mercoledì 23 aprile 2025

L'Amaca

 

Più autorevole il coniglio
di MICHELE SERRA
Trump che annuncia la morte del Papa avendo accanto un enorme coniglio di peluche è un’immagine di comicità irresistibile. Ed è una specie di conferma ufficiale dell’entrata in un’epoca storica surreale, comica almeno quanto tragica, con molti dei presupposti etici, estetici, razionali, politici e scientifici del passato (le famose “regole”) che saltano come birilli.
Provate a mettere insieme le minacce di invasione della Groenlandia; la pettinatura di Trump; la ministra americana che spara al suo cane perché non era performante; il pope Cirillo, vestito da pope, che dice che bisogna invadere l’Ucraina per non farla cadere nelle mani dei gay; la destra israeliana che rinomina con i nomi biblici (sono passati tremila anni…) alcune sfortunate regioni, e sarebbe come se noi pretendessimo di chiamare Bitinia e Frigia la Turchia; i creazionisti che negano Darwin e dunque negano i fossili; i terrapiattisti che non riescono a spiegare come mai, arrivati in fondo alla Terra, non si cade di sotto; i novax che ritengono 999 studi scientifici su mille una frode di Big Pharma; i negazionisti climatici che mentre annegano facendo glu glu gludicono che non è vero che piove più di prima; gli avvistatori delle scie chimiche, che a noi stupidi sembrano ordinarie scoregge di aeroplano e loro invece sanno che è la strategia del Potere per ucciderci tutti quanti; gli ayatollah che affidano alla copertura dei capelli femminili la salvezza del mondo, misurando con il centimetro quanto capello si vede, e quanto velo; beh, che cosa ci manca per concludere che l’uomo non è recuperabile alla ragione, non più del coniglio, comunque?
Voglio solo aggiungere che vedendoli assieme, Trump e il coniglio, mi è sembrato molto più autorevole il secondo.

martedì 22 aprile 2025

Grattatine




Dialoghi imbiancati




Già, perché?

 



Natangelo

 



