giovedì 21 novembre 2024

Dal macabro lusso

 

La classifica
Gli affitti dei negozi più cari al mondo Il Monopoli di lusso di Monte Napoleone
DI FRANCESCO MANACORDA
MILANO — Gli uomini sono alti e muscolosi, impeccabili nei loro completi scuri. Le donne, raffinate e dai modi cortesi, parlano quasi sempre due o tre lingue. Si somigliano tutti ma non comprano nulla perché sono solo i commessi e le commesse di via Monte Napoleone, sacerdoti e vestali degli infiniti tempietti del lusso che si snodano nei 460 metri certificati proprio ieri come i più cari del mondo. Molto più eterogenea la folla di fedeli di ogni nazionalità — tanti i credenti, non tantissimi i praticanti, a giudicare dal grado di affollamento di marciapiedi e negozi — che sfila davanti alle vetrine di Prada e a quelle di Fendi, al cantiere che ospiterà il negozio di Dior e a quello che verrà occupato da Louis Vuitton; e poi Loro Piana, Van Cleef & Arpels, Tod’s, Brunello Cucinelli, Moncler, Tag Heuer.
Una vertigine di desideri — splendidi i prodotti, invidiabili gli allestimenti, invisibili i cartellini dei prezzi — una gioiosa maratona del consumo altospendente che sfianca ogni anno centinaia di migliaia di potenziali clienti. È sull’onda di questo affollamento di marchi che Cushman & Wakefield, società di consulenza immobiliare globale, ha portato quest’anno la strada milanese che prende il nome dal Monte di pietà (era al numero 12, dove oggi c’è Hermès) dal secondo al primo posto sul podio, anche davanti alla Quinta Strada di New York, con i negozi che pagano in media 20 mila euro l’anno per ogni metro quadro affittato. Poca offerta — meno di un chilometro di vetrine, contando i due lati dellastrada — e una domanda che cresce sempre di più non possono che far esplodere i prezzi oltre ogni livello e forse oltre ogni razionalità. «Questo è il mall di lusso a cielo aperto più grande del mondo e se non sei qui vieni percepito diversamente», spiega Carlo Capasa, presidente della Camera nazionale della moda, che pure chiede al governo misure per fronteggiare la crisi del settore.
Una crisi che, a giudicare dai prezzi degli affitti e dall’entità degli acquisti — in questa via lo scontrino medio per cliente sfiora i 2.500 euro, altro record mondiale — non morde più di tanto. Sorride contenta, in attesa di entrare da Chopard, la giovane coppia di Singapore che ha girato il mondo e non pare cogliere l’unicum milanese: «Altri posti con così tanti negozi di grandi marchi? Beh, sì, a Parigi ma anche a Vienna». Pochi italiani, molti stranieri che a uno spannometrico esame audiovisivo confermano le statistiche: stallo degli americani, avanzata generalizzata — con l’eccezione della Cina che è in grande riflusso — di tutto l’Est del mondo, dalla Russia, all’Ucraina, alle ex repubbliche sovietiche, fino a una fitta presenza di donne con il capo coperto e famiglia al seguito.
Esulta Guglielmo Miani, titolare del marchio Larusmiani e presidente del MonteNapoleone District: «Risultato che premia anni di lavoro. Via Monte Napoleone ha un valore aggiunto che Londra, Parigi e New York non hanno, cioè la presenza di tutti i più importanti marchi del lusso nel raggio di 500 metri». Ai negozianti non piace per nulla l’idea del sindaco Beppe Sala di rendere il Quadrilatero della Moda zona a traffico limitato, men che mai il progetto — di cui per la verità si è persa traccia — di trasformare Monte Napoleone in strada pedonale. «Non è piazza Duomo, è un luogo di business e la pedonalizzazione non ha alcun senso», attacca ancora Miani. Non può diventare un museo, questa strada del lusso, ma nemmeno può essere — come adesso — un parcheggio abusivo: furgoni delle consegne, berlinone e suv che riposano sotto i cartelli di divieto di sosta, i più intraprendenti che poggiano vezzosi due ruote sul marciapiede.
Già consegnata ai posteri dai fratelli Vanzina nel semanticamente non impeccabile “Montenapoleone” del 1987, questa via è anche il simbolo estremo di come è cambiata e sta cambiando la città. Un futuro da Londra, per Milano, con tutti i vantaggi e gli svantaggi del caso? Un connubio tra “Old money” e nuovi ricchi che trasforma lo scacchiere cittadino in un Monopoli del lusso dove la classe media non può certo giocare? Nel 2021, ad esempio, passa di mano la Reale compagnia italiana, società con 331 azionisti dell’altissima borghesia e della nobiltà cittadina. A comprare, per la strabiliante cifra di 1,3 miliardi di euro, è il fondo Usa Blackstone, che si aggiudica tredici immobili di pregio a Milano e uno a Torino. Lo scorso aprile Blackstone vende uno solo di quegli immobili — per l’appunto il grande palazzo di via Monte Napoleone 8 — al gruppo francese del lusso Kering — e incassa a sua volta 1,3 miliardi. Mattoni e milioni si scambiano come figurine, innescando anche curiose e forzate convivenze. Oggi, infatti, al numero 8 batte la bandiera di François Pinault, patron di Kering, ma tra quei muri resta — almeno fino a scadenza affitto — Cova, storica pasticceria che appartiene alla Lvmh del suo arcinemico Bernard Arnault. E sempre al numero 8 — altro rapporto di vicinato scabroso — c’è la boutique di Prada Donna. La coppia d’oro della moda italiana correrà ai ripari? Al numero 6 c’è Prada Uomo e alcune fonti — non confermate — sostengono che là il marchio potrebbe trovare una casa tutta sua. Al numero 2, nel magnifico Palazzetto Taverna Fossati, casa l’ha già trovata Lvmh: ci saranno spazi per Vuitton, Bulgari, Tiffany e anche un ristorante stellato. Per ora buldozer, cantieri e nervi tesissimi tra i superstiti e non indigenti abitanti della zona. Ma il Monopoli di Milano non si ferma. Anche Ibrahim, che ti mette il braccialetto al polso — «Tu hai la faccia buona, è un regalo» — si adegua allo spirito del luogo e reagisce sdegnato all’offerta di 5 euro: <Dai, devo fare la spesa, dammene 20».

