mercoledì 20 novembre 2024

E ha detto tutto!

 



Porcellum e Profeta: l’odonto-statista e domatore di leggi

ROBERTO CALDEROLI, L’ETERNO LEGHISTA - Bocciato in autonomia. La sentenza della Consulta lo ha colpito come un gancio. Poi, gradasso, ha promesso: “Una volta riscritta la riforma, spero che la sinistra taccia. Per sempre”

di Pino Corrias 

Il giocoliere Calderoli, detto “l’odonto-statista”, “il matto”, e persino “il pasticcione”, è un gigante dello spettacolo. Viene da Bergamo, aggiustava i molari, ma è capace di esibirsi in numeri più divertenti del circo cinese. In Parlamento fa il domatore di leggi che finiscono sempre per rincorrerlo e morderlo. Mentre nel giardino di casa, sui colli di Mozzo, dove ospita gatti, maiali, lupi e altri carnivori s’è salvato dalla tigre che dopo lo svezzamento ha preferito mangiarsi un cane anziché la sua polpa di ministro.
A questo giro, la Corte costituzionale si è divorata la sua appetitosa riforma sull’Autonomia regionale differenziata, che ha cucinato per una trentina d’anni, meschino, stavolta con il proficuo contributo del professore, giurista e presenzialista Sabino Cassese, una Italexit con polenta e virgole, che a essere gentili, manderebbe in malora l’Italia, trasformando le venti Regioni in altrettanti staterelli allo sbando nel mare grande della globalizzazione e dei suoi naufragi.

La Corte ha stabilito che la riforma ha (perlomeno) sette buchi nello scafo, sette voragini di incostituzionalità che non rispettano l’unità nazionale, la sussidiarietà tra le Regioni e l’uguaglianza di tutti i cittadini indipendentemente se nati nella bambagia di Lombardia o tra il cisto spinoso di Calabria e Sardegna.
Una riforma che dovrebbe suddividere il bottino fiscale in parti diseguali. Da consegnare alle Regioni secondo la loro spesa storica. Il che vorrebbe dire consolidare i privilegi delle più ricche a scapito delle più povere con perequazioni, i famosi Lep, i livelli essenziali di prestazione, che ancora nessuno ha calcolato. Nel frattempo autorizza le gabbie salariali. E affida a ogni Regione 23 competenze che vanno dalla Sanità all’Istruzione, dal Commercio con l’estero alle banche, dalla ricerca scientifica ai beni culturali. Cioè quasi tutto – tranne Forze armate e Giustizia, al momento – tanto da moltiplicare il groviglio di norme, la rete dei regolamenti, il ginepraio delle procedure, destinati a formare una miscela di tali e tanti incompatibili paradossi da dissolvere in un amen l’intera nazione tanto cara a Garibaldi e alla Meloni.

La bocciatura della Consulta gli è arrivata dritta alla mascella come un gancio, disorientandolo, più di Tyson, il toro. “Sono soddisfatto” ha dichiarato il Calderoli, mentre a bordo ring ancora gli facevano aria. Poi, con l’aiuto dell’ossigeno dei telegiornali, l’ha fatta facile: “Ma sì, aggiusteremo, riscriveremo”. Come no: “L’importante è che la Consulta ha riconosciuto la costituzionalità dell’autonomia” ha detto, infilando due errori in una sola frase, la logica e il congiuntivo. Non contento, il giorno dopo, ha ricominciato a fare il gradasso: “E una volta riscritta la riforma, spero che la sinistra taccia. Taccia per sempre”. Minaccia che ha fatto saltare sulla sedia i cuori semplici e la Elly Schlein. Che andrebbero tutti rassicurati con una favola della buonanotte, la favola del Calderoli.
Nacque il Riccardo nel mese (del pesce) d’aprile, anno 1956 a Bergamo, primo slogan imparato con le frittelle dello zio federalista: “Bergamo nazione, tutto il resto Meridione”. Studia da dentista, come il padre, il nonno, quattro dei suoi otto fratelli e nel 1982, mentre sfascia automobili nei rally d’Appennino, si laurea chirurgo maxillofacciale.
L’incontro fatale con Bossi – “un tizio che veniva da Varese e diceva: passerò alla Storia” – avviene durante la festa più adatta, quella del Carnevale. La maschera secessionista gli va a pennello, anche lui predica la supremazia della “razza padana, razza pura, razza eletta”. Lo fa nel primo comizio della sua vita in bergamasco stretto. Gli credono. Entra in Consiglio comunale nel 1990. Due anni dopo è in Parlamento.

È da allora che maneggia minacce: rastrellamento ed espulsione degli immigrati, castrazione con forbici per i pedofili, legge del taglione compresa la pena di morte. Ce l’ha con “i nazisti rossi”. Con “la civiltà gay che sta trasformando la Padania in un ricettacolo di culattoni”. Ma specialmente con Berlusconi, “il mafioso di Arcore”, “il re dei debiti”, “l’uomo della P2”, “l’assassino dell’economia italiana”.
Ma quando Silvio scuce qualche milionata per ripagare i debiti della Lega, cambia musica. Con tutta la nomenclatura padana entra nella stanza dei bottoni. Bossi diventa ministro delle Riforme, anno 2001, riassunte ogni anno nei raduni di Pontida e Venezia con l’ostensione del Tricolore: “Lo uso per pulirmici il culo!”.
Calderoli crede a tutto: all’Ampolla del dio Po, al matrimonio celtico officiato dal sindaco Formentini, con il braciere e il sidro nel centro di Milano, al “tallero padano” in sostituzione della lira, alla buffa camicia verde e al commovente “Va’ pensiero”, inno padano, cantato con la mano sul cuore. Bossi lo fa ascendere tra i velluti dei senatori, tre volte con la qualifica di vicepresidente, tre volte da ministro.
In aula studia le geometrie dei regolamenti, come fossero le arcate dentali. Alle quali imprime la sua nuova scienza che consiste nel creare danni parlamentari ove possibile, moltiplicare gli inciampi, fino al capolavoro degli 82 milioni di emendamenti presentati per rallentare la discussione sulla legge elettorale, il cosiddetto Italicum: “Ho un programmino che da un testo base è in grado di comporre centinaia di migliaia di varianti”.
Si vanta di avere elaborato il Porcellum, riforma elettorale talmente strampalata che la Consulta infila nel trita documenti subito prima di alzarsi per andare a cena. Nonché l’altro capolavoro della riforma federale – “mi sono messo a studiare perché della materia non sapevo nulla” – elaborata nella celebre baita di Lorenzago, in Cadore, con altri “tre saggi”, il cinghiale arrosto, la grappa e cinque giorni di seminario. Che ci vuole? Nulla. E infatti tutto finisce cancellato dal referendum, anno 2006.
Tra una riforma e l’altra, invita gli immigrati a “tornare nel deserto a parlare con i cammelli”, chiama la ministra Cécile Kyenge “orango”, mostra al Tg1 la maglietta anti-islam, provocando una mezza rivolta a Bengasi, in Libia, con assalto all’ambasciata italiana, 11 morti. Passeggia con un maiale a Bologna su un terreno destinato alla costruzione di una moschea. E finalmente ieri si gode la bocciatura dell’Autonomia differenziata, confessando: “Embè? Mi muovo in un territorio sconosciuto”.
A forza di dare spettacolo, è diventato un re della “Roma ladrona”. Ha sposato in seconde nozze Gianna Gancia, leghista con le bollicine. Brinda alle figuracce, al vitalizio, e al lieto fine, il suo.

Organizzano al catastrofe

 

Pazzi + coglioni
di Marco Travaglio
Diceva Einstein: “Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi”. La miglior definizione per le classi dirigenti occidentali, che da mille giorni perdono in Ucraina con la Russia (tanto i morti ce li mettono gli ucraini e i danni li pagano gli europei) e insistono nell’escalation pensando di vincere. Una follia che nasce dal progetto “neoconservatore” americano, trasversale a Repubblicani e Democratici, concepito 30 anni fa da un trust di cervelli convinto che non bastasse aver vinto la guerra fredda contro la Russia, ma bisognasse stravincerla. Come? Provocando Mosca con progressivi allargamenti della Nato a Est, in barba agli impegni assunti con Gorbaciov, e attaccando i suoi alleati in Europa (Serbia, Ucraina, Georgia), Medio Oriente (Iraq e Siria) e Africa (Libia), per attirarla in guerra, sconfiggerla, smembrarla, ridurla a potenza regionale, indebolire e rimettere al guinzaglio l’Europa, poi occuparsi della Cina. Il primo a teorizzare la follia nel 1992 fu Paul Wolfowitz, sottosegretario di Bush sr.. Fra i Dem la sviluppò nel ’97 Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la Sicurezza di Carter. E fra i Repubblicani il centro di ricerca “Progetto per un nuovo secolo americano”, con Donald Rumsfeld, Dick Cheney e Bob Kagan. Temevano il neoimperialismo di Putin? No, Putin non c’era: fino al ’99 a Mosca regnava Eltsin, amicone di Usa e Ue, la cui Russia era financo partner della Nato. E lo rimase nei primi anni di Putin, presidente dal 2000.
Nel 2001 arriva Bush jr. e Rumsfeld, Cheney e Kagan diventano le sue anime nere, dall’Afghanistan all’Iraq. Obama si muove in scia: nel 2013 il suo vice Biden e il di lui consigliere Jake Sullivan inviano a Kiev la neocon Victoria Nuland, moglie di Kagan, a sobillare e finanziare la rivolta di piazza Maidan contro Yanukovich, presidente regolarmente eletto, ma sgradito agli Usa, al grido di Fuck Eu! (“Fanculo l’Europa”). Inizia la guerra civile che dopo otto anni, complice l’annuncio su Kiev nella Nato, sfocerà nell’invasione criminale russa. Nel 2017 Trump caccia il Partito della Guerra: la Nuland lascia il Dipartimento di Stato e il marito Kagan passa dai Repubblicani ai Democratici. Tornano tutti nel 2021 con Biden presidente, incluso Sullivan, nuovo consigliere per la Sicurezza. Sono loro a muovere i fili di Rimbambiden (le famiglie Cheney e Bush fanno persino campagna per la Harris). Ora Trump sta per cacciarli di nuovo. Ed ecco il loro ultimo colpo di coda: il via libera fatto dare da Biden a Kiev per bombardare la Russia. Peggio di loro ci sono solo i vertici e i governi Ue che seguono un presidente scaduto e rimbambito per alimentare una guerra pensata contro l’Europa. Ma quelli non sono folli: sono coglioni.

L'Amaca

 

Dopo i missili solo altri missili?
DI MICHELE SERRA
Lasciando agli esperti di strategie politico-militari il giudizio “tecnico” sulla mini-escalation di Biden a proposito dell’uso dei missili americani in Ucraina, va detto che non sembra elegante, e nemmeno prudente, che un presidente uscente adoperi le sue ultime settimane alla Casa Bianca per confezionare patate bollenti — come se non ci fosse già abbastanza roba sul fuoco. Se, a parti rovesciate, lo avesse fatto Trump, si parlerebbe di un colpo basso.
Più in generale grava sui dem (non solo americani, anche europei) una specie di rigidità mentale, quanto a guerra in Ucraina, che li inchioda al ruolo di portatori d’armi.
Detto che lungo l’immenso e incerto confine tra Europa e Russia si gioca una partita decisiva — il nemico vero che Putin ha nel mirino è la democrazia in Europa — è penoso pensare che questa battaglia si debba e si possa combattere solo con i missili e con l’allargamento della Nato a Est. Una parte non piccola del declino ideologico e politico della sinistra democratica occidentale è questo arrocco bellico, che si sta dimostrando impotente tanto quanto il pacifismo “senza se e senza ma”.
Le frange filorusse (e antidemocratiche) della sinistra non dem, alleate oggettive e spesso attive della destra estrema, contano poco e conterebbero ancora di meno se l’amministrazione Biden e l’Europa dem fossero riuscite, in tre lunghi anni, a non sembrare solamente i fornitori di armi di Zelensky, e avessero provato a mettere in campo qualche idea diplomatica o politica di calibro almeno pari a quello dei missili. Non lo hanno fatto e il paradosso, ora, è che perfino Trump potrà spacciarsi per uomo di trattative.

Robecchi

 

Social club. Colpo di scena: scoperta la proprietà privata dell’informazione
di Alessandro Robecchi
C’è chi si incontra e si abbraccia, come vecchi amici che si ritrovano al confino sulla stessa isoletta, chi cerca i parenti, chi tenta di ricostruire la vecchia rete di contatti, chi esulta quando rintraccia qualcuno. I grandi esodi hanno un po’ sempre gli stessi meccanismi, e l’esodo da Twitter – che adesso si chiama X – non fa eccezione. Il social di Elon Musk vive giorni agitati, tra annunci di fuga, intolleranze e grandi rifiuti. Tutti gli esuli guardano con timore e speranza il numero dei follower, per vedere se ne recuperano un po’ sulle nuove macchine social, Thread, che è di Zuckerberg, o Blue Sky, che è la creatura del vecchio fondatore di Twitter, Jack Dorsey. Cercano di ricostruire il loro parterre, la loro audience di amici e seguaci. È l’orgia delle nuove password, delle foto-profilo, del primo timoroso post sulla nuova piattaforma.
Non si conosce la quantità dei fuggitivi, ma dev’essere consistente: forse per la prima volta in modo visibile, una massa imponente di persone si interroga su una cosuccia su cui i giornalisti democratici si interrogano da sempre, forse dai tempi di Gutemberg: la proprietà dei mezzi d’informazione. Colpo di scena per i non vedenti e i non udenti: i social non sono un posto neutro, un secchio infinito in cui riversare pareri, invettive, riflessioni, articoli e approfondimenti, foto di gattini e tutto il resto. No. Sono uno strumento di guadagno e di consenso in mano a quattro-cinque soggetti che monopolizzano la circolazione planetaria delle informazioni, soggetti miliardari, per la precisione, e quindi, diciamo così, una specie di ufficio stampa planetario dell’oligarchia (soprattutto americana), che si avvale di alcuni miliardi di collaboratori a titolo gratuito: noi.
Un algoritmo vi seppellirà, insomma, e basta una minuscola modifica di codici, un soffio informatico, a cambiare limiti e margini di libertà, a stringere o aprire, a consentire o vietare, a dirigere il flusso. Molti hanno fatto finalmente questa riflessione e qualcuno è giunto alla conclusione che scrivere su X oggi significa partecipare al meccanismo di consenso di uno dei padroni del mondo, e non dei più affidabili. Bene, benvenuti sulla Terra. Chi si occupa seriamente di informazione sa che la proprietà dei mezzi su cui scrive non è un dettaglio, e ora quel “dettaglio” lo scoprono milioni di persone, scendendo dal pero di Elon Musk e cercando di salire su altri peri, che al momento sembrano più liberi, chissà, vedremo.
Per ora, in attesa di capire se davvero un social ruberà clienti all’altro, e quanto, e come, è divertente osservare il meccanismo psicologico dei fuggitivi: un po’ scettici, un po’ esploratori. Su una cosa sono tutti d’accordo, si direbbe: serve un posto dove dire, comunicare, sottolineare, esporsi ed esporre il proprio parere, fosse anche la foto del diploma o del cane. E quindi c’è, come dire, la ricerca di un posto libero dove poter esercitare il proprio diritto di espressione, con il retropensiero un po’ tetro che quel posto non c’è. Il sogno democratico della rete, dove il contadino boliviano, il professore della Sorbona e il presidente degli Stati Uniti hanno la stessa possibilità di esprimersi era, appunto, un sogno, un po’ irreale, come sono i sogni. Molti lo sapevano, ovvio, molti lo scoprono ora, meglio tardi che mai. I più cinici e sgamati sanno di non essere in un posto libero e cercano di piazzarsi negli interstizi, ma alla fine la domanda è sempre quella: e tu, per quale miliardario produci contenuti?