Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 4 febbraio 2024
Fuochi amici
di Marco Travaglio
Non sappiamo se sia vero che ieri le truppe di Kiev, con i nostri soldi e le nostre armi, hanno bombardato una panetteria nel Luhansk ammazzando almeno sette persone: lo dicono i filo-russi, speriamo che sia falso. Non sappiamo neppure se sia vero che l’areo militare russo abbattuto dalle truppe di Kiev, con i nostri soldi e Patriot (“nostri” di noi occidentali “buoni” e astuti, s’intende), trasportava 65 soldati ucraini destinati a uno scambio di prigionieri (tutti morti): lo dicono i russi, speriamo che sia falso. Invece è senz’altro vero che gli Usa hanno bombardato non solo la nemica Siria, ma anche l’Iraq, nostro amico da quando nel 2003 lo liberammo da Saddam Hussein e dal suo regime sunnita issando al potere i suoi nemici sciiti. Purtroppo non calcolammo che i sunniti si sarebbero incazzati: infatti crearono l’Isis, cioè lo Stato Islamico fra Iraq e Siria e un’ondata di terrorismo in Occidente (specie in Europa). E, per combatterli gratis, mandammo a morire i curdi, che poi lasciammo alle amorevoli cure del nostro caro Erdogan. Ma non calcolammo nemmeno che gli sciiti sono filoiraniani: eppure lo sapevamo bene nella guerra Iran-Iraq, infatti armammo Saddam contro gli ayatollah anche con le armi di distruzione di massa che poi lo accusammo di conservare per spararci addosso.
E così ora ci ritroviamo a Baghdad gli sciiti da bombardare e i sunniti dell’Isis che continuano a spararci con le nostre armi. La stessa svista ci costò un pochino anche nei Balcani, dove il più pulito ha la rogna, ma noi scegliemmo i puzzoni kosovari contro i puzzoni serbi, concedemmo financo l’indipendenza al Kosovo, poi purtroppo divenuto un covo di jihadisti che iniziarono a spararci addosso con le nostre armi. Stessa scena dell’Afghanistan, dove armammo i mujaheddin contro i russi e poi ce li ritrovammo in veste di Talebani a puntarci contro le nostre stesse armi. E decidemmo di neutralizzarli con una guerra di 21 anni che li rafforzò e li riportò al potere cento volte più potenti e popolari di prima, mentre le truppe Usa scappavano a gambe levate tipo Saigon. Nel 2006 il Senato Usa tracciò il bilancio dei primi cinque anni di “guerra al terrorismo” in Afghanistan e in Iraq dopo l’11 Settembre: era già costata “mille miliardi di dollari”, ma aveva “peggiorato la posizione americana” producendo più terrorismo di prima. Ora vedremo quanto impiegheranno tutte le armi che abbiamo regalato all’Ucraina, quando la musica cambierà, a rivoltarcisi contro. Perché in tutte queste guerre le armi sono quasi sempre le nostre: cambia solo chi le usa e contro chi. A furia di appiccare incendi in Paesi che non sai neppure dove stanno sulla carta geografica, presto o tardi ti spari nei coglioni.
L'Amaca
Il formalismo vizio capitale
DI MICHELE SERRA
Si fa fatica a capire come la Chiesa, una delle poche istituzioni bene o male ancora attive e funzionanti in una società parecchio sbriciolata, possa perdere del tempo a discutere del seguente tema: possono le persone divorziate, separate o che non frequentano la Chiesa, essere madrine o padrini a battesimi e cresime? Pare che il dibattito sia conseguente a un veto dell’arcivescovo di Genova, che dice che no: non possono.
Con tutto il rispetto per gli arcivescovi, e anche per i regolamenti interni (anche il Rotary avrà il suo, immagino) esiste qualcuno, dentro e fuori la Chiesa, che possa considerare davvero rilevante un quesito del genere? Rispetto alla fame, alle migrazioni, alle guerre, allo schiavismo, o anche a questioni di evidente rilievo teologico (Dio esiste? C’è vita, oltre la morte?), che interesse può avere stabilire il curriculum per fare il padrino o la madrina di battesimi e cresime, posto che in genere è una cosa che si fa per amicizia, o per affetto, o per parentela, non certo per delega pontificia?
Se il rispetto per la forma è una virtù, il formalismo è un vizio capitale. Quasi un crimine contro la realtà delle cose. Ci sono persone non divorziate, e devotissime, che sono formidabili stronzi, e ci sono bigame e bigami di grande umanità. E viceversa, naturalmente.
Non per farmi i fatti vostri, caro arcivescovo: ma andare alla sostanza umana delle cose, quando? Sentenziare sulla condotta privata degli esseri umani non vi ha ancora stufato, dopo così tanti secoli di moralismo inumano?
sabato 3 febbraio 2024
C'è sempre un pulpito!
“No a privilegi eterni”: Repubblica attacca solo quelli degli altri
AIUTI DI STATO - Saldo netto di 10 miliardi per l’ex Fiat. L’attacco, Messaggero e Foglio tra travi e pagliuzze
di Nicola Borzi
Fa specie leggere di “privilegi” se a usare la clava del “libero mercato” sono certe testate. Come Repubblica, controllata dalla Gedi degli Elkann-Agnelli azionisti di Stellantis, l’ex Fiat. Mentre il gruppo auto torna a battere cassa a Palazzo Chigi, minacciando di chiudere gli impianti in Italia se non incassa sussidi, il giornale fondato da Eugenio Scalfari redarguisce gli agricoltori con commenti intitolati “I privilegi non sono eterni”. La Stampa, sempre gruppo Gedi, piazza la notizia dello scontro Tavares-Urso in un trafiletto in prima e poi la relega a pagina 18. Eppure, secondo il libro Licenziare i padroni scritto nel 2004 da Massimo Mucchetti (ex giornalista dell’Espresso), Fiat ha sempre avuto come “socio comodo” lo Stato: nei soli anni 90 i governi le hanno versato aiuti per 5 miliardi di euro e ne hanno ottenuti 3,3 di imposte, con un bonus di 1,7 per la famiglia torinese e gli altri azionisti. Che nello stesso periodo iniettavano in Fiat capitale per 2,1 miliardi ma ne incassavano 2,9 con i dividendi. Altri stimano gli aiuti pubblici alla Fiat in oltre 10 miliardi.
A redarguire gli agricoltori sui benefici del “libero mercato” arrivano anche i commentatori del Messaggero, che su Stellantis ha sempre usato la mano leggera, come quando a novembre sventolava l’“aumento degli stipendi da gennaio”. Ma il cui editore Caltagirone vedrà le sue battaglie finanziarie beneficiate dalle norme sulle assemblee delle società quotate inserite nel decreto Capitali del governo Meloni. Di rinforzo contro i coltivatori spunta Claudio Cerasa, direttore del Foglio, che spiega “Mercato, Europa, globalizzazione: gli agricoltori combattono in piazza tutto ciò che ha permesso all’agricoltura di prosperare”. Il Foglio però su Tavares & C. titola “Attrarre, non litigare. Cosa manca al governo quando parla di auto”. Dal 1997 al 2021 il giornale ha ricevuto aiuti pubblici per 61,5 milioni: loro sì s’intendono di “libero mercato”.
Certo, l’agricoltura europea è sussidiata sin dal 1962, quando fu varata la Pac per tutelare un settore strategico e regolare l’esodo dai campi per impedire la desertificazione produttiva e demografica delle aree rurali. Ma se si guarda alle cifre, la Ue la sostiene anche meno di altri grandi Paesi. Secondo l’Ocse nel 2021 i sussidi alla produzione agrozootecnica Usa erano pari al 10,6% del fatturato. In Italia, secondo l’Istat, nello stesso anno valevano meno del 7,8% dei ricavi ed erano molto disomogenei a livello territoriale, settoriale e aziendale.
Il reddito operativo medio dell’azienda agricola italiana due anni fa era di 34.772 euro: un valore lordo e variabile che rappresenta le entrate delle famiglie coltivatrici. Dal 2023, poi, la nuova Pac ha tagliato gli aiuti del 15%: per l’Italia sino al 2027 saranno in totale 35 miliardi, 26,6 di fondi Ue e 7,4 di cofinanziamento nazionale, che vanno a sostenere 1,13 milioni di aziende con 1,46 milioni di agricoltori e familiari collaboratori e 1,3 milioni di braccianti. Ma i “privilegi”, a quanto pare, sono sempre solo i loro.
L'Amaca
Il mistero agricolo
DI MICHELE SERRA
Vi sarà capitato di leggere o ascoltare cose sulle proteste degli agricoltori in mezza Europa. E di capirne poco.
Consolatevi: capita anche a me, che pure nei campi ci bazzico. L’agricoltura, nel mondo sviluppato e urbanizzato, è diventata un mistero. Il rapporto con il cibo è così indiretto, così mediato, così artificiale che in larga misura si è perduta cognizione dei suoi modi di produzione e del mondo dal quale il cibo proviene.
Lo sapevate, per esempio, che “sovranità alimentare” non è una nuova idea del sovranista Lollobrigida contro la farina di grillo, è una vecchia idea del movimento dei contadini indiani e di Vandana Shiva contro le multinazionali che brevettano le sementi, affamandoli? Lo sapevate che il settore primario è il più assistito, il più foraggiato (metafora agricola) al mondo, eppure stenta effettivamