mercoledì 30 aprile 2025

L'Amaca

 

È tornata la tigre di carta
di MICHELE SERRA
Quando la Cina di Mao diceva “l’America è una tigre di carta” ero un ragazzino. A cavallo tra i Sessanta e i Settanta il comunismo cinese aveva una forte attrazione sui giovani occidentali in piena ribellione anticapitalista. Era più radicale o forse solo più esotico del comunismo sovietico, che già allora sembrava comatoso.
Niente o molto poco si sapeva delle violenze, delle crudeltà e delle deportazioni della Rivoluzione culturale, grande campagna maoista contro i “revisionisti controrivoluzionari” (leggi: i riformisti) che ebbe fine solo con la morte di Mao e l’arresto della Banda dei Quattro. Io dovevo essere poco ribelle già allora — forse il riformismo è un vizio innato — perché alle Guardie Rosse preferivo Berlinguer, che nei cortei studenteschi era schernito in quanto fifone, nemico della rivoluzione, reggicoda dei padroni.
Mezzo secolo dopo quelli della mia età non possono non avere un sussulto leggendo le parole del ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, a proposito dell’America di Trump: «Tutti i bulli sono solo tigri di carta. Gli Usa non rappresentano il mondo intero, il loro commercio è meno di un quinto del totale mondiale. Quando il resto del mondo è unito nella solidarietà, gli Stati Uniti sono solo una piccola barca alla deriva».
Per uno dei tanti paradossi della storia, ciò che venne detto nel nome della lotta al capitalismo (l’America è una tigre di carta) viene ripetuto oggi nel nome del libero scambio. La Cina non è più il paese contadino affamato dei tempi di Mao, è una potenza mondiale, anch’essa imperiale nella gittata dei suoi traffici. Ha i suoi interessi e le sue mire, e lo sappiamo. Ma non una sola delle parole del ministro Wang Yi suona stonata.

Inspiegabile

 



martedì 29 aprile 2025

Lite interna

 



Natangelo

 



A volte chiudo gli occhi e....

 



Ritratto

 

