domenica 18 febbraio 2024

Gira la ruota


Tragedia su luogo di lavoro

Costernazione

Indignazione

Lutto cittadino

Sciopero sindacati

Macchiette politiche psittaciste

Mai più morti del genere

Storie delle vittime sui media

Tristezza

Dopo una settimana

Subappalti a cascata 

Paghe orarie da schiavi

Lavoro in nero

Controlli zero

Nuova tragedia sul lavoro

Costernazione…

Cosi nel 2024


Le vittime del crollo del cantiere Esselunga, Mohamed e gli altri trasfertisti del cemento: “Su e giù per l’Italia per un pugno di euro”

di Azzurra Giorgi Andrea Vivaldi

Il più giovane aveva 24 anni. «Era solo un ragazzo — sussurra il padre in lacrime davanti al cantiere — il mio ragazzo. E gli è crollato tutto addosso». Si chiamava Mohamed El Ferhane, era originario del Marocco, e come i suoi colleghi operai morti nella strage del cantiere Esselunga a Firenze, abitava nel bresciano. Da due anni e mezzo stava a Palazzolo sull’Oglio. Quelle vittime straniere, provenienti tutte dal nord Africa, dopo un giorno di scavi senza sosta tra le macerie hanno ritrovato finalmente un nome. Un’età. E una storia. Erano trasfertisti, si spostavano su e giù per l’Italia spediti in nuovi cantieri da costruire. Se riuscivano, mettevano da parte qualche soldo che poi spedivano in patria per mantenere le famiglie. Lo faceva Taoufik Haidar, 43 anni, anche lui a lungo a Palazzolo sull’Oglio prima di spostarsi a Chiuduno in provincia di Bergamo.

«Un gran lavoratore» raccontano dalla sua cittadina. Da un paio di mesi aveva cambiato ditta. Viaggiava settimana dopo settimana. E poi inviava parte dello stipendio alla moglie e i due figli, di 12 e 9 anni, in Marocco. «Mi ha mandato un messaggio vocale venerdì alle 6.40 — dice suo cugino — . Stava per entrare in cantiere. Mi ha detto “Stasera torno. E poi sabato ci vediamo”. Invece è morto». La sera del crollo, la sorella e il nipote di Taoufik, entrambi residenti a Perugia, sono stati avvisati. E ieri mattina sono corsi a Firenze. Sono arrivati anche altri amici e colleghi dal nord Italia. «Lui era una brava persona — racconta suo nipote — . Non so come possa stare mia mamma, il dolore che prova non si può spiegare».

Haidar conosceva bene El Ferhane: erano nati nello stesso paese in Marocco e qui si erano ritrovati occupati per la stessa ditta. Dal loro paesino c’è chi li ricorda anche per la passione per il calcio, con le serate a festeggiare la loro nazionale durante i Mondiali di calcio. Mohamed Toukabri aveva invece 54 anni, radici tunisine, ed era partito da Genova prima di trovare la morte nel cantiere di Firenze. L’ultimo operaio disperso è stato identificata solo ieri: Bouzekri Rachimi, 56 anni e originario del Marocco. Ma il suo corpo, finito sotto il peso di tonnellate di macerie, ieri sera non era stato ancora recuperato. Venerdì mattina, poco prima delle 9, il gruppo degli operai stava facendo una colata di cemento. Poi quella trave, posta a 10-15 metri di altezza, ha ceduto ed è venuto giù tutto. Ogni cosa è stata travolta. Tre i feriti soccorsi. Poi una prima vittima, riconosciuta ed estratta dalle macerie: Luigi Coclite, 60 anni e già con gli occhi rivolti alla pensione. Gli mancavano una manciata di anni. Aveva una moglie, due figli, era originario dell’Abruzzo ma aveva casa da anni in provincia di Livorno. La magistratura ora svolgerà le indagini. Dovrà capire se gli operai nel cantiere, e in particolare vittime e feriti, avessero contratti a norma, anche come inquadramento e formazione. E nel caso dei tanti stranieri se possedessero la documentazione per stare in Italia. Sembra, dalle prime informazioni, che due di loro non avessero il regolare permesso di soggiorno. Un sospetto importante, che potrebbe indirizzare le indagini anche verso nuovi scenari. El Ferhane dicono suoi parenti, aveva fatto richiesta ma era ancora in attesa di ricevere il permesso. Alcuni sindacati raccontano anche di un fenomeno in Lombardia di permessi di soggiorno modificati, e intestati ad altri, per permettere anche ad alcuni irregolari di lavorare. Non è detto che questo il caso, ma verranno esaminate le posizioni di tutti. Come molti immigrati in Italia, anche le vittime di Firenze avevano trovato in questi anni un impiego nell’edilizia. A volte suggerendosi le ditte con i passaparola. Ultimamente erano occupati in due ditte tra Brescia e Bergamo, che avevano ricevuto in subappalto parte della costruzione del nuovo supermercato Esselunga. Accanto a loro, venerdì mattina alcuni dipendenti si sono salvati per caso. C’è chi è arrivato più tardi del solito nel cantiere. Un ragazzo poco più che ventenne è sfuggito alla morte perché quel giorno aveva scambiato la sua postazione con un altro che si era allontanato poco prima. «Io ho lavorato come carpentiere in Svezia, Austria, Francia — racconta il giovane fuori dalla medicina legale di Careggi, dove sono state portate le salme — . La sicurezza là c’era. In questo cantiere secondo me no». Il giorno dopo la tragedia davanti al cantiere sono arrivati amici e famigliari. Stretti uno accanto a l’altro. Le lacrime. Una frase ripetuta per tutta la mattina: «È troppo il dolore». Poi il viaggio all’obitorio. E la rabbia per la sicurezza. «Sono 20 anni che vedo cantieri. Qui c’era qualcosa che non andava — dice il cugino di Taoufik — . Mancavano i parapetti. Ho pensato a cosa sarebbe successo se il supermercato fosse stato aperto. Sarebbero morte centinaia di persone».

