qualche zia Pina che ha fondato la ditta l’altro ieri. Seccante, perché parlare di morti sul lavoro fa chic e non impegna, ma quando c’è da votare una norma che li tuteli almeno un minimo si fischietta distratti. In ultimo, ma non per importanza, c’è un referendum per dare agli immigrati che lavorano qui, studiano qui, pagano le tasse qui e vengono considerati italiani per doveri ma non per diritti, la cittadinanza dopo cinque anni (che per la burocrazia diventano sette-otto) invece di dieci. Apriti cielo! Invasione! Sostituzione etnica! Dove andremo a finire! Tranquilli, andremo a finire dove già siamo impantanati: una Repubblica fondata sullo sfruttamento del lavoro e sul ricatto del lavoratore, italiano e straniero, che piace tanto alla destra e ai suoi alleati “riformisti”.