martedì 9 aprile 2024

L'Amaca

 

L’amaca
I problemi del Pd sono del Pd
No, Conte non è stato delicato con Schlein, e ha dato l’idea di voler mettere a profitto le vicende pugliesi pro domo sua (è la politica; prevede anche i colpi bassi). Ma il problema delle infiltrazioni di vecchi e nuovi marpioni, ai quali della sinistra importa un fico secco (nemmeno sanno che cosa sia), e adoperano il Pd come mero strumento di potere e di carriera, c’è; è grosso come una casa, soprattutto al Sud; e se ne parla almeno da un paio di decenni.
È anche il lungo strascico di una fusione a freddo, quella con gli ex democristiani, che ha fatto del Pd, tra tante altre cose, anche un ricovero per le clientele rimaste senza casa. Per quanto Conte possa speculare sugli incidenti del Pd, quegli incidenti ci sono, e sono, con ogni evidenza, un problema del Pd.
Nell’impuntatura di Schlein sulle candidature europee non è difficile leggere la volontà di rivendicare l’autonomia della sua giovane governance. È quasi impossibile che riesca a spuntarla, ma è del tutto naturale sperarlo. È aliena al vecchio mondo nel quale le tocca affondare le mani, ma in fin dei conti è proprio per questo che ha vinto le primarie. Chi ha votato per lei non sa e non vuole sapere niente dei pasticci locali, dei capi tribù e dei trafficanti di voti. Ha visto una ragazza energica, nuova, e ha immaginato che farla capo volesse dire levare potere ai vecchi marpioni. C’è sicuramente qualcosa di ingenuo, in questa scelta, e perfino di “impolitico”: Bonaccini, politicamente parlando, dava più affidamento, era ed è più solido.
Ma se pensate a De Luca, o a Emiliano, il loro contrario è Schlein. De Luca lo sa bene e non perde occasione per ribadirlo; e forse anche Conte lo sa, e teme, di Schlein, la giovinezza e l’incapacità di calcolo.

Live Milanello

 


lunedì 8 aprile 2024

Super sforzo…




E noi mangiamo|

 

“ Food for profit” il film che dà fastidio ai signori della carne
File di spettatori incassi inaspettati il doc sugli allevamenti diventa un fenomeno
DI ROBERTO NEPOTI
Una cosa è riempire il carrello di carne a basso prezzo per il barbecue, un’altra vedere l’agonia degli animali che finiranno sulle nostre tavole. Dietro gli ottanta milioni di chili di carne consumati ogni anno da un italiano, ci sono infinite sofferenze e torture, tutte in nome del profitto. Come mostra il documentario di Giulia Innocenzi (già collaboratrice di Report) e Pablo d’Ambrosi Food for profit, che rivela il lato oscuro della carne mostrando, grazie a un lavoro investigativo durato cinque anni, l’atroce realtà degli allevamenti intensivi.
All’inizio sembrava impossibile realizzarlo: e invece è diventato un vero e proprio “caso”, con file di spettatori alle casse, proiezioni sold out e, a volte, incassi superiori ai blockbuster. E numerosi esercenti in tutta Italia lo stanno richiedendo. Ciò è stato possibile grazie a una distribuzione capillare in sale di circuito (occhio alla locandina che annuncia la proiezione), circoli Arci, cineclub, associazioni culturali, licei occupati, passaparola: una mobilitazione senza precedenti dell’universo ambientalista e vegan che suona come un monito per tutti.
Ciò che ha dato più fastidio ai signori della carne sono le indagini compiute sotto copertura, intervistando eurodeputati e lobbisti, che a Bruxelles sono circa 2500 (Pekka Pesonen, numero uno dei lobbisti della carne, nega l’esistenza di allevamenti intensivi); mentre si discuteva di un presunto Green Deal che, in realtà, ha destinato quasi 400 miliardi alla Politica Agricola Comune lasciando le cose pressoché immutate fino al 2027. Così, inconsapevole, ogni contribuente paga le sofferenze degli animali e l’arricchimento degli allevatori.
Il documentario inizia in Polesine, dove gli allevamenti intensivi sono spuntati come funghi (si contano due milioni di polli, 15-16 mila malati), stipati in immense gabbie sporche e maltrattati. I più piccoli, che non possono generare profitto, vengono soppressi per non sprecare mangime. Si passa poi in Germania, dove l’industria del latte usa antibiotici sulle mucche, per farle crescere di più. Negli allevamenti di massa (che ormai sono la norma: il 90 per cento in Italia, il 99 per cento in Usa. Addio vecchia fattoria…), i sussidi pubbliciispirano progetti di editing genetico degni del nazismo applicato al mondo animale: razze Frankenstein prodotte con mutazioni del DNA per ottenere più carne, polli senza piume, fino all’idea di suini a sei zampe per ottenere più prosciutti (come se le scene del film riservate ai maiali non fossero già abbastanza orripilanti).
Food for profit non addita solo la vergogna degli allevamenti intensivi e le connivenze politiche di cui godono, ma richiama (col conforto di esperti e scrittori come David Quammen e Jonathan Safran Foer) la nostra attenzione su altre conseguenze di questo tipo di produzione industriale: inquinamento delle acque, perdita della biodiversità, sfruttamento dei migranti, antibiotico resistenza. E l’influenza aviaria (nel 2022 sono stati abbattuti 50 milioni di polli), che contagia altre specie animali compreso l’uomo, potrebbe diventare la prossima pandemia, più pericolosa di quella che abbiamo appena attraversato.