L'Amaca

 

Anche la destra è colpa della sinistra
DI MICHELE SERRA
Uno dei grandi vantaggi di essere di destra, in questo momento, è che non sei mai direttamente responsabile di quello che dici e che fai. Se lo dici e lo fai, è sempre colpa di quello che la sinistra non ha detto e non ha fatto. È come se la destra esistesse solo come conseguenza degli errori della sinistra, un puro strascico. Fossi di destra, considererei questa lettura abbastanza offensiva.
Pensavo a questo, ieri, sentendo sulla Sette Federico Rampini spiegare, con la consueta cognizione e chiarezza, che se il no vax Kennedy junior è ministro della Sanità dell’amministrazione Trump, è perché i dem non gli hanno dato mai retta e lo hanno sempre schifato. Cosa che sarà anche vera, ma non sposta di mezza virgola l’argomento in questione. Che non è “i dem non hanno capito Kennedy junior”. È “il ministro della Sanità negli Stati Uniti è un no vax”.
Anche volendo trascurare le eventuali buone ragioni per le quali i dem hanno lasciato andare per la sua strada un valoroso militante ambientalista (tale è stato Kennedy jr) perché era diventato complottista e sosteneva, con zero studi scientifici dalla sua parte, che i vaccini provocano l’autismo, torno al punto di partenza: se l’amministrazione Trump è composta, uso un eufemismo, da tipi molto bizzarri, quasi tutti miliardari e quasi tutti convinti che la cultura, l’istruzione, la sanità e l’universo mondo siano strutture corrotte da smantellare, questo dipende da gravi colpe e mancanze dei dem oppure è, in larga parte, l’esito di un percorso autonomo e di forti convinzioni? Dovesse, nelle scuole americane, essere messo al bando l’insegnamento dell’evoluzionismo — questa è l’aria che tira — la colpa sarebbe dei prof radical chicche hanno reso odioso Darwin?

mercoledì 20 novembre 2024

Gli stolti


Gli stolti hanno bovinamente compreso che Montanari abbia paragonato la Meloni a Hitler. 
Non è vero naturalmente. Ma per i soliti stolti impelagati in questa corsa verso il baratro, nell’indifferenza generale, invece è così. Ma Montanari e i savi come lui, è un captare dei segnali, sempre meno flebili, purtroppo.

Ecco l’articolo incriminato:

L’underdog Hitler: la “pancia” e quegli inizi così simili a oggi

Il futuro Führer descrive la sofferenza dei lavoratori, la smania della “roba” dei benestanti, l’indifferenza della politica. Tutto attualissimo, troppo

