lunedì 29 luglio 2024

Ancora non ci credo!


Tim ora affitta la rete per 2 miliardi l’anno Kkr ci farà bei soldi

Il governo ha dato l’ok alla cessione al fondo Usa, che (dicono i documenti ufficiali) farà profitti stellari tagliando su lavoro e investimenti: il 50% dei ricavi verrà dall’ex monopolista

di Carlo Di Foggia 

La vendita della rete Tim è una vicenda assurda ma tutto avviene alla luce del sole e forse per questo nessuno si ribella. I numeri mostrano che il governo Meloni ha fatto un enorme regalo al fondo Usa Kkr. Metterli in fila illumina anche il modo con cui si vendono a questi giganti pezzi di industria, un pessimo segnale in vista delle privatizzazioni da 20 miliardi che il ministro Giancarlo Giorgetti ha promesso ai mercati, cioè ai “fratelli” di Kkr.
Il primo luglio Tim e il gigante Usa da 400 miliardi di asset gestiti hanno siglato il contratto di vendita dopo mesi di negoziati. Agli americani passa la rete telefonica e di connessione in rame e fibra per un prezzo di 18,8 miliardi tra esborso diretto e debito accollato. Lo Stato – tramite il Tesoro – entra nella partita spendendo due miliardi per il 20% del capitale della nuova società della rete: “Netco”. Nell’operazione entrano anche il fondo infrastrutturale italiano F2i che avrà il 10%, mentre il fondo sovrano di Abu Dhabi Adia e il Canada Pension Plan avranno quote rispettivamente del 20% e del 17,5%. Senza la rete, alla vecchia Tim resterà la parte servizi, “SerVco”, il cui secondo azionista (dietro i francesi di Vivendi) è sempre lo Stato, con Cassa depositi e prestiti (9,8%), che in questa storia ci perde due volte: venendo escluso dalla partita della rete e rimanendo azionista di una società che da inizio anno, cioè da quando il governo ha autorizzato la vendita della rete, ha visto il suo valore in Borsa calare del 24%.
Per i vertici di Tim l’operazione era una via obbligata per salvare la società, abbattendo il debito da oltre 20 miliardi che zavorra il gruppo, eredità delle mitiche scalate a debito dei privati (che peraltro sono storicamente il piatto forte di Kkr). Il punto d’arrivo dell’oscena privatizzazione degli anni Novanta.
Nelle scorse settimane sono stati depositati documenti rilevanti, tra cui la stima della rete primaria che Tim ha conferito in Fibercop, la controllata che deteneva già la rete secondaria (quella che dalle dorsali porta la connessione fino agli armadi di strada o agli appartamenti), dove Kkr era già entrata con il 37,5% due anni fa e che adesso diventerà “Netco” con l’uscita dell’ex monopolista.
Il report (anticipato da Mf) lo ha firmato Alberto Dello Strologo dell’università Roma Tre, che ha avuto modo di guardare i numeri del Master service agreement, il contratto tra Tim e Netco che regolamenterà i servizi che la prima offrirà alla seconda, ormai priva della rete. I numeri sono notevoli. Tim si impegna a versare a Netco 2 miliardi di euro per l’accesso alla rete già nel 2024 e poi ogni anno in media fino al 2029; nel 2030 si sale a 2,1 miliardi fino ad arrivare a 2,5 miliardi alla fine dei 15 anni di contratto, nel 2039. In otto anni Tim verserà a Netco una cifra (anche se lorda) simile a quella che Kkr e soci le hanno versato per la rete. Tim vale però solo metà dei ricavi di Netco, l’altra metà (sempre 2 miliardi l’anno) arriverà dagli altri operatori. La cosa bizzarra è che la relazione ricorda che Tim vale il 39% del mercato nazionale della rete fissa (dati Agcom), eppure varrà il 50% dei ricavi di Netco. Ancora più bizzarro è che i dati più aggiornati dicono che la quota di mercato è già scesa al 37%. Tim sta pagando troppo Netco? Di sicuro la redditività della nuova società della rete è impressionate.