Coccodrilli sing sing


DI SALVATORE CANNAVÒ
Critiche. Dal riarmo fino a Gaza: piange chi lo ha accusato
La morte cancella tutto, anche i giudizi dati in vita. Oggi papa Francesco è salutato come un faro spirituale, il presidente Sergio Mattarella dice di aver perso un punto di riferimento, Ursula von der Leyen che “ha ispirato milioni di persone”. Non sembra che lo abbia fatto con lei e nemmeno che il nostro presidente della Repubblica abbia preso a riferimento l’invito di Francesco a trovare una strada per il negoziato.
Il cambio di registro più vistoso è forse quello di Israele, che ieri con il presidente Isaac Herzog ha parlato di un “uomo di profonda fede e sconfinata compassione, ha dedicato la sua vita a sollevare i poveri e a invocare la pace in un mondo travagliato”. Solo qualche mese fa, in occasione del libro La speranza non delude mai, Francesco si era permesso di dire che “a detta di alcuni esperti, ciò che sta accadendo a Gaza ha le caratteristiche di un genocidio. Bisognerebbe indagare con attenzione per determinare se s’inquadra nella definizione tecnica formulata da giuristi e organismi internazionali”. Dichiarazione molto cauta che spinse Israele a rispondere su X al Pontefice: “Quella di Tel Aviv è autodifesa di fronte al ‘massacro genocida’ del 7 ottobre. Chiamarla con altro nome significa isolare lo Stato ebraico”. A commento dello scambio il Segretario di Stato Pietro Parolin dovette anche respingere l’accusa di antisemitismo.
Quando il rettore dell’Università delle Religioni e delle Denominazioni dell’Iran, Abolhassan Navab, riferì queste parole di Francesco – “Noi non abbiamo problemi con gli ebrei, il nostro unico problema è con Netanyahu” – Giuliano Ferrara sul Foglio scrisse: “Le linee rosse le ha passate tutte, e malamente”.
Eppure è sulla guerra in Ucraina che il Papa è stato preso di mira a tutto tondo e l’accusa, implicita, di putiniano, se la porta nella tomba. A cominciare dalle reazioni proprio dell’Ucraina che, oggi con il presidente Volodymyr Zelensky ne piange la scomparsa, ma che quando organizzò la Via Crucis con la presenza di una donna ucraina e una russa, schierò l’ambasciatore presso la Santa Sede Andrii Yurash: “L’ambasciata capisce e condivide la preoccupazione generale in Ucraina e in molte altre comunità sull’idea di mettere insieme le donne ucraine e russe nel portare la Croce”. Il consigliere di Zelensky, Podoljak, fu molto netto: “Il Papa non può mediare, non è credibile, non capisce la politica, è filo-russo”, addirittura ipotizzando “investimenti russi nella banca vaticana Ior”.
Su Repubblica del 15 aprile 2022, Francesco Merlo faceva paragoni impegnativi: “Premettendo che la storia non si ripete e che gli orrori di Hitler restano incomparabili, provi a immaginare se, durante l’occupazione nazista della Polonia, il Papa di allora (Pio XIII), con uno spirito francescano che non possedeva, avesse messo insieme in processione una donna polacca e una tedesca (e perché non due uomini o due famiglie? Davvero le donne sono più innocenti?). Chi non avrebbe pensato, al di là delle spiegazioni, e anche dei sentimenti delle persone scelte, che quella non fosse la dolente sceneggiatura liturgica di un miracolo ma di un imbroglio?”. Bruno Vespa, per riparare, organizza uno “Speciale Rai1 Via Crucis” dalla cattedrale di Leopoli.
Sempre a proposito di Zelensky, il 9 marzo 2022, intervistato dalla tv svizzera Rsi, il papa dichiara: “Il negoziato non è mai una resa. È più forte chi vede la situazione, pensa al popolo e ha il coraggio della bandiera bianca per negoziare. E oggi si può farlo con l’aiuto delle potenze internazionali… oggi ci sono tanti mediatori…”. Zelensky il giorno dopo lo attacca: “La vera Chiesa è qui in prima linea al fronte, non ci servono mediazioni virtuali da 2.500 chilometri di distanza”.
Ieri Mario Draghi ha ovviamente inviato il proprio cordoglio sottolineando che “mi è stato vicino in momenti difficili e mi ha aiutato con la Sua preghiera”. Quando il suo governo decise che occorreva arrivare al più presto alla soglia del 2% del Pil in spese militari, Francesco fu esplicito: “Io mi sono vergognato quando ho letto che un gruppo di Stati si sono impegnati a spendere il 2% del Pil nell’acquisto di armi. Sono dei pazzi!”. La notizia fu censurata dal Tg1 mentre il giorno dopo fu piazzata dal Corriere della Sera a pagina 15, e su Repubblica in un boxino a pagina 14. Il Foglio, invece, sempre molto sprezzante: “Caro Papa, la pazzia è solo quella di Putin… È non armarsi… E gli ucraini come si difendono, con i fiori?”.
Sempre nel solco del Papa in odor di putinismo, si è contraddistinto Ernesto Galli della Loggia sul Corriere. Il 10 maggio del 2020 scrive che Francesco “non è un papa politico, non è un papa religioso, è un papa ideologico”. Nel 2022 in un’intervista a Carioti su Libero è più confuso, ma negativo: “Mi pare che le dichiarazioni del papa siano state molto contraddittorie. Dapprima ha preso posizioni filorusse; poi, forse anche a causa delle critiche che gli sono state mosse da dentro la Chiesa, ha cambiato posizione, iniziando a parlare di ‘aggressione’, pur senza mai nominare la Russia. Credo che le posizioni del papa mettano soprattutto in grave difficoltà la diplomazia vaticana (…) mi sembra che soffra molto di una guida così incerta e ambigua”. Luigi Manconi, su Repubblica del 3 ottobre 2022, allude al putinismo del Papa: “Perfino la predicazione di papa Francesco viene piegata a quella finalità e il suo ripudio della guerra diventa uno strumento di propaganda”. Sul Corriere, Massimo Franco sostiene che “le scelte della diplomazia sotto il papato di Francesco si stanno confermando divisive”. Giorgia Meloni, la prima volta che incontrò il Pontefice ebbe in dono i suoi interventi sulla guerra. Non sembra averli letti.