di Tomaso Montanari 

Se volete capire cosa sta succedendo alle democrazie occidentali, andate a vedere Mein Kampf di Stefano Massini. Lungo i magistrali 85 minuti in cui tiene inchiodato il pubblico, Massini non parla mai di oggi. Ogni parola che egli pronuncia si riferisce a fatti che precedono il 1919: sì, quelle che di seguito citerò tra virgolette sono tutte di Adolf Hitler. Attraverso brani del Mein Kampf e di altre fonti dirette, Hitler racconta le sue frustrazioni e aspirazioni, la sua lettura del mondo e la volontà di sottometterlo. Ne esce uno spiazzante autoritratto del dittatore da giovane: non si vede ancora una svastica, non si parla della Shoah, della guerra. Se ne vede però l’antefatto, la radice, l’inizio. A Vienna, un Hitler diciannovenne conosce la sofferenza della classe lavoratrice, e la descrive con accenti così solidali da far correre un brivido sulla schiena del pubblico, che lì si scopre d’accordo col ‘mostro’: “Laddove chiunque avrebbe chiuso gli occhi per pietà o per disprezzo, io viceversa gli occhi mi imposi di aprirli, e vedevo tutto: lo sforzo infame dei facchini, le schiene piegate delle lavandaie, l’inchino – mento a terra – dei lustrascarpe, calli alle mani dei falegnami, ustioni al polso dei fabbri, tagli verticali sulle gambe degli stagnai, ulcere rosse fino al sangue di chi mescola la calce… ”. Non meno empatia si prova di fronte alla condanna dei benestanti: “Garantiti nella vostra più che ovvia sopravvivenza pasciuti di pranzi a più portate, sprofondati nei palchetti dei teatri, come bambini vi si illuminano gli occhi alla gioia dell’acquisto”. Commiserando questo popolo, diviso per condizione, ma accomunato da un’identica incapacità di mutare destino, il giovane Hitler ha l’intuizione: “Vi manca una guida… Vi manca un Führer”. E poi un’altra: in mancanza di soluzioni, la soluzione è inventare un nemico. Chi? Il diverso, l’altro, l’ebreo: “Lui mi appare all’angolo destro della strada, mi è del tutto indifferente, non avrei alcuna ragione per notarlo, se non fosse che adesso lui avanza nella mia direzione, lentamente, nel centro esatto della strada: e si ferma a pochi passi da me. Le sue scarpe. Il suo caftano. La valigia. L’ampio cappello scuro, tipico della sua… razza”. Lui, e gli altri ‘diversi’ come lui (saranno poi, lo sappiamo, neri, zingari, omosessuali, comunisti…): “A futura memoria riporto la lista dei nemici, prova inoppugnabile di quanto grave sia la cancrena”. Sono questi nemici a perseguitare i bianchi, vittime di un complotto internazionale, una sostituzione etnica: “Parliamo di come ti hanno tolto la voce? Di come ti hanno soffocato in ogni minima ambizione?… Hai dovuto ripiegare scendendo al contrario la scala, gradino dopo gradino… e tu stai zitto? Stai zitto. Tolleri”. Il mondo al contrario: le vittime sono i bianchi, i ‘normali’! Gridiamolo, ‘prima noi!’: basta subire! Hitler capisce che paura e rabbia sono la chiave: “C’è una forza straordinaria nella disperazione. Un combustile perfetto, annidato nel petto di chiunque”. C’è bisogno di “uno chiamato a comandare ben oltre la melassa stantia dei parlamenti, con le loro liturgie”. Non si chiamava ‘premierato’, ma lo scopo ero lo stesso: far fuori “i parlamenti: così inutilmente lenti, così tardivi, soporiferi, inconcludenti”. E il capo, ovviamente, è l’underdog Adolf: “Uno come me, che non sono l’erede di chissà quale dinastia. Non verso liquore francese in calici di cristallo, non ho un posto d’onore da cui salutare ossequiosamente i notabili in vista della città”. Un underdog fortissimo nella comunicazione, lontano dalle complessità incomprensibili delle sinistre: “Per entrargli dentro addosso inestricabilmente e non uscirne più ti servono poche pochissime parole che scavino come gocce: sempre uguali, sempre identiche, sempre uguali. Vuote, prosciugate di qualunque minimo spessore che non sia il loro ripetersi ossessivo”. Parole che indichino “dov’è il bene, dov’è il male, dov’è il pericolo”. Parole che non parlano all’intelligenza, ma alla pancia: “Non è la loro testa che devi conquistare – dice Adolf a sé stesso – non è lì che puoi farli innamorare. Nel petto, nello stomaco, nelle viscere, dove l’istinto regna incontrastato. La tua rabbia, che è la mia, il tuo orgoglio, la tua paura, la tua frustrazione, il dolore, la sconfitta che ho vissuto come te anch’io”. Alla fine, si esce sconvolti: perché noi le conosciamo, le ascoltiamo tutti i giorni, queste parole. Sono quelle dei Trump, Milei, Orbán, Salvini, Meloni, Vannacci: dopo un secolo, la retorica con cui l’estrema destra arriva al potere è esattamente la stessa. E sono le stesse anche le le colpe di noi benestanti, che ascoltiamo tutto questo ancora sprofondati nei palchi di un teatro. Anche chi è convinto che lo sviluppo della storia sarà completamente diverso, dovrebbe interrogarsi sul fatto che l’inizio è dimostrabilmente, terrificantemente, identico. Possiamo scegliere di non vederlo: ma è tutto lì, in quegli 85 minuti.

Che staranno facendo?




Arthur!




Non penserete mica...

 



Banche armate