martedì 12 novembre 2024

In ricordo di Licia Pinelli

 

La vita di tormenti della vedova Pinelli morta senza giustizia “Ma io so cosa successe”
Lui, anarchico, ingiustamente accusato per la strage di piazza Fontana precipitò da una finestra della questura di Milano nel 1969 Lei ha passato i successivi 55 anni a cercare di far emergere la verità
DI STEFANO CAPPELLINI
È morta a 96 anni a Milano Licia Pinelli, la vedova dell‘anarchico Giuseppe Pinelli accusato ingiustamente della strage di Piazza Fontana.
Era nata nel 1928 a Senigallia, in provincia di Ancona, ma si era trasferita quando aveva due anni a Milano dove ha sempre vissuto.
Lascia le due figlie Silvia e Claudia.
Da quasi 60 anni alla ricerca della verità sulla morte di suo marito, Licia Pinelli era stata nominata nel 2015 commendatore al Merito della Repubblica da parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
AMilano è circa l’una di notte del 16 dicembre 1969 quando il suono del campanello rimbomba nell’appartamento dove stanno dormendo Licia Pinelli, le sue due figlie e la madre di suo marito, Giuseppe Pinelli detto Pino, ferroviere e militante anarchico del circolo Ponte della Ghisolfa, che manca da casa ormai da più di 72 ore. Sta in Questura. L’hanno fermato, insieme a molti altri, dopo la bomba esplosa il 12 dicembre nella filiale della Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana: 13 morti sul colpo, 17 alla fine, e quasi 90 feriti.
La signora Pinelli si rassetta, va ad aprire e si trova davanti due uomini affannati per essersi fatti quattro piani a piedi, l’ascensore non c’è. Si qualificano come giornalisti e, dopo essersi guardati come per darsi forza, uno dei due le dice: «Sembra che suo marito sia caduto da una finestra». Licia non dà loro il tempo di dire altro. Chiude la porta, quasi sbattendola in faccia a entrambi, e si precipita al telefono. Conosce il numero della Questura. Al marito capita spesso di averci a che fare per via della sua attività politica. La polizia è convinta della matrice anarchica della strage di piazza Fontana. È una falsa pista, anzi si tratta di un vero e proprio depistaggio, ma questo ancora non può saperlo nessuno. La signora chiede del commissario Luigi Calabresi, ci ha parlato altre volte, e il commissario, ovviamente, conosce bene il marito. Glielo passano e gli racconta cosa è appena accaduto. È sconvolta, chiede: «Perché non mi avete detto nulla?». Risponde Calabresi: «Sa, signora, noi abbiamo molto da fare». Licia Pinelli butta giù la cornetta. Non avrà altre informazioni dalla Questura che, anziché informarla, convoca la conferenza stampa nella quale il questore Marcello Guida sostiene che Pinelli si è suicidato («Improvvisamente ha compiuto un balzo felino verso la finestra socchiusa per il caldo»). Movente del presunto suicidio: la vergogna per aver scoperto che gli autori della mattanza sono compagni anarchici come lui. Balle, il suicidio quanto la pista.
Più tardi, sempre quella notte, Licia Pinelli riceve la visita della giornalista Camilla Cederna e di un medico dell’Università Cattolica per il quale aveva lavorato. Viene a sapere che Pino è stato portato in ospedale. La mamma di Pinelli si precipita al Fatebenefratelli. Non le fanno vedere il figlio e capisce presto che c’è poco da sperare. Giuseppe Pinelli detto Pino,41 anni, è morto. Le sue figlie, Silvia e Claudia, hanno 9 e 8 anni. Licia e Pino si erano sposati nel 1955, dopo essersi conosciuti durante un corso di esperanto, la lingua che nei sogni del dopoguerra doveva diventare universale. Appena capisce che non rivedràpiù il figlio, la madre telefona alla nuora e le dice: «Vedrai, da domani daranno a lui la colpa di tutto». La singora Licia risponde: «Va bene, ma ci siamo anche noi e ci dovranno fare i conti». Una frase cui ha tenuto fede per il resto della vita, cioè fino a ieri,quando è morta a Milano all’età di 96 anni.
Il racconto della notte del 1969 che ha incrociato per sempre la storia del Paese e quella della famiglia Pinelli è contenuto in un’intervista che la vedova del ferroviere anarchico rilasciò a nel 2008 a Francesco Barilli e Sergio Sinigaglia, pubblicata poi inLa piuma e la montagna (Manifestolibri). Intervista preceduta e seguita da anni di riserbo e dignità. Nel 1982 aveva scritto insieme a Piero Scaramucci un libro dal titolo bellissimo: Una storia quasi soltanto mia . La vedova Pinelli, che da sposata batteva a macchina le tesi di laurea per arrotondare il magro stipendio del marito, ha cresciuto le figlie e ha chiesto invano verità, senza cedere al rancore. Le rarissime uscite pubbliche non erano segno di incertezza, anzi.
Non ha mai cambiato idea su cosa sia accaduto al marito in stato di fermo presso la Questura di Milano. Queste le sue parole: «L’hanno picchiato, creduto morto e buttato giù. Oppure l’hanno colpito al termine dell’interrogatorio, facendolo poi precipitare incosciente, e questo spiegherebbe anche il suo volo silenzioso, senza neppure un grido, e spiegherebbe pure perché dei cinque agenti solo uno, il carabiniere, si precipita giù per accertarsi delle sue condizioni. Di questo racconto sono convinta». La stessa convinzione espressa a Gerardo D’Ambrosio, il magistrato che si era occupato dell’istruttoria, mai arrivata a individuare i colpevoli e chiusa con la famigerata ipotesi che il volo dalla finestra fosse effetto di un “malore attivo”. Quell’archiviazione, però, restituì alla vedova almeno una certezza ufficiale: Pinelli non si era suicidato. Quel pezzo di Stato che ne aveva raccontato così la morte aveva mentito. Non l’unica menzogna. Tutta la prima fase delle indagini su piazza Fontana fu inquinata: apparati infedeli, uffici affari riservati, servizi deviati. Da una parte si armò la mano dei fascisti di Ordine Nuovo, dall’altra si indirizzarono le indagini sugli anarchici. Si chiamava: strategia della tensione. Creare caos per invocare ordine, non nuovo in questo caso: molti dei protagonisti di questa strategia erano ex funzionari fascisti, e la parola ex spesso valeva per la carica, non per le idee politiche.
C’è un’altra data chiave in questa storia: 9 maggio 2009. Al Quirinale nella giornata della memoria per le vittime del terrorismo l’allora presidente Giorgio Napolitano si spende affinché siano presenti sia Licia Pinelli che Gemma Calabresi, vedova del commissario, ucciso nel 1972 da un commando di militanti di Lotta continua perché considerato il responsabile dell’uccisione di Pinelli. Quel giorno le vedove si stringono la mano e si siedono vicine. Non era scontato. Solo un anno prima Pinelli aveva escluso una riconciliazione: «A voltepenso che c’è stato un momento in cui se avessi incontrato per strada la vedova, con i bambini, forse avremmo potuto parlarci, avere un rapporto. Ma così, con tutto quello che è successo, no». Per una volta lo Stato ha ricucito ciò che aveva strappato. C’è stato un secondo incontro, dieci anni dopo. Resta, per Licia, la negazione di una verità giudiziaria. Pinelli e la prima delle stragi della strategia della tensione condividono un destino non casuale: nessun colpevole.