S'allunga!

 


Intervista

 

“Su Gaza la Rai dice bugie, i miei coetanei non la guardano più”
FLAVIA CARLINI - Scrittrice e attivista
DI TOMMASO RODANO
Tra i mille studenti sotto la sede Rai di Viale Mazzini c’è anche Flavia Carlini, 28enne scrittrice e attivista digitale. Martedì i suoi video da Napoli hanno fatto conoscere ai 247mila followers su Instagram le cariche della polizia contro i manifestanti pro Palestina (e sono stati condivisi ben oltre il perimetro del suo pubblico). “Non è tanto la violenza della celere che mi ha sconvolta – spiega oggi – ma il fatto che gli agenti si siano schierati in tenuta anti sommossa contro un centinaio di persone disarmate: mi è parso fosse tutto predisposto perché andasse così. E mi hanno scioccato ancora di più le persone della Rai che ridevano e ci facevano video mentre venivamo picchiati”.
C’è un problema di repressione del dissenso?
Mi fa davvero ridere che quattro parole pronunciate a Sanremo da due artisti abbiano scatenato una reazione del genere. Credo che “stop al genocidio” sia una delle cose più banali che potessero essere dette, non è stato nemmeno nominato il popolo palestinese. Eppure ha innescato un meccanismo di censura politica, informativa, istituzionale. È lo specchio limpidissimo dei valori e degli interessi della politica italiana.
Manifestate nonostante il silenzio dei media, il disinteresse di quasi tutti i partiti, l’ostilità delle forze dell’ordine. Cosa vi porta in piazza?
La medaglia ha due lati. Uno umano: non è una questione geopolitica, culturale, religiosa. Trentamila persone sono state sterminate: stare in piazza è una questione di decenza e umanità. Ma è anche una protesta fortemente politica, perché la Rai dovrebbe essere di tutti e sta raccontando il falso. Riconduce tutto al 7 ottobre, ignorando quello che è successo prima e quello che è successo dopo.
Perché?
Mi pare chiaro: l’Italia ha enormi interessi economici in Israele, è un partner commerciale e geopolitico, dalle licenze del gas fino alla vendita di armi.
I tuoi coetanei guardano poco la televisione e pochissimo i telegiornali.
Meglio per loro, è una forma di autotutela per conservare una coscienza critica.
E invece magari si informano con i tuoi video, questo come ti fa sentire?
Ne sento la responsabilità, anche se non ho la pretesa di sostituirmi a un media. Ovviamente non sono un giornale e non sono nemmeno una giornalista: al di là del seguito sono una cittadina comune.
Chi ha meno di 30 anni difficilmente si avvicina a un partito politico o frequenta i media tradizionali. Perché?
Non posso fare discorsi generazionali, ma rispondo per me. Non mi rispecchio in nessun partito e non ho fiducia in nessuno dei sistemi informativi attuali. L’informazione dovrebbe vigilare sul potere e invece ne è totalmente asservita per ragioni politiche o economiche. Non trasmette alcuna analisi critica della società. Un’informazione corretta dovrebbe aiutare a porci delle domande, quella italiana punta invece ad anestetizzare, a fornire delle risposte semplici, a dividere in modo manicheo quello che è bene da quello che è male.
Oggi in piazza ci sono forse mille persone, era lecito sperare fossero di più? E crede si possa mobilitare una massa critica più grande?
Molti hanno paura. Dopo i fatti di Napoli in tanti mi hanno scritto che non se la sentivano di scendere in piazza. Non si fidano del governo e delle forze dell’ordine, e come biasimarli? Io però credo moltissimo nelle potenzialità di questa mobilitazione. Ho visto una crescita esponenziale della consapevolezza e della presa di coscienza delle generazioni più giovani. Certo, se il telegiornale mostrasse ogni sera il numero di morti della guerra, oppure i femminicidi… senza tutti i buchi del sistema informativo sarebbe più semplice, ci sarebbero più persone in piazza.

sabato 17 febbraio 2024

Cos'è un regime

 

Gli ultimi due mesi tra i ghiacci della Siberia

DI RICCARDO RICCI

MOSCA — Tre ore di aereo da Mosca e cinquanta chilometri di strada, oppure due giornate di treno: tanto dista l’ultima prigione dell’attivista Aleksej Navalny. Ci era arrivato a fine dicembre dopo un tortuoso viaggio di tre settimane durante le quali nessuno sapeva dove fosse, nemmeno il giudice che doveva processarlo per l’ennesima accusa. Ufficialmente si chiama Ik-3 ed è tra le colonie penali più a Nord e isolate del sistema carcerario russo. Si trova nel villaggio di Kharp, nel Circondario autonomo di Jamalo Nenets oltre il Circolo Polare Artico. Per questo, il carcere di massima sicurezza è chiamato “Lupo polare”. Ci trasferiscono i condannati per i reati più gravi, recidivi, ergastolani. La colonia penale fu aperta nel 1961, riadattando le strutture dell’ex campo di lavoro 501 del sistema dei gulag.

Nel 1999, anni dopo la caduta del regime sovietico, ai detenuti fu concesso di costruirsi una chiesa. C’è una biblioteca, un emporio e un laboratorio per produrre souvenir destinati a sostenere le popolazioni dell’estremo Nord. La prigione è dotata anche di uno studio televisivo per girare filmati educativi, destinati ai detenuti di altre colonie penali. Le condizioni di vita restano però le più dure dell’intero sistema carcerario e, per coloro che come Navalny sono ritenuti colpevoli di violazione della disciplina, le restrizioni si fanno più rigorose: detenzione in isolamento, limiti all’acquisto di beni di prima necessità, riduzione delle visite con i familiari. La passeggiata, che in condizioni di buona condotta dura fino a tre ore, viene ridotta a un’ora e mezza. All’arrivo a Kharp, Navalny aveva descritto il cortile per l’ora d’aria come uno spazio dalle dimensioni di una cella, stretto tra alte mura, con la sola differenza «della neve sul pavimento». Al momento del malore che secondo il Servizio penitenziario l’ha portato alla morte era appena rientrato dalla passeggiata quotidiana nella cella d’isolamento dove si trovava dal 14 febbraio. Ci era tornato dopo pochi giorni dall’aver scontato un altro periodo di punizione, per la 27esima volta dal suo trasferimento a Kharp.

Navalny ha trascorso più di tre anni in prigione, 1120 giorni di cui oltre 300 in cella di rigore per i motivi più disparati: “essersi presentato in modo errato”, “aver sbottonato la casacca”, essersi rifiutato di “lavare la recinzione”, aver “offeso” una guardia penitenziaria rivolgendosi per cognome e non con nome e patronimico. Nell’ultimo anno e mezzo non ha potuto incontrare moglie e figli, né telefonargli. Nella colonia penale IK-6 del villaggio di Melekhovo, regione di Vladimir, dove aveva trascorso i primi due anni di detenzione, era finito in cella di isolamento 23 volte, per periodi intervallati a volte da un solo giorno in camerata. Inaugurata da uno sciopero della fame, la permanenza nella IK-6 è stata caratterizzata dai continui attriti con la direzione del carcere, contro la quale lo staff di Navalny ha avviato una serie di querele per violazioni delle condizioni di detenzione.
Alla fine di settembre 2023, dopo circa un mese dalla seconda condanna, a 19 anni per organizzazione estremista, è stato definitivamente trasferito in una cella singola. «Ecco, ho una nuova cella e una nuova scritta sulla schiena - aveva dichiarato in un commento affidato ai suoi avvocati – Un anno di detenzione in cella singola, la punizione più severa possibile per le colonie di ogni tipo». Non sapeva che di lì a poco sarebbe stato trasferito nella prigione più remota del Paese.

