Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 6 agosto 2024
Epitaffio
Nessuno vuole che Renzi torni nel centrosinistra
DI DANIELA RANIERI
Un sondaggio di Antonio Noto per Repubblica rivela “a sorpresa come la base dei due partiti maggiori del centrosinistra (Pd e M5S, ndr) gradisca poco il ritorno dell’ex premier”, inteso come Renzi, del quale si sta sondando l’ultima fregola. Strano: il ritorno di colui che più di tutti ha provato, peraltro con successo, a disintegrare il centrosinistra, favorendo al contempo la destra in tutte le sue forme con preferenza per la berlusconiana nichilista e darwinista sociale, non è visto con favore dall’elettorato di centrosinistra. Da 20 giorni i giornali progressisti magnificano la foto che lo ritrae abbracciato a Elly Schlein alla Partita del Cuore, manco fosse la foto del bacio tra Breznev e Honecker, in chiave anti-Meloni, e i maledetti elettori si ostinano a trovare repellente il più perdente tra i politici. Eppure il vuoto pneumatico rappresentato dal non-partito Italia Viva (3,6% alle Europee, insieme alla Bonino) è proprio ciò che serve per la costruzione di una “vera alternativa”: “Su tanti temi le idee sono diverse, ma se si vuole costruire un’alternativa bisogna che tutti mettano insieme i voti e rimuovano i veti”, ha detto lui con uno dei calembour che l’hanno reso il più gettonato tra i piazzisti di fregnacce al mondo.
Uno dei vip del suo partito farlocco, Marattin (figuratevi gli altri), ha detto: “Si decida in un Congresso”, la qual cosa, oltre a esser ridicola (un partito col 2%, formato da un manipolo di politici scarsi e comandati da un leader che gli dà da campare, fa pure un congresso; chissà dove si radunano, nel retrobottega di un bar di Rignano?) rivela fermento ideologico: ci si garantisce meglio lo stipendio regalando il 2% al miglior offerente, o rientriamo nel Pd che non siamo riusciti a distruggere? “È il magico potere del pallone”, ha detto l’amico (remunerato) del dittatore Bin Salman, guadagnandosi tanto per cambiare un’intervistona sul Corriere. Dopo un decennio in cui va blaterando che si vince al centro, che poi è destra stemperata da acquetta di diritti civili a costo zero, e dopo aver appoggiato le peggiori misure del governo Meloni, dall’abolizione del Rdc alla commissione sul Covid (cioè contro Conte e Speranza), dal presidenzialismo anzi premierato (fa lo stesso) alla orrenda riforma della Giustizia, il tizio si è accorto che la destra è un pericolo: si vendeva quale “argine ai populisti”, adesso si alleerebbe coi populisti per fare da argine al fascismo.
Schlein, che disse di voler votare il referendum della Cgil contro il Jobs Act, uno dei più infami attacchi di Renzi ai lavoratori, se lo riprenderebbe pure, a riprova di quel che sosteniamo da tempo: ella non è che la ragazza-immagine di un rebranding del partito che Renzi ha fatto definitivamente degenerare. Schlein pensa che il 2% faccia comodo, quando si lotta corpo a corpo con la Meloni. Sono convinti, lei e i maschi del Pd che la tollerano perché niente cambi, che i voti si sommino, che la presenza di Renzi non faccia piuttosto perdere consensi a pioggia, come invece ha capito Conte, per ciò biasimato da tutti i giornali-bene quale sostenitore di Mussolini. Renzi, un boy scout della Margherita di livello locale diventato inspiegabilmente presidente del Consiglio, si è venduto come di centrosinistra perché il Pd era scalabile. Dal 41%, ottenuto elargendo 80 euro al ceto medio, al 2% da cui non ha più schiodato, come leader di un fantomatico Centro si è alleato coi peggiori ceffi della destra, dai candidati di Cuffaro in Sicilia a gente di FdI, solo per togliere voti al Pd. Alle Amministrative del 2022, a Genova sosteneva Bucci, di centrodestra, a Palermo il candidato di FdI, a Verona si alleò con Tosi e a Catanzaro con Lega e Forza Italia. Come non vedere in lui il capomastro del “cantiere con il Pd per un’alleanza di centro-sinistra” (frase-tipo del Giornale Unico)? Poveraccio (si fa per dire: l’anno scorso ha dichiarato 3 milioni di euro): “Non vedo spazi per un Terzo Polo”, ha detto. Chi lo dice ai corifei dei giornali padronali che ci hanno venduto per anni questa patacca? Renzi non è solo un opportunista: incarna i valori della destra neoliberista. Negli anni del renzismo dannunziano ha fatto battaglie di destra col pretesto del “non lasciamo la battaglia X alla destra”. Col governo “più di sinistra degli ultimi 30 anni” ha realizzato la distruzione dello Statuto dei Lavoratori; voleva cambiare la Costituzione rendendola meno “socialista”, come da diktat di JP Morgan; il suo sogno era il Partito della Nazione, con dentro cani e porci. Così, ci spiegavano, la sinistra avrebbe preso i voti dei “moderati”. Non ha ancora finito? Non gli basta andare “a Miami col genero di Trump o in Arabia a prendere soldi dall’assassino di Khashoggi” (cit. Calenda)? I bacarozzi non saranno i soli a sopravvivere a una catastrofe nucleare: con loro ci saranno i giornalisti che fingono di credere che Renzi abbia qualcosa a che fare con la sinistra.