Franceschini, il Br che si sentì burattino della lotta armata
DI PINO CORRIAS
Infiltrati e manovrati “Quando toccammo la Fiat il mondo degli adulti prese le sue contromisure. Noi volevamo l’insurrezione armata, lo Stato usarci per destabilizzare”
Tutti i brigatisti che ho intervistato si portano dietro una bolla d’aria che viene dagli anni Settanta. È la loro condanna. Alberto Franceschini – appena scomparso a 77 anni – più di tutti. L’ultima volta che l’ho incontrato a Milano, una decina di anni fa, mi disse: “Ci credevamo all’alba della rivoluzione, all’inizio del mondo nuovo. Invece era il tramonto di quello vecchio”. E lo disse a consuntivo, senza alcuna emozione per la sconfitta, né per l’abbaglio. Solo stanchezza.
Ci incontrammo davanti al bianco e nero della Stazione Centrale. Arrivò puntuale al minuto, come aveva imparato negli anni della clandestinità e in quelli del carcere. Sbucò dalla folla, camminando lento. Veniva da una lontananza speciale, dopo il clamoroso arresto a Pinerolo con Renato Curcio, anno 1974, diciotto anni di carcere duro, molti processi, la dissociazione dalla lotta armata, i sospetti di essere stato strumento più che attore, la solitudine.
Mi disse: “Sono tornato da poco a Milano. Non ho moglie. Non ho figli. Sono solo proprio come quando sono partito da Reggio Emilia cinquant’anni fa. Resto un clandestino come allora”.
Indossava un giaccone e i pantaloni grigi, la coppola calcata sui capelli bianchi. Era invecchiato anche lui come tutta questa storia di piombo, che sempre aleggia nei fondali della nostra Repubblica, ora che la ferocia di quei tempi è diventata una lunga coda di inchiostro, dove si sono smarrite le ragioni, non i lutti e neppure i torti.
Nei libri e nei verbali ha raccontato le radici della sua scelta. Il nonno e il padre partigiani a Reggio Emilia, lui iscritto al Partito comunista fin da ragazzo. Poi le insofferenze per il moderatismo del partito. E perciò la scissione con i compagni dissidenti, Prospero Gallinari, Roberto Ognibene, Paolo Maurizio Ferrari. Il trasferimento a Milano, la città delle fabbriche. L’incontro con Renato Curcio e Mara Cagol, le riunioni del Collettivo politico metropolitano, l’antifascismo che doveva tornare militante, dopo la resa di Togliatti. Tutto accelerato dalla strage di piazza Fontana, 12 dicembre 1969, la decisione di continuare “la rivoluzione interrotta”, riprendere le armi, fondare le Brigate Rosse.
Mi disse: “Non cerco giustificazioni. Ma davvero eravamo dei ragazzi, io avevo 22 anni, quando sono entrato in clandestinità, Renato Curcio ne aveva 29 e a me sembrava grande e maturo. Non ci rendevamo conto di quello che stavamo mettendo in moto”.
Nel 1972 il primo sequestro di persona, l’ingegnere della Sit Siemens Idalgo Macchiarini, rapito per otto ore, fotografato con un cartello al collo “Colpiscine uno per educarne cento!”. L’anno dopo, l’altro rapimento del dirigente d’azienda, Ettore Amerio, a Torino, capo del personale Fiat, sequestrato e interrogato per sette giorni.
Raccontava Franceschini: “Toccando la Fiat le cose cambiarono rapidamente. Il mondo degli adulti prese le sue contromisure”.
In che senso? “Nel senso che ci fu una riunione a Torino nell’ufficio del procuratore Bruno Caccia con il generale Dalla Chiesa, che aveva appena fondato il suo Nucleo Antiterrorismo, e alla riunione partecipò Ugo Pecchioli, il responsabile della sicurezza del Partito comunista che ci considerava nemici mortali. Estremisti da sconfiggere perché il nostro attacco armato poteva danneggiare lo Stato, le istituzioni, ma prima di tutto il Pci. Portò ai magistrati l’elenco dei sospetti, i più combattivi nelle fabbriche, gli extraparlamentari, gli ex militanti del Pci che se n’erano usciti a sinistra, come noi”.
Andammo a sederci nella saletta dell’Alemagna che aveva arredi antichi, coerenti al racconto di Franceschini. “Pecchioli collaborò all’infiltrazione del primo nucleo Br perché Dalla Chiesa aveva bisogno di occhi e orecchie dentro l’organizzazione”.
Poi ci furono i trentacinque giorni del sequestro Sossi, il magistrato genovese, rapito nell’aprile del 1974, liberato con la promessa della scarcerazione di otto “prigionieri politici”, un patto che venne immediatamente cancellato, quando Sossi fu in salvo, con ulteriore catena di conseguenze sanguinose, l’uccisione per rappresaglia del procuratore capo di Genova Francesco Coco e l’ostinazione dei brigatisti, durante i 55 giorni del sequestro Moro a non liberare l’ostaggio prima di ottenere la contropartita.
Tutti eventi che Franceschini visse da detenuto, carceri speciali di Asinara, Bad’e Carros, Palmi, avamposti del “fronte delle carceri”, mentre fuori cominciava a scorrere il sangue dei morti ammazzati, delle rapine, fino “all’assalto al cuore dello Stato” con la strage di via Fani.
Ricordava tutto di quell’ultimo anno di libertà clandestina: “Dalla Chiesa unificò le indagini, creò analisi e archivi. Infiltrò un tale Marra, di cui non si sentirà più parlare, poi Silvano Girotto, detto Frate Mitra, che veniva dalle guerriglie sudamericane, e determinerà il mio arresto e quello di Renato”. Dei molti anni in carcere ricordava le botte, le rivolte, la difesa identitaria dell’organizzazione. Compresa quella volta, a Palmi, quando Luciano Liggio, il boss di Cosa Nostra, invitò Curcio in cella: “Gli disse: vi porto i saluti di quelli che vi hanno fatto un favore e si riferiva all’omicidio Dalla Chiesa che era appena avvenuto a Palermo. Gli propose uno scambio: il permesso di costruire una nostra rete in Sicilia e in cambio l’impegno di ammazzargli dei dirigenti del Pci che gli davano fastidio. Neanche lo prendemmo in considerazione, ovvio. Ma questo era il clima”.
La sua tesi rimase fino alla fine che le Br – a corredo della sconfitta politica – fossero state infiltrate da subito: “L’informatore più importante fu Patrizio Peci che a un certo punto consegnò ai carabinieri tutto l’organigramma dell’organizzazione”. Peci lo ha sempre smentito. Vive sotto protezione da quegli anni lontani, dopo il carcere e dopo che le Br avevano sequestrato e ucciso per rappresaglia suo fratello Roberto.
Franceschini scuoteva la testa: “Resto convinto che le Br siano state controllate prima, durante e anche dopo il sequestro Moro. Che fu roba nostra, come hanno dichiarato Gallinari e Moretti, ma solo perché ce lo hanno lasciato fare. Serviva che accadesse e accadde”.
Aggiunse: “Noi avevamo un progetto politico, l’insurrezione armata. Ma anche lo Stato ne aveva uno: usarci per stabilizzare il suo potere, quello congelato dall’alleanza atlantica, tenendo immobile il Pci, ma senza tagliarlo fuori del tutto. Per loro una fetta del gioco grande c’era sempre. Noi eravamo solo i burattini che servivano”.