Nella tragedia presto oblio

 

L’ecatombe infinita dei nuovi schiavi mentre il Palazzo nega l’omicidio sul lavoro

DI STEFANO MASSINI

Sirene, ambulanze, vigili del fuoco. Traffico paralizzato. Cos’è successo? Un crollo, nel cantiere, poco fa. Due morti, anzi tre, forse di più. Questa strada l’ho percorsa, nella vita, migliaia di volte. Ogni mattina, per andare a scuola, in motorino o in bicicletta. Questa strada l’ho vista cambiare, da quando su tutto svettava il vecchio tozzo parallelepipedo del panificio militare, poi il degrado, poi le ruspe, poi il nuovo cantiere da cui sboccerà come un fiore l’ennesimo centro commerciale. Appena sarà inaugurato, miriadi di carrelli si riempiranno di barattoli e surgelati, dopodiché arriverà Natale e sarà un tripudio di luminarie e di alberellisfavillanti. A quel punto, se tutto va secondo il consueto copione, nessuno si ricorderà più degli operai morti ieri mattina, sommersi dalle macerie di un intero solaio venuto giù come cartapesta fra le urla dei testimoni. 

E il trallallà deijingle coprirà come una marea il requiem di queste ore, le frasi sul sentito cordoglio e il piagnucolante miserere che fa da immancabile soundtrack a queste mattanze del cemento armato (sì, armato in tutti i sensi, e come tale dotato di un’autoconferita licenza di uccidere).

Si racconta che la cupola del Brunelleschi costò la vita a un solo operaio, nel ventennio della sua ardita costruzione. Eppure di quell’operaio nessuno smania ovviamente per conoscere il nome, dal momento che la possanza dell’architettura ben ammette il sacrificio di un’anonima vita umana. Così sarà per il nuovo punto vendita in rapida edificazione, a tutti gli effetti un tempio del terzo millennio in cui celebrare il rito laico di questa ecclesia, che si aduna appena suona la campana dello sconto e fraternizza devota fra gli scaffali e le casse. Sono le vittime necessarie all’abbagliante fulgore dell’esito finale. Non narra forse Erodoto dei famosi centomila schiavi che costruirono le piramidi, intitolate nei millenni al lustro di Cheope, Chefren e Micerino?

Anche in questa occasione, per partorire le urbane piramidi dell’outlet, la manodopera affolla il cantiere in un brulicare continuo e operoso, nel via vai delle betoniere e dei caterpillar, con l’apparente rassicurazione che non si tratta più degli schiavi di Erodoto, bensì di operai salariati e protetti da ogni rischio. Ma è così, davvero?
Ancora non si è depositata la polvere delle macerie, e già emergono le prime voci su quel cantiere in cui si lavorava per appalto, e per di più schierando lavoratori con contratti metalmeccanici, guarda caso più convenienti e agili di quelli edili. Viene allora spontaneo chiedersi se sia così marcata la differenza fra lo schiavo etiope travolto a Giza da un macigno per la gloria dei faraoni e l’operaio che nel 2024 muore schiacciato da un blocco di cemento a Firenze, la stessa città in cui Vasco Pratolini ambientava il suo Metello, epopea di muratori a cui tocca in sorte un tragico incidente fra i ponteggi. Sono passati settant’anni dalla pubblicazione di quel romanzo, ma eccoci qua a commentare ancora l'ecatombe di chi muore e precipita nell’oblio, perché a nessuno frega nulla delle vittime sacrificali di questo gigantesco gioco di mattoncini Lego dove conta solo costruire e farlo in fretta, per tagliare il nastro e brindare con lo spumante offerto dallo sponsor.

E allora sai che c’è? Ti passa anche la voglia di scrivere un pezzo come questo. Da anni denunciamo, da anni ci indigniamo e da anni invochiamo almeno quel reato di omicidio sul lavoro che contribuisca ad elevare il rischio di tradurre un turno di lavoro in un giro di roulette russa. Ma il cosiddetto Palazzo è sordo, e sembra ogni volta che pretendere sicurezza per chi lavora equivalga a sabotare il progresso e l’irresistibile marcia in avanti dell’imprenditoria, cosicché hai l’impressione di rimbalzare contro un muro di gomma.
Intanto crollano pilastri, esplodono cisterne, si ribaltano muletti, e di mese in mese la narcosi tenta di coprire la carneficina, riuscendovi perfettamente salvo quando a Brandizzo o adesso a Firenze il numero delle vittime salta ahimè in prima pagina e tocca mettersi la maschera cineraria della grama circostanza, regalando un po’ di occhi lucidi a favore di telecamera. Altrimenti regnerebbe il silenzio e avanti un altro, aumentando il conteggio delle lapidi e il fatturato delle corone funebri, in una specie di sabba stregonesco in cui ormai i lavoratori di Pellizza da Volpedo sembrano incedere verso una colossale fossa comune, pronta a inghiottirli.

Tragedia

 


Trenta società in subappalto alcune oltre il terzo livello, che significa lavoro solo per respirare. Lo sciopero dei sindacati, il comunicato di condoglianze di Esselunga. Tre morti, cinque feriti.