mercoledì 28 febbraio 2024

L'Amaca

 

È una questione di aritmetica
DI MICHELE SERRA
Todde non è Toninelli potrebbe essere lo slogan (un po’ sommario, come tutti gli slogan) che aiuta a non considerare i cinquestelle solo come una gigantesca “bolla” destinata a scoppiare. L’idea che quel mondo sia solo un magma improvvisato di populisti sempliciotti, con venature filo-russe e complottiste (aiuto, le scie chimiche!) ha buone pezze d’appoggio: ma è riduttiva, e dunque ingannevole.
Quel mondo — fino dal suo sorgere — è una specie di grande vasca di compensazione dei delusi di sinistra e di destra. Nonché il risultato di una rivoluzione anagrafica: trentenni contro la gerontocrazia italiana (andate a rivedere, se non ci credete, l’età media degli eletti “grillini” alle politiche del 2013). I flussi elettorali dicono che i voti grillini provenienti da destra sono rientrati ben presto a casa loro, catalizzati da Meloni. Rimangono, detto per sommi capi, quelli cosiddetti di sinistra.
La legittima diffidenza per Conte (che ha governato con Salvini) non è automaticamente applicabile al suo elettorato. Né a una parte, non piccola, del personale politico del movimento, che in dieci anni ha imparato a fare politica e conoscerne la complessità. Come costruire un’alternativa politica a questo governo di destra, forse di estrema destra, senza i cinquestelle, non è nemmeno una questione politica: è una banale questione aritmetica. La Sardegna questo ha detto.
Poi, ovviamente, ognuno la pensa a suo modo, ed è libero di immaginare che esistano altre strade. Capissimo quali, sarebbe di grande aiuto al dibattito.

Puntinismo e puttanieri

 Bugiardi, pazzi e criminali

di Marco Travaglio
In principio erano le armi a Kiev per sconfiggere la Russia e le sanzioni per mandarla in default. Poi le settantatré malattie di Putin per condurlo alla tomba. Poi il golpe di Prigozhin, o chi per esso, per rovesciarlo come lo zar. Poi la prima controffensiva ucraina, la seconda e la terza, una più irresistibile dell’altra. Poi l’Armata Rotta che ha finito gli uomini, le divise, le munizioni, i missili, i carri armati, le navi e tutto il resto, “combatte con le pale del 1869” e “le dita al posto delle baionette” e batte in ritirata. Ora che l’avanzata russa in quel che resta dell’Ucraina spazza via gli ultimi brandelli di balle dei media europei e soprattutto italiani, ne servono disperatamente di nuove. Ed ecco pronto il fornitore ufficiale, Zelensky, che annuncia liste di putiniani da zittire (si pensava fossero i pacifisti, poi si è saputo che sono russi da espellere: in pratica è furibondo perché i russi sono filo-russi) e ripete che Putin è pronto a invadere l’Europa. Nessuno sa con quali mezzi, uomini e soprattutto motivi, visto che fatica pure a prendersi l’intero Donbass e attaccò l’Ucraina proprio perché non era ancora entrata nella Nato e non rischiava la guerra atomica. Ma sono quisquilie: ci vuole un Recovery bis da centinaia di miliardi per la guerra alla Russia. Cioè: siccome è morto Navalny, facciamo morire altre decine di migliaia di ucraini. Macron si porta avanti col lavoro: “Inviare truppe di terra in Ucraina perché la Russia non vinca questa guerra”, anche se purtroppo “non c’è ancora consenso”. Che costui, spirito guida dei nostri centrini, fosse il politico più stupido d’Europa era noto: ora si sa che è anche il più folle. Con l’aria e i sondaggi che tirano, l’idea di mandare al macello migliaia di giovani europei in una guerra già persa per salvare la faccia tosta sua e di altri leader morenti gonfierà vieppiù i consensi della Le Pen e di tutte le destre dell’Ue. Così alle Europee del 7 giugno vedrà che bel consenso avrà la sua guerra in un continente definitivamente fascistizzato grazie a lui e a quelli come lui.
L’unica opzione che questi manigoldi escludono a priori è negoziare prima che la sconfitta di Kiev e Nato diventi disfatta, con un compromesso che salvi il salvabile (i pezzi di Ucraina ancora in piedi e gli ucraini ancora vivi). Quello che si stava facendo due anni fa in Turchia subito dopo l’invasione russa. Il 28 marzo 2022 un pericoloso putiniano dichiarò: “Lo status neutrale e non nucleare dell’Ucraina siamo pronti ad accettarlo: se ricordo bene, la Russia ha iniziato la guerra per ottenere questo. Poi servirà discutere e risolvere le questioni di Donbass e Crimea. Ma capisco che è impossibile portare la Russia a ritirarsi da tutti i territori occupati: questo porterebbe alla Terza guerra mondiale”. Il suo nome era Volodymyr Zelensky.

martedì 27 febbraio 2024

Marcel & Sergio

 


Aprite le porte please!



“Tu andrai in prigione, in prigione, in prigione; 
E che ti serva da lezione! (E.Bennato)

Profezia

 


Adieu Macchiette!



E poi ci sono loro, le nostre macchiette! Il primo, reduce dall’esperienza del Riformista che ha avuto un seguito eccezionale, oramai sulla via d’estinzione - speriamo -; il secondo, arrivato trafelato dall’Ucraina che grazie alla sua presenza insostituibile ha ancora speranze di sovvertire una sorte apparentemente segnata, pur raggranellando percentuali da panda, continua ad essere soppesato come ago della bilancia centrista (di ‘sta fava). Ebbene i due comici han meditato a lungo su come presentarsi in Sardegna, per agevolare Sora Ducetta, trovando nel paleozoico Soru uno stimolo per affondare l’acerrimo nemico, al secolo la Persona per Bene Giuseppe Conte. Non ci sono riusciti, tra la ola di chi spera ancora in una nazione migliore! Adieu Macchiette!

Reportage


Gli occhi dell’arte per capire la Russia

Più che all’Ermitage, dove sono esposte le opere occidentali, a San Pietroburgo bisogna andare a vedere la raccolta russa, la più grande al mondo, dalle icone ortodosse fino alla post-avanguardia

di Paolo Nori

Dell’Ermitage dicono che sia il Louvre russo, a me non sembra, ma capisco il paragone, l’Ermitage è un grande museo, in un palazzo meraviglioso, nel centro della capitale culturale della Russia.
Io sono 33 anni, che vado in Russia; a Pietroburgo credo di essere stato una ventina di volte e, all’Ermitage, ci son entrato forse tre volte.
Al Museo Russo più di 20 volte. Tutte le volte che sono stato a Pietroburgo. Perché, mentre all’Ermitage c’è l’arte occidentale, al Museo Russo c’è l’arte russa, la più grande collezione al mondo di arte russa, dalle icone alla postavanguardia, e se l’Ermitage sembra il Louvre, il Museo Russo non sembra niente, il Museo Russo è solo il Museo Russo.
(…) Gli scrittori sono stati, per un paio di secoli, Otto e Novecento, i principali nemici del potere sovietico, temuti, sorvegliati, puniti, arrestati, perseguitati, torturati, uccisi e vietati. Non si potevano leggere; non si dovevano leggere. E i russi, di conseguenza, li leggevano: la seconda volta che sono andato in Russia la mia insegnante di russo mi ha chiesto se avevo letto un romanzo di Trifonov, La casa sul lungofiume (andavo ad abitare nella casa che dà il titolo al romanzo, dietro al Cremlino, dove ha abitato anche la figlia di Stalin), e quando io le ho risposto di no e le ho chiesto se lei l’aveva letto, lei mi ha riposto: “Per forza, l’ho letto, era proibito”. I libri proibiti erano i libri da leggere e i russi avevano inventato una pratica, si chiama samizdat: battevano a macchina i libri proibiti, con la carta carbone, e leggevano quelli, quelli erano i libri da leggere, e la censura sovietica non aveva, sulla letteratura, nessun potere, anzi, la censura poteva, in un certo senso, decretare un successo letterario, anche se sottobanco.
La cosa strana che succede adesso, in Russia, è che i libri degli scrittori che sono dichiaratamente contro il potere russo si trovano in tutte le librerie.
I libri di Vladimir Sorokin, Boris Akunin, Dmitrij Bykov l’anno scorso si trovavano senza problemi, nelle librerie russe (anche i classici ucraini, si trovavano). Quest’anno invece avevo sentito dire che i libri si trovavano, ma che per gli inoagenty, definizione poco chiara che è una abbreviazione di inostrannye agenty, cioè agenti stranieri, che dovrebbero essere quei russi che ricevono finanziamenti da entità straniere, e che quindi sono sospetti, avevo sentito che era uscita una legge che i librai russi, se vendevano un libro di un inoagent, lo potevano vendere, ma lo dovevano impacchettare dentro un sacchettino di cellofan non trasparente. Come i giornali porno in Italia qualche decennio fa, avevo pensato quando avevo sentito questa notizia.
La prima cosa che ho fatto, quando siamo stati in libreria, è stata chiedere un libro di un inoagent. Uno qualsiasi.