Jorge e Paolo

 

Quel viatico indimenticabile
di PAOLO RUMIZ
Riposare? Ma quando mai. La vita va bruciata fino in fondo», rispose. E aggiunse con un sorriso ironico: «Avremo tutto il tempo di riposare… dopo». Gli avevo appena comunicato, congedandomi da lui, la preoccupazione mia e di tanti per il suo spendersi senza risparmio e gli avevo raccomandato di tirare il fiato ogni tanto.
Quella sua frase che non ammetteva dubbi, e in particolare la parola «bruciata», mi iniettarono una carica energetica che a distanza di anni sento ancora in me e che mi fa vergognare di ogni esitazione, dubbio o lentezza nel bene operare.
A potenziare l’effetto di quella scarica di adrenalina fu il calore trasmesso dalla stretta di mano, anzi di due mani, grandi come di contadino, che avevano afferrato la mia quasi per non lasciarla andare. Mi resi conto, in quegli attimi, di come Francesco comunicasse a tutto campo e considerasse il corpo — e quindi la carne — una macchina di comunicazione spirituale e non un impiccio all’elevazione di sé, come secoli di catechismi sessuofobi ci avevano inculcato.
Era un Papa fisico. Ed era davvero così: Wojtyla era stato un Papa da guardare, Ratzinger un Papa da ascoltare, Bergoglio un Papa da toccare.
Capii, dopo quell’incontro, che si sarebbe speso fino all’ultimo e soprattutto che avrebbe lavorato in ogni attimo libero per spianare le strada a un successore capace di continuare la sua battaglia. In quale direzione era chiarissimo.
In quello stesso incontro, quando — facendo sobbalzare l’uditorio — mi presentai a lui dichiarandomi provocatoriamente «mangiapreti», lui reagì augurandomi «buon appetito» e poi, di fronte allo sconcerto generale, ribadì il concetto dicendo: «Forse non lo avete capito. Qui dentro, se c’è un anticlericale, quello sono io». Cosa accadrà adesso? Un alto prelato mi ha fatto intendere a mezze parole che senza un segnale verde di Bergoglio, un film comeConclave non si sarebbe potuto girare. Solo i vertici del Vaticano potevano dare l’assenso a un accesso così intimo alle stanze cardinalizie per la realizzazione di una pellicola dove un Papa tremendamente simile a Francesco fornisce — guarda un po’, da morto — al primate incaricato le carte necessarie a incastrare i nemici. Un Papa che riesce persino a nominare in extremis un giovane cardinale completamente fuori schema, che poi salirà al soglio di San Pietro.
Rividi Francesco tre anni dopo, per un incontro plenario con i medici italiani in Africa.
Era già sulla sedia a rotelle, stanco, ma tremendamente vigile. Si fermò a salutare un po’ di personalità, e salutò anche me. Mi ricordava bene, per via del «mangiapreti», ma anche perché mio padre, come lui stesso, era nato da emigranti italiani in Argentina. Gli dissi: «Lei deve benedire tutti, ma non ha mai bisogno di essere benedetto?». Rise e disse: «Mai come adesso». «Posso farlo io?», osai replicare. Lui assentì e così, in nomine Patris et Filii et Spiritus sancti, gli diedi un viatico per me indimenticabile. Poi se ne andò, mentre un’orchestra intonava My way come un congedo.
Fu lì che pensai che non lo avrei più incontrato.
E così, quando in tv l’ho visto ricevere in Vaticano J. D. Vance e regalargli uova di Pasqua, mi è parso di scorgere nel suo sguardo una luce che faceva capire di essere già oltre e avere già preparato la valigia. Francesco era ormai in contatto con l’Altissimo e non gli importava nulla di messaggeri di omuncoli come Donald Trump che osavano millantare di essere stati scelti da Dio. Forse non li vedeva nemmeno.