A proposito di...

 

Chi parla di “antisemitismo” non sa cosa sia l’Università
LE INDUSTRIE DELLA ARMI IN AULA - Stop al bando degli Esteri. Non c’è nessun boicottaggio di atenei israeliani: non si tratta di accordi tra liberi atenei, ma tra due governi: quello Meloni e quello Netanyahu
DI TOMASO MONTANARI
La rassegna stampa della scorsa settimana pone una questione non marginale: anche al netto della propaganda e della malafede di non pochi giornalisti, ciò che colpisce è la pressoché universale ignoranza circa la natura stessa dell’università. Intendiamoci, la colpa di questa eclissi è in gran parte dei professori stessi, che si sono piegati ad accettare la condizione tanto lucidamente descritta da Filippomaria Pontani su questo giornale venerdì scorso: l’università ha così spesso e così tanto rinunciato a difendere la propria libertà, che quando oggi timidamente la rivendica quasi nessuno capisce di cosa si stia parlando.
Prendiamo il caso della Scuola Normale di Pisa, che è stata per giorni crocifissa da editoriali dei più grandi giornali italiani, e dal coro pressoché unanime della politica e addirittura dall’associazione dei suoi (begli) amici, perché avrebbe “chiuso i rapporti con Israele” (così un titolo di Repubblica). Ebbene, nessuno di coloro che hanno commentato in questo senso sembra aver letto ciò che stava commentando: la mozione del Senato accademico della Scuola, che non chiudeva nessun rapporto ma chiedeva al Maeci di “rivalutare”, alla luce dell’articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra, il bando “per la raccolta di progetti congiunti di ricerca per l’anno 2024, sulla base dell’Accordo di Cooperazione Industriale, Scientifica e Tecnologica tra Italia e Israele”.
Dov’è dunque la chiusura di rapporti con le università israeliane? Non c’è la chiusura, perché si chiede al nostro Ministero degli Esteri di rivalutare un certo protocollo: e non ci sono nemmeno le università. Perché, e questo è il punto cruciale, qua non si tratta di convenzioni e accordi tra liberi atenei, ma tra due governi: quello Meloni e quello Netanyahu. E in un momento in cui il Consiglio per i diritti umani dell’Onu chiede che Israele sia condannato per crimini di guerra a Gaza, come sarebbe possibile collaborare acriticamente non con le libere università di quel Paese, ma proprio con il governo responsabile di quei crimini? Come condannare l’Università di Torino che a quel bando ha deciso di non aderire?
Per questo trovo profondamente sbagliato l’appello a Tajani dell’Associazione degli Accademici e Scienziati di origine italiana in Israele, che chiede la realizzazione di una fondazione partecipata dagli stati italiano e israeliano che finanzi progetti scientifici, “in tutte le discipline, non solo scientifiche ma anche umanistiche, perché è noto che la maggior parte dei boicottatori contro l’Accademia Israeliana provengono da Facoltà Umanistiche, pertanto, mai come in questo momento, sarebbe vitale la creazione di tale Fondazione”. Immaginiamo quale sarebbe stata la reazione se gli studiosi italiani in Russia avessero chiesto al nostro governo di creare, con quello di Putin, una simile fondazione per aggirare il boicottaggio delle università russe.
Ora, personalmente sono profondamente in disaccordo con qualunque boicottaggio di una università contro un’altra: ma lo sono proprio perché le università non dipendono dai governi dei loro paesi, e non li rappresentano. Le università sono, fin dal Medioevo, il luogo in cui si coltiva un internazionalismo, un pensiero critico e un dissenso sistematico che sono il miglior antidoto ai nazionalismi e alle guerre: per questo ogni tentativo di far passare la ricerca attraverso accordi tra governi smentisce e nega quella libertà accademica che è la vera ragione per non boicottare le università. La richiesta degli studiosi italiani in Israele ha poi una motivazione che non è degna di chi dovrebbe coltivare il pensiero critico: “Il boicottaggio come l’anti-israelismo sono figli di un antisemitismo che si sta risvegliando anche in Italia”. Questo è un giudizio non solo sommario e fattualmente sbagliato, ma anche disonesto sul piano intellettuale. Ripeto: sono contrario ad ogni boicottaggio accademico, ma se una università italiana liberamente decidesse di annullare ogni suo accordo con università israeliane (o russe, o cinesi, o turche, o… americane) farebbe una scelta legittima, che nessuno potrebbe accusare di razzismo. E questo vale, deve valere, anche per Israele.
Questo uso estensivo, improprio e strumentale della categoria dell’antisemitismo (un uso che le stesse università hanno purtroppo implicitamente condiviso, quando la Conferenza dei rettori fece propria l’inaccettabile definizione di antisemitismo dell’IHRA, che considera antisemita perfino chi dica che in Israele si pratica una forma di apartheid: il che è un dato di fatto) mira ad impedire un dibattito libero, ed è irresponsabile perché rischia di banalizzare il vero antisemitismo, che esiste ed è assai pericoloso.
L’università fa il suo mestiere quando alimenta dubbi, distingue, discute, argomenta: non quando maledice, o interdice. E soprattutto non quando obbedisce ai governi, o peggio quando ne diventa un docile strumento. Diciamo di voler difendere ad ogni costo i valori occidentali: una università davvero libera è uno di essi.