giovedì 15 febbraio 2024

Fiat Fiat

 

IllustratoFiat
di Marco Travaglio
Quand’ero bambino, siccome mio padre lavorava alla Fiat, ogni due mesi ci arrivava a casa IllustratoFiat, l’house organ aziendale che raccontava i nuovi modelli del gruppo, ma anche le storie di dirigenti, progettisti e operai. Due anni fa ha chiuso alle soglie dei 70 anni. Nessuno, leggendolo, si aspettava una visione imparziale dell’industria dell’auto. Era la voce della Fiat, molto più onesta degli altri giornali di casa Agnelli (ora Elkann): prima La Stampa (per i torinesi “La Busiarda”), ora anche il Secolo XIX e Repubblica, che se la tirano da testate indipendenti, anche se tutti sanno chi e a cosa servono. A volte, grazie agli attributi di alcuni direttori e alla furbizia di Gianni Agnelli, riuscivano, se non a essere indipendenti, almeno a sembrarlo (nel 2005 Giulio Anselmi mise in prima pagina sulla Stampa il ricovero di Lapo Elkann in coma dopo il festino con droga e trans). Ma sono lontani ricordi. Oggi i lettori di Repubblica e Stampa, per sapere che John Elkann è indagato per frode fiscale, devono munirsi di microscopio elettronico e fare la caccia al tesoro nelle pagine interne: non una sillaba in prima e, dal secondo giorno, neppure nelle altre. Il tutto mentre Stampa e Repubblica gridano un giorno sì e l’altro pure al bavaglio di destra (come se non ne avessero uno incorporato), ai conflitti d’interessi di destra (come se non ne avessero uno grosso come una casa) e alle censure di TeleMeloni, cioè della Rai che nasconde le notizie negative sul suo editore (il governo) esattamente come Stampubblica col suo. Siccome poi il gruppo Elkann è molto filo-Usa&Israele, la catena degli affetti si allunga alla politica estera. Infatti un mostro sacro come Bernardo Valli se n’è andato inorridito da Repubblica.
Martedì Rep apriva col leggendario titolo “La destra marcia sulla Rai. La maggioranza censura le parole di Ghali”. Purtroppo lo stesso giorno il Fatto rivelava che da venerdì Rep aveva un’intervista a Ghali ma, siccome le sue risposte su Gaza e Israele non garbavano al direttore Sambuca Molinari, l’aveva fatta sparire. È riapparsa solo sul sito di Rep e solo quando il Fatto ha rivelato la censura, accanto a un tragicomico comunicato che smentiva categoricamente la censura confessata lì a fianco e poi denunciata anche dal Cdr. In compenso, sempre martedì e sempre su Rep, Francesco Merlo dava dell’“antisemita” e del “cretino pieno di idee” a Ghali per aver denunciato la mattanza di Gaza dal palco di Sanremo: insulti che nessun censore di TeleMeloni si è mai sognato di lanciare, mentre sono il lessico familiare del mazziere di Sambuca, già noto per aver paragonato Zerocalcare agli stragisti di Hamas. Se Stampubblica si decidesse finalmente a chiamarsi IllustratoFiat, sarebbe tutto più chiaro. E più onesto.

L'Amaca

 

Troppi puntini su troppe “i”
DI MICHELE SERRA
Di fronte alla carneficina di Gaza e al pogrom del 7 ottobre, le polemiche nazionali su questa o quella frase pronunciata in televisione sono veramente imbarazzanti. Nessuno ha inneggiato alla strage o esaltato la violenza (ingredienti che abbondano nei social), dove sta dunque lo scandalo, perché la stizzosa trafila di comunicati, repliche, correzioni, con quale centimetro questo Paese si è ridotto a misurare la sua piccola indignazione, i suoi cavilli retorici, le sue beghe, di fronte ai chilometri di sangue che scorrono laggiù?
Nella fase (insperata) in cui il Parlamento trova per miracolo un suo momento di decenza, e sospende il gioco delle parti per chiedere il cessate il fuoco, non potrebbero cessare il fuoco anche le fazioni mediatiche, che si accapigliano da quattro mesi a costo zero, giusto per il piacere di mettere i puntini sulle “i” dell’altro? E se ognuno si limitasse a occuparsi delle “i” proprie? Se anche un trapper o un giornalista o chiunque abbia parola pubblica (dunque: molte migliaia di persone) dice la sua, in base a quale strambo principio gli si chiede di correggere, emendare, aggiungere, come se si dovesse sempre arrivare a una specie di “pensiero comune” proprio su un argomento sul quale un pensiero comune non esiste?
La buona vecchia frase, anche cortese, “non sono d’accordo”, non basta? Ogni volta che uno dice “Gaza” bisogna sgridarlo perché non ha detto “sette ottobre”, e ogni volta che uno dice “sette ottobre” bisogna sgridarlo perché non ha detto “Gaza”? E accettare che no, non esiste una opinione condivisa, su quel macello, non sarebbe una novità interessante?