Visione scanziana

 

Cinquanta sfumature di giornalismo (si fa per dire) meloniano
DI ANDREA SCANZI
A sinistra si tende a pensare che i giornalisti/opinionisti di destra siano tutti impreparati e improponibili: non è vero, o è vero solo in parte. Esistono varie tipologie. Ecco una parziale e tutt’altro che esaustiva carrellata di 50 sfumature di meloniani.
Sechismo. Branca del pensiero che, di fatto, rinuncia al pensiero stesso per difendere sempre e comunque la Meloni. Discutere con un sechista è del tutto inutile, perché lui – appunto – non pensa ma tifa. Non argomenta ma celebra (o insulta). Il sechismo è uno dei punti più bassi del melonismo, e proprio per questo (somigliando nel profondo al melonismo stesso) va bene per qualsiasi talk-show: quelli di destra se ne servono per dare spazio ai peana a caso, quelli di sinistra per dimostrare quanto a destra il pensiero sia oltremodo evanescente.
Bocchinismo. Variante più incarognita e compiaciuta del sechismo. Il bocchinista (con rispetto parlando) si vanta del suo essere sgradevole, schierato e malamente curvaiolo. Il giornalismo dovrebbe essere cane da guardia della democrazia azzannando il potere, ma il bocchinista rovescia con sadismo tale precetto, divenendo zelante cane da riporto del potere contro qualsivoglia contrappeso democratico.
Sallustismo. Deriva moscia, caricaturale, abbrutita e sommamente vuota dei “pensieri” precedenti. Il sallustista vorrebbe avere argomenti ma non ne ha, vorrebbe avere visibilità ma per carità, vorrebbe avere credibilità ma ciao core. Una prece.
Belpietrismo. La sfumatura più puntata e preparata del giornalismo di destra italiano. Spesso sopra le righe, provocatorio, teo-con, (ahilui) no-vax e maramaldo, deliberatamente scorretto e puntualmente opposto a qualsivoglia afflato woke, il belpietrista – così come la sua versione più giovanile borgonovista – ha un grande pregio che manca alle altre correnti destrorse: è preparato. Spacca il capello in quattro (anche quando sa di avere torto marcio). Non si fa prendere quasi mai in castagna. Conosce l’italiano e, di solito, ha pure una dialettica degna. Per tutti questi motivi, quando li si trova in tivù dall’altra parte della barricata, non si prova mai quella odiosa sensazione di parlare da soli o con un fiancheggiatore cieco (quando non entrambe le cose). Detta ancora più dritta, con tanto di iperbole: Tra un Belpietro e un Sallusti, o un Borgonovo e un Sechi, passa la stessa differenza che intercorre tra Wagner e Marcella Bella.
Giordanismo. Per tanti versi simile al belpietrista, aggiunge a ciò una propensione teatrale e gigiona nell’approccio televisivo (soprattutto quando conduce). È munito di autocritica e, come il belpietrista, ha molte idiosincrasie: tra queste, i renziani e i professionisti dell’antifascismo di facciata.
Crucianista. Categoria a se stante. Il crucianista è unicamente interessato al far parlare di sé, e in questo (soprattutto in radio) è bravissimo. La politica gli interessa solo in funzione del poter allargare la sua fama. Furbino, bastian contrario per interesse, scaltro come pochi, abilissimo nel trollare i media e il prossimo. Se potesse, parlerebbe solo di feticismo, sadomaso e Only fans. E a pensarci bene sarebbe meglio per tutti.
Fusanismo. Il lettore si stupirà nel vedere citata una categoria così marginale e irrilevante. Il motivo è semplice: da sempre esiste un equivoco, vuoto e insopportabile “centrosinistrume” così respingente da far venir quasi voglia di rivalutare Crosetto. Le giuggiole appartenenti al morituro fusanismo hanno vissuto la loro età dell’oro col renzismo, negli anni tragici dal 2014 al 2016, e nonostante il trapasso politico del loro Sire sono ancora lì a tifare Rignano, spalando sterco a casaccio su grillini e sinistra radicale. Ecco: finché l’alternativa a Meloni sarà (anche) gente così, questo governo non cadrà mai…