Un grandissimo Sindaco!

 

Intervista al primo cittadino Lepore
“Sbagliato scambiare collaborazione per obbedienza La città è stata oltraggiata”
DI ELEONORA CAPELLI
BOLOGNA — «Io di faccia ne ho una sola, guardo ai cittadini bolognesi e chiedo rispetto per la mia città oltraggiata sabato da un corteo di 300 camicie nere. La premier Giorgia Meloni non confonda la collaborazione con l’obbedienza, non possono esserci scambi su questo ». Il sindaco Matteo Lepore risponde a stretto giro alla premier Meloni, dopo giorni di polemiche sugli scontri che sabato hanno portato 13 feriti tra manifestanti antifascisti e forze dell’ordine, durante la manifestazione dei “Patrioti”.
Sindaco Lepore, Meloni l’ha accusata di doppiezza, con private richieste di aiuto e pubbliche accuse, a cosa si riferisce?
«Io ho chiesto aiuto pubblicamente alla premier, come sindaco di Bologna, città alluvionata. Questo non significa che la collaborazione implichi obbedienza, lo ha dimostrato il premier spagnolo Pedro Sanchez. Si è presentato a Valencia, si è preso le critiche e anche le bastonate, ma è stato alfianco del governatore che non è della sua parte politica. Inoltre io non ho dato a Meloni della picchiatrice fascista».
Allora cosa c’entra il governo con il corteo di sabato a Bologna?
«Chiedo spiegazioni sulla gestione dell’ordine pubblico. Perché è stato permesso che 300 persone con le svastiche al collo e, ribadisco, la camicia nera, sventolassero le loro bandiere marciando al passo dell’oca a pochi passi dalla stazione? Il fatto che sia stato permesso è un oltraggio alla città».
Non era d’accordo con il fatto di autorizzare il corteo dei “Patrioti”?
«Nel comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza avevamo convenuto che dovessero manifestare in piazza della Pace, in periferia, vicino allo Stadio, dove già in passato altre volte si erano riuniti.
C’è il verbale, il documento della Prefettura. La gestione pattuita in comitato non si è mantenuta, si sono prese decisioni al di fuori, negandolo fino ad oggi, anche con prese di posizioni false».
Lei ieri ha parlato della volontà di creare un caso, a pochi giorni dal voto per le regionali...
«Direi che i manifestanti in camicia nera sono riusciti a creare un caso politico perché è stato loro permesso. Su quanto accaduto sono intervenuti tutti: dalla premier al ministro della difesa Guido Crosetto, da Matteo Salvini al presidente del Senato, Ignazio La Russa. Oltre a numerosi parlamentari. Neanche se fosse scoppiata la terza guerra mondiale avrebbero dichiarato tutti insieme così velocemente. Credo abbiano capito che qualcosa è andato storto e di aver commesso un erroremadornale».
La campagna elettorale quanto c’entra?
«Diciamo che andrebbe fatta sulle questioni che interessano i cittadini: alluvione, ristori, fondi per la sanità, anche potenziamento della presenza delle forze dell’ordine da noi richiesto. Ci ritroviamo a parlare di 300 fascisti venuti in città senza che nessuno lo impedisse. Io ringrazio la polizia, si sono comportati in modo professionale, ma sono stati messi in una situazione sfavorevole, la piazza è stata tenuta con il senso di responsabilità di tutti».
I toni sono esasperati, Gasparri ha detto che Elly Schlein riporta alle “soglie del brigatismo”, La Russa ha evocato i “facinorosi”, lei cosa risponde?
«Non sanno di cosa parlano, noi non prendiamo lezioni da persone che hanno partecipato anche ai comizi di Casapound. Noi continuiamo a dire che le manifestazioni violente vanno censurate, ma ci spieghino perché hanno deciso una diversa gestione della piazza».

lunedì 11 novembre 2024

Svendita

 

Quel miracolo alla rovescia per il “San Giovanni di Dio”
FIRENZE SVENDE L’ANTICO OSPEDALE - E sono “di sinistra” Una giunta comunale a guida Pd d’accordo con una regionale dello stesso colore regalano al privato una fetta pregiata di città pubblica
DI TOMASO MONTANARI
I più affezionati lettori di questa rubrica ricorderanno forse il caso dell’antico ospedale fiorentino di San Giovanni di Dio, di cui parlai nello scorso gennaio. Sono 10.000 metri quadri monumentali in pieno centro, arrivati in proprietà pubblica per volontà di un fondatore trecentesco e legati in perpetuo a una funzione di cura. Un luogo da cui la cura, tuttavia, è stata espulsa in seguito allo spopolamento del centro di Firenze: che continua a spopolarsi ancora perché non ha più servizi e (anche) luoghi di cura, in un circolo vizioso distruttivo che nessuno pare voler vedere, e fermare. Ebbene, allora uscì la notizia della messa in vendita a privati di questo “ben di Dio”, ma essendo in piena campagna elettorale la giunta scadente di Dario Nardella giurò e spergiurò che la destinazione imposta agli acquirenti privati sarebbe stata quella del social housing, cioè di una residenza non di lusso, ma a prezzi accessibili. Non le case popolari di cui ci sarebbe bisogno come il pane, ma nemmeno un resort a dodici stelle, come sempre più spesso a Firenze (come a Venezia, e altrove).
Ora, ecco la decisione della subentrata giunta (nuova ma scadentissima) di Sara Funaro: senza i voti dei fidi alleati di Avs (però si guardano bene dall’uscire dalla maggioranza), viene bocciato un ordine del giorno di Firenze Democratica (la lista di centrosinistra guidata dall’ex assessora Cecilia Del Re, passata all’opposizione) che avrebbe impegnato il Comune a chiedere alla Regione Toscana di non privatizzare l’ospedale, e di destinarlo integralmente a una funzione pubblica. E, beffa nella beffa, il social housing ci sarà solo per il 20% dell’immobile, e solo per 20 anni. Riassumiamo: una giunta comunale “di sinistra” d’accordo con una giunta regionale “di sinistra” regalano al mercato, al privato, alla rendita una fetta pregiatissima di città pubblica, sostanzialmente senza alcun vincolo rilevante. Facendo un doppio, gravissimo, danno: espellere dalla proprietà pubblica un bene che per storia e vocazione ne era parte integrante, e perdere un’occasione storica per fare qualcosa di concreto contro il declino di Firenze come città.
Questa non è politica: non c’è una visione, non c’è un’etica, non c’è un progetto. Non c’è nulla di nulla: se non l’idea che “privato è bello” e che “pubblico è finito”. Le grandi domande sulla vittoria di Trump, su quella delle destre estreme in Europa, sulla strategia dell’opposizione in Italia, sui campi di varia metratura e sulle alleanze e le solitudini: tutto alla fine si riduce a questo. Da quanto non abbiamo più, sulle due sponde dell’Oceano, una sinistra di governo capace di fare cose davvero di sinistra? Che poi in Italia sarebbero le cose della Costituzione: mettere l’interesse pubblico prima di quello privato; governare le città in base al lavoro e non alla rendita; non permettere che i beni comuni (come la cura, la salute, il patrimonio culturale, l’arte e la bellezza) vengano privatizzati e sottratti ai più poveri. Sicuramente c’è un tema di comunicazione, social media, personale politico: ma come possiamo non parlare mai delle politiche, delle scelte, delle strategie, delle gerarchie di valori? Una sinistra che riesce a perdere le elezioni in una Liguria dove hanno arrestato il presidente della destra, come fa a interrogarsi sulle alleanze che avrebbero apportato lo zero virgola, invece di chiedersi perché metà dei liguri non pensi più che la politica li riguardi? A Firenze l’età media elevata, un residuo benessere e una cultura ancora un po’ diffusa hanno per ora impedito il passaggio alla destra: ma quanto ci vorrà, a forza di decisioni come questa scellerata sul San Giovanni di Dio, perché ci si convinca che in fondo non c’è differenza di politica, almeno sul tema cruciale della distribuzione della ricchezza? E non solo su quello. L’attuale assessore “alla sicurezza” della giunta Funaro ha incontrato, a favore di taccuini, un suo storico predecessore, detto simpaticamente “lo sceriffo” per aver innescato le politiche repressive e securitarie a Firenze. È esattamente da qui che nasce l’egemonia culturale della destra: quando la sinistra smette di dire e di pensare che la sicurezza (di tutti, e non solo dei “salvati”) si costruisce con la giustizia sociale, non con la repressione.
Oggi una destra orgogliosamente fascista ha costruito una straordinaria fortuna politica su una imprenditoria della paura che ha radici profonde nel tradimento di quella che continua a chiamare se stessa sinistra, e che continua a fare le stesse politiche. Personalmente, rivendico di aver annullato la scheda del ballottaggio tra Sara Funaro e Eike Schmidt, l’ex pessimo direttore degli Uffizi candidato dagli eredi dei fascisti. Almeno, oggi posso dire che questa ennesima, colossale porcata contro il patrimonio bene comune dei fiorentini viene fatta non in mio nome. Ma che futuro può avere una democrazia in cui l’astensione dal voto appare l’unica possibilità moralmente accettabile?

domenica 10 novembre 2024

Dubbio




In altro luogo



Signora Presidente del Consiglio!
Invece di blaterare a capocchia di caxxo, perdoni il francesismo, sull’ipotetico foraggio da parte della sinistra (quale sinistra?) sui cosiddetti facinorosi, le domando se può dire ai “suoi” di evitare di manifestare a Bologna, città martire, colpita al cuore con la strage fascista alla stazione il 2 agosto 1980! 
Gli dica di evitare di insultare ragione e sentimenti. Bologna è un simbolo dell’antifascismo. Li mandi a sollazzare le braccia tese in qualche altro posto, accompagnati da quel “Presente!” che ancor’oggi raggela cervici e cuori sani. Grazie!

Come mai come mai?



Mi ha fatto sbellicare oltremodo la recita -ops!- il discorso del Rampollo in Cina in occasione dell’inaugurazione della Cattedra Agnelli di Cultura Italiana all’Università di Pechino. L’ho letto d’un fiato, basito per cotanto coraggio. 

Mi spiego con le sue dorate parole: 

“Questo fatto mi rende orgoglioso sia come italiano che come membro di una famiglia che ha fatto dell’istruzione il centro del proprio impegno filantropo.” 

Dai Jaki non scherzare! Come italiano? Che italiano? Quello che decentra le proprie aziende, quello che paga le tasse in Olanda, quello che da lustri pretende aiuti dallo Stato, circa una ventina di miliardi in trent’anni? Che usa la forza lavorativa per spremere prebende? E vogliamo parlare del vostro rischio d’impresa che ad ogni impercettibile segno di discesa del lucro mandate migliaia di lavoratori in cassa integrazione? Dai Jaki non scherzare! 
Ma c’è un passo nel finale che mi sconquassa il core! 

“Vorrei concludere con un detto latino: Docendo discimus (insegnando, impariamo)

Okkio Jaki che se istruisci bene le menti s’accendono e poi si domanderebbero: ma che società è questa che spreme vite umane per il sollazzo di pochi? 

Personalmente avrei chiosato col classico canto d’un tempo:”come mai, come mai sempre in culo agli operai?”

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