Ragionando
Le stragi bianche
di Marco Travaglio
La sinistra ha fatto (parzialmente) i conti col terrorismo rosso almeno da quando Rossana Rossanda, in pieno sequestro Moro, sfatò il tabù delle “sedicenti Brigate Rosse”, spacciate da molti per nere travestite, e ammise che leggendone i volantini “sembra di sfogliare l’album di famiglia”. Il Pci, che appoggiava il governo Andreotti di “solidarietà nazionale”, condannò e isolò subito i “compagni che sbagliano”. Lo stesso fece il capo del Msi Almirante col suo album di famiglia insanguinato (soprattutto in Ordine nuovo del rivale Rauti), ma senza troppe parole perché era fuori dall’“arco costituzionale”: come racconta Padellaro, vide più volte Berlinguer per scambiarsi notizie ed evitare guai peggiori. Ora che a Palazzo Chigi e a Palazzo Madama siedono gli ex missini Meloni e La Russa, hanno dovuto citare – pur fra mille distinguo – le sentenze sulle stragi neofasciste, da Bologna all’Italicus. Il potere esecutivo e legislativo deve attenersi ai verdetti di quello giudiziario. Perciò, quando la Meloni stese il tappeto rosso a un condannato per omicidio, la criticammo aspramente: un cittadino può pensare che Forti o i Nar siano innocenti e agire di conseguenza, un premier no. Ora l’ineffabile Mollicone di FdI definisce le sentenze su Bologna “teoremi per colpire la destra” e rilanciando la bufala palestinese. È una scemenza, ma ha il diritto di dirla, non essendo una carica dello Stato. Ed è una scemenza anche invocarne l’espulsione, come si fa da sinistra. Sennò la sinistra dovrebbe espellere chiunque contesti la condanna definitiva dei lottatori continui Sofri, Pietrostefani&C. per l’omicidio Calabresi e rompere i rapporti con i giornali, da Repubblica al Foglio, che ospitavano od ospitano il mandante di quel delitto e con i commentatori che lo difendono. Per non parlare degli avvocati d’ufficio di quell’altro galantuomo di Battisti.
Le sentenze si possono contestare eccome, purché con critiche documentate. Quella sulla trattativa Stato-mafia non sta in piedi e l’abbiamo scritto. Così tante altre. Ma soprattutto le sentenze vanno lette. Freda e Ventura furono assolti per piazza Fontana, poi si scoprì che erano stati loro, ma non potevano più essere processati: assolti, ma colpevoli. Per l’Italicus sono stati tutti assolti grazie ai depistaggi di Servizi e P2: il che non vuol dire che non sia stato nessuno. Ora che pure la destra fa i conti con l’album di famiglia, mancano all’appello solo gli eredi di chi lucrò sulle stragi. E non sono né neri né rossi: stavano nella P2 (tipo B., per dire) e nella Dc e nei partiti alleati che nominarono i capi deviati dei Servizi e sviarono indagini e processi per garantire l’impunità non alla bassa manovalanza di tanti giovani di destra e di sinistra, ma ai mandanti e agli utilizzatori finali. Cioè a se stessi.
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