(…) In questa libreria eravamo stati anche l’estate precedente e avevamo visto, in vetrina, uno slogan sovietico, Miru mir, “Pace al mondo”. Ne era rimasta, in vetrina, solo una parte. Mir. “Pace”. Abbiamo chiesto come mai alla libraia, la libraia ci ha spiegato che a un certo momento hanno sparato alla vetrina, all’altezza della scritta. E che loro, i librai, hanno messo la notizia in Rete e che hanno aperto una sottoscrizione e che, in due ore, hanno raccolto il necessario per sostituire il vetro. Che veniva molta gente che non era mai stata in libreria e chiedeva come potevano aiutarli e loro gli rispondevano “Comprate dei libri”. E che avevano deciso di non rimettere la prima parte dello slogan, “come segno dei tempi che viviamo”, ci ha detto la libraia.
(…) Dopo, eravamo tornati in albergo, nella piazzetta davanti all’Hotel Rossi m’è suonato il telefono, era il Museo Russo. Una signora molto simpatica, non mi ricordo come si chiamava, che mi aveva chiesto che opere volevamo filmare e fotografare e come le volevamo filmare e fotografare. Le avevo risposto che ci sarebbe piaciuto filmarle e fotografarle da davanti, in modo che si vedessero, non di fianco o da dietro, da davanti. E che quali opere volevamo filmare e fotografare non lo sapevo, che avremmo deciso lì, poi, sul momento.
“Ma non le vorrete mica filmare tutte”, mi ha detto lei. “No”, le ho risposto io, “non le vorremo mica filmare tutte”. “Ah”, mi ha detto lei, “meno male. Allora senta”, mi ha detto poi dopo, “lei ci mandi una mail dove mi dice queste cose, come volete filmare e fotografare, cosa volete filmare e fotografare, e ci faccia sapere anche con che strumenti, che videocamere, che luci, che macchine fotografiche, e noi le faremo sapere, adesso domani è venerdì non facciamo in tempo, sabato e domenica noi non ci siamo, quando ripartite voi?”. “Mercoledì”. “Allora dobbiamo fare tutto lunedì, perché martedì il museo è chiuso, lei ci mandi questa mail, che noi intanto così ci mettiamo in moto”. “Grazie”, le ho detto io, e ho chiesto a Claudio e Alessandro e le ho mandato la mail con le cose che ci aveva chiesto.
Uno dei quadri che avrei voluto riprendere, e fotografare, dal davanti, è un quadro davanti al quale mi fermo tutte le volte che vado al Museo Russo. L’ha dipinto Aleksej Sundukov nel 1986 e si intitola “La coda”. Ritrae, da dietro, una fila di persone in coda non si capisce dove, il fondale arancione spento rimanda all’idea dell’Unione Sovietica negli anni nei quali il cartello che si vedeva più spesso, per le strade di Mosca e di Pietroburgo, era “Non funziona”.
Era un periodo in cui, se eri un occidentale, ti offrivano un orologio Raketa, l’ho comprato, un orologio Raketa che era probabilmente un’imitazione perché ha smesso di funzionare subito, era un periodo in cui nei negozi non si trovava niente, la vodka, la carta igienica, il pane e uno come me, che veniva dall’occidente, veniva considerato uno che veniva dal progresso, da un posto in cui le cose funzionavano, era un periodo in cui l’occidente era ammirato, in Unione Sovietica, e era il posto, l’occidente, dove era possibile pubblicare i romanzi che in Unione Sovietica non si pubblicavano, come La coda, il primo romanzo di Vladimir Sorokin, fatto solo di dialoghi di gente in coda, che cominciava con la battuta “Chi è l’ultimo?”.
Sono 150 pagine di dialoghi, alla fine si parla anche di Dino Zoff e della parata che ha fatto, sulla linea, alla fine della partita Italia-Brasile dei Mondiali spagnoli del 1982, un libro singolarissimo che ha rivelato il talento di Sorokin che ultimamente, nei suoi romanzi, come “La giornata di un opricnik”, che ho avuto il privilegio di presentare a Mantova, qualche anno fa, al Festivaletteratura, prevede per la Russia un futuro medievale, se ho capito bene.
Sorokin è stato anche l’oggetto, qualche anno fa, di una contestazione da parte di un gruppo di giovani sostenitori di Putin (idušcie vmeste, “quelli che camminano insieme”), che manifestavano davanti alle librerie contro la natura pornografica dei suoi libri e li bruciavano, i libri. La conseguenza di questi attacchi, all’epoca, fu che i libri di Sorokin tornarono in testa alle classifiche dei libri più venduti. Non c’è più il samizdat, ma la censura è sempre positiva, per un libro.