mercoledì 14 febbraio 2024

Goduriosamente


Un babbeo è per sempre!

 




Via l'Irpef!

 


Robecchi!

 

Il ritorno dell’Eiar. Pronti i cartelli in Rai: “Qui non si parla di politica”
di Alessandro Robecchi
Lei è poeta? Bene, allora faccia il poeta e non rompa i coglioni. In sintesi la serena posizione della destra fantasy al potere in Italia su argomenti come “arte e politica”, “arte e società” e altre questioncelle di cui si dibatte da alcune migliaia di anni è questa, come potete vedere, molto articolata. In confronto, le scritte nelle osterie ai tempi del Ventennio – “Qui non si parla di politica” – erano un trattato di densa complessità semantica. Ora no, niente di tutto questo, ora si va per le spicce, come dice il deputato Giorgio Mulè di Forza Italia: “A Sanremo si va per cantare”. Ecco, bon, finito. E se qualcuno, oltre a cantare (e magari pure cantando!) dice delle cose sul mondo – dall’immigrazione all’ambiente, dalla guerra al genocidio di Gaza, alla fame nel mondo, ai salari bassi – ecco che “è uno sproloquio”, oppure (per i più colti) “le cose vanno dette nel loro contesto”, oppure, “ecco vuole farsi pubblicità”, o ancora “non sa quel che dice”.
All’ultimo step c’è anche il non mettere in difficoltà la sora Mara Venier, poverina, che all’età di 73 anni, e installata in tivù da quando c’erano i tram a cavalli, si presta alla lettura di un comunicato Eiar sollecitato dall’ambasciatore di Israele per paura di non fare carriera. Cerchiamo di capirla.
Gli argomenti per dire ad artisti, cantanti, scrittori, registi e altri esponenti della cultura il classico e volitivo “Stai al posto tuo” sono numerosi e, ahimè, sempre gli stessi. Il primo e più gettonato è l’intramontabile “non è il momento”, “non è il posto giusto”, “il contesto non è quello adatto”. Insomma, come ha detto zia Mara, “Questa è una festa e si parla di musica”, mica di immigrati (questo zittendo Dargen D’Amico), anche se poi ha letto il famoso comunicato, che non parlava di musica per niente. E vabbè.
Poi c’è un altro classico e sempreverde manganello per chi si ostina a occuparsi del mondo oltre a cantare una canzone (come se cantare una canzone non fosse occuparsi del mondo, poi!), ed è l’accusa di guadagnarci qualcosa, di lucrare in popolarità. “Vuole farsi notare!”, è la terribile accusa, magari pronunciata da politici di seconda, terza e quarta fila che venderebbero la madre per veder pubblicata una loro dichiarazioncina con fotina annessa. Questo fa sempre molto ridere, perché di solito – come nel caso di Ghali – quello accusato di volersi fare pubblicità dicendo “cessate il fuoco” è già molto, ma molto, ma molto più popolare e noto del pupazzetto che si indigna. Seguendo lo stesso ragionamento potremmo dire che Mulè (e altri) si fanno pubblicità parlando di Ghali, sarebbe più sensato, perché sono in effetti meno popolari e molto meno amati dal pubblico.
L’ultima cartuccia per tenere gli artisti “al posto loro” se la giocano in molti, compresi corsivisti, commentatori e paraguru dell’informazione, ed è – nell’impossibilità di smontare l’argomento – l’operazione di svilire chi lo pronuncia. Insomma, siccome è difficile di fronte a un “Basta con il genocidio!” rispondere “No, no, avanti con il genocidio!”, si contesta la lucidità, o la conoscenza dei fatti, o l’autorevolezza di chi lo dice. Come se si dovesse essere chissà quanto autorevoli per dire che non bisogna assassinare donne e bambini. Insomma è una variante del “Che ne sai tu che fai il cantante!”, detto quasi sempre da gente che ne sa infinitamente meno, ma si adegua. Deve sembrare ai volenterosi censori un’arma invincibile e acuminata. Insomma! Che ne sa un cantante di genocidi? Chi si crede di essere, eh, la Corte dell’Aja? Ops…

Tutti Bonino!

 

Emma e Bonino
di Marco Travaglio
“Tutti in coda da Bonino. La gara dei ‘corteggiatori’”. A questa scena imbarazzante tipo Uomini e donne (manca solo Tina Cipollari) il Corriere dedica un’intera pagina, perché è roba grossa. La tronista radicale ha convocato il 24 febbraio in un centro congressi (si prevedono folle oceaniche) un plotone di corteggiatori, ansiosi di accaparrarsi i suoi milioni di voti per fare cappotto o almeno superare il 4% alle Europee: +Europa, Azione di Calenda, Iv di Renzi, il Pd di Schlein, i Verdi di Bonelli, i socialisti di tal Maraio. Tutti invitati dalla nota trascinatrice di masse, tranne uno: il solito fortunello Conte, escluso perché “i 5S hanno esordito col leader della Brexit Farage e votato contro il sostegno a Kiev”. E lei alla coerenza ci tiene. Pasionaria pacifista, ha sostenuto tutte le guerre Nato. E ha risieduto in Parlamento per 46 anni, dal 1976 al 2022: 11 legislature, di cui 8 in Italia e 3 in Europa, ora coi radicali, ora con B. (ai bei tempi di Previti e Dell’Utri), ora con Prodi nell’Ulivo, ora col Pd, ora col clericale Bruno Tabacci per non dover raccogliere le firme per il suo progetto anticlericale. Senza contare le sei o sette autocandidature al Colle, tutte fallite, e i vari incarichi di governo in Italia e in Europa. Franza o Spagna.
Il guaio è che, mentre lei riusciva sempre ad agguantare un seggio (tranne nel 2022), i suoi partiti variamente denominati (cambiano nome ogni due anni) finivano invariabilmente trombati: mai superata la soglia nazionale del 3% e quella europea del 4. Nel 2018, alle Politiche, tutti la davano per trionfatrice: fece il 2,55%. Nel 2019, alle Europee, tutti le vaticinavano strepitosi successi: fece il 3,09. Del resto già nel 2010, quando il centrosinistra la candidò a presidente del Lazio (rigore a porta vuota), riuscì a consegnare la Regione alla Polverini. Eppure tutti continuano a scambiare la nota frequentatrice di se stessa per una gallina dalle uova d’oro. Lei tronista e, ai suoi piedi, i corteggiatori attratti dalle sue messi di voti e dalla chiamata alle armi contro la “destra reazionaria e sovranista” che minaccia l’Ue. Nobile proposito, se non fosse che nel 1999 una certa Bonino, eletta a Strasburgo con altri 6 della Lista Bonino, formò il “Gruppo tecnico dei deputati indipendenti” con tutti i peggiori nemici dell’Europa: i 3 eletti della Lega Nord, quello del Msi-Fiamma Tricolore, i 2 fasci belgi di Blocco Fiammingo (poi sciolto dopo varie condanne per razzismo e xenofobia) e l’intera delegazione del Front National di Le Pen. Non la figlia moderata Marine: il padre fascistissimo Jean-Marie. Il leggendario “gruppo Bonino-LePen” fu subito sciolto perché illegittimo: primo e unico caso nella storia dell’Europarlamento. Chissà se le due Bonino si sono mai conosciute.