I profitti lordi di Netco si assesteranno a due miliardi l’anno di media fino al 2027, poi iniziano a salire ancora per terminare a 2,7 miliardi nel 2039. Su una media di 4-4,5 miliardi di ricavi, si passa da un margine del 46% a uno del 55% nel 2027, al 61% del 2039, quando cioè su ogni euro incassato, 60 centesimi saranno profitti. Come si ottiene un risultato così? La relazione spiega che i numeri sui ricavi sono, sostanzialmente, “prudenziali”. Non sono i ricavi a esplodere, ma i costi a venire compressi: Netco promette di ridurre del 20% quelli del lavoro (quindi i 20mila addetti che si porta da Tim) attraverso, dice la relazione, prepensionamenti, esternalizzazioni e altro; promette di fare altrettanto con quelli generali; si ridurranno del 44% anche i costi che invece Netco pagherà a Tim per alcuni servizi (da 177 milioni nel 2024 a 99 nel 2039). A far esplodere la redditività è anche la riduzione degli investimenti: fino al 2027 valgono circa 1,9 miliardi l’anno, in buona parte per cablare in fibra la rete secondaria coi piani finanziati dal Pnrr. I fondi europei valgono 1,6 miliardi dal 2024 al 2027, alla fine del piano. Non è un caso che dal 2028 gli investimenti si riducano a 1,1 miliardi per poi dimezzarsi dal 2030 a 500 milioni e dispari, un po’ perché la rete in fibra sarà realizzata e un po’ perché la fibra ha costi di manutenzione molto più bassi. I flussi di cassa così esplodono dai -7 milioni del 2024 ai 2,4 miliardi del 2039.
I numeri, come detto, sono conservativi, anche perché al momento Kkr non ha motivo di essere più ottimista del dovuto. La redditività, però, potrebbe salire ancora: ad esempio se il mercato, come pure stima la relazione del perito, dovesse salire o l’Agcom acconsentire a un aumento delle tariffe o se Netco dovesse riuscire a ridurre ancora di più i costi. Con questi numeri non è chiaro perché vendere la rete, se non per l’estrema difficoltà di Tim: l’azienda ha replicato che nel conto va considerato l’impatto positivo sui costi del personale, sui minori investimenti e sul minor costo debito. È vero però che sarà proprio la riduzione dei costi a garantire a Kkr l’esplosione dei margini. Che invece i risparmi su debito&C. riescano a compensare i profitti a cui Tim rinuncia insieme alla rete è tutto da vedere. Il mercato, per ora, ci crede poco.
Come ha fatto Kkr a convincere il governo? Grazie ai buoni uffici di Vittorio Grilli, ex direttore generale e ministro del Tesoro con Mario Monti. Nel 2013, appena uscito dal dicastero è stato assoldato come plenipotenziario italiano da Jp Morgan, consulente di Kkr. A pesare sono gli ottimi legami con il capo di gabinetto di Giorgia Meloni, Gaetano Caputi, conosciuto al Tesoro. L’ultima operazione incassata è l’accordo tra Eni e Kkr per cedere il 20-25% di Enilive, la controllata per la bioraffinazione e la mobilità elettrica. Qui Jp Morgan fa da advisor al colosso petrolifero statale, che così incassa una notevole valutazione di Enilive di 12 miliardi. L’ingresso di questi fondi, d’altronde, è una manna per i manager, che possono fa schizzare le valutazioni, anche se l’affare è soprattutto dei colossi. Nel 2021 l’ad di Tim, Luigi Gubitosi, alla disperata ricerca di cassa cedette il 37% di Fibercop a Kkr, a cui garantì un ritorno del 12% sull’investimento (blindato da una clausola “put” a carico di Tim): di fatto era come comprare un bond garantito. Con l’acquisto della rete Tim, Kkr è riuscita a far iper-valutare Fibercop, quintuplicando l’investimento e riducendo dunque l’esborso cash per acquistare la rete. Fra qualche anno rivenderà con plusvalenza. Capolavoro.

domenica 28 luglio 2024

Spudoratamente



Forse perché ancora i giornalisti non portano il fez?

Potrebbe anche…




Domandina



Quale vi scandalizza di più?

Help!



C’è qualcuno là fuori? Se ci siete mi potreste portare via che non ce la faccio più a star qui? Grazie!

Le fetecchie riaffiorano





Spiegazione

 

Tana liberi Toti
di Marco Travaglio
Tajani, vicepremier: “I giudici hanno costretto Toti a dimettersi per riavere la libertà”. Salvini, altro vicepremier: “Sovvertono il voto popolare usando inchieste e arresti”. FdI: “Democrazia ferita”. Crosetto: “Giustizia sconfitta e debolezza rattristante della politica”. Calenda: “Toti è stato ricattato con misure cautelai a pioggia (sic, ndr): se non ti dimetti non esci. Indegno di uno Stato di diritto”. Iv: “Toti sarà rimesso in libertà solo dopo averne determinato, coercitivamente, le dimissioni. Si è dimesso perché i pm non permettono che si dica innocente”. Radicali: “Pagina nerissima per la democrazia, indegna di un paese civile”. Giornale: “Toti, vincono i ricattatori. Le toghe sovvertono il voto”. Unità: “Piemmerato: alle procure il potere di sciogliere i consigli regionali. Caporetto della politica”. Foglio: “Arresto di scambio”, “vergogna, ricatto”. Riformista: “Politica l’è morta. Un golpe giudiziario che seppellisce il garantismo. Non vinci alle urne? Ci pensano le toghe”, “Toti come Moro (sic, ndr): una lettera contro la classe dirigente e politica”.
Quattro passi nel delirio della presunta politica e della cosiddetta informazione per dire l’ignoranza sesquipedale di chi parla di giustizia senza sapere ciò che dice (o sapendolo benissimo, che è pure peggio). Si parte da un presupposto falso: che i politici, in quanto eletti, siano più uguali degli altri in base a un fantomatico “primato della politica” (che non esiste in nessuno Stato di diritto: l’unico primato è quello della legge). Quindi i loro reati sarebbero meno reati e a loro si applicherebbero un Codice penale e uno procedurale diversi. Siccome però questi codici speciali non esistono, e per giunta nei tribunali c’è scritto “La legge è uguale per tutti”, pm e giudici applicano i Codici esistenti. E valutano le esigenze cautelari per i politici come per i cittadini comuni: il rischio di reiterazione di reati della stessa specie dipende dalla possibilità concreta che l’indagato, lasciato in libertà, continui a delinquere. Se, come Toti, è accusato di farsi corrompere e finanziare illegalmente (reati che può commettere solo un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio), è ovvio che quel pericolo scompaia solo se smette di ricoprire cariche pubbliche; o, in alternativa, se denuncia tutti quelli che l’hanno corrotto o finanziato illegalmente, rompendo il vincolo di omertà e rendendosi inaffidabile nell’ambiente criminale. Lo spiegava già Borrelli per Mani Pulite: “Non li arrestiamo per farli parlare, li scarceriamo dopo che hanno parlato”. Toti, legittimamente, si proclama innocente, dunque non denuncia nessuno. Poteva benissimo continuare a governare dai domiciliari (in Italia s’è visto persino di peggio).
Ma, finché restava presidente della Liguria, poteva reiterare i reati. Anche perché – come ha notato il Tribunale del Riesame – non ha ancora capito, o finge di non capire, che chiedere e incassare soldi (registrati o meno) da imprenditori che ricevono concessioni, licenze, autorizzazioni, varianti urbanistiche, appalti (dovuti o meno) dalla propria giunta è un reato. Infatti, nella sua letterina in stampatello da scuola elementare, Toti invoca “regole chiare e giuste per la convivenza tra giustizia e politica”. Come se non fossero già chiarissime. Come se la giustizia dovesse convivere con la politica, anziché scoprirne e sanzionarne i reati.
Perciò Toti si è dimesso da presidente della Regione: per non essere più un pubblico ufficiale e annullare, o almeno attenuare, il pericolo di reiterazione dei reati e sperare nella revoca degli arresti domiciliari. Che però è tutt’altro che automatica. Se un politico conosce il mondo delle mazzette e lo copre, si garantisce armi di ricatto verso tutti gli altri che il suo silenzio ha salvato dai guai, o da guai peggiori. Anche se si dimette: il suo potere ricattatorio prescinde dalle cariche formali. Dipende da ciò che sa, non da ciò che fa. Quanti politici dimissionari per indagini, arresti e condanne, sono diventati mediatori d’affari e malaffari, costruendosi una seconda vita proprio su ciò che sanno e non rivelano? E poi, alla base delle misure cautelari, non c’è solo il rischio di reiterazione dei reati: a parte quello di fuga (improbabile nel caso di Toti), c’è pure quello di inquinamento delle prove, cioè di subornazione dei testimoni e dei correi, che cresce con l’avvicinarsi del processo, dove l’imputato può comprarsi il silenzio dei complici in cambio del proprio: una mano (sporca) lava l’altra. Perciò non solo in Italia, ma in tutto il mondo, esiste la custodia cautelare: per arrivare al processo senza che spariscano le prove, o i testimoni, o gli imputati. E non ha nulla di ricattatorio. Il prete arrestato per molestie gay in seminario, se vuole attenuare le esigenze cautelari, si spreta o si barrica in un eremo o passa a un oratorio femminile. Il maestro catturato per pedofilia abbandona l’insegnamento e vi torna solo dopo la sentenza definitiva (se è di assoluzione). Il chirurgo beccato a scannare o sfigurare i pazienti si depenna dall’Ordine dei medici per non poter più esercitare la professione. Il giudice in cella per sentenze vendute lascia la toga. E l’avvocato in galera per sentenze comprate si dimette dall’Albo forense. Dove sarebbe il ricatto o lo scandalo se un pubblico amministratore arrestato per reati contro la PA abbandona la PA per non rischiare di ripetere reati contro la PA? Parafrasando Borrelli: non lo arrestano per farlo dimettere, lo scarcerano (forse) dopo che si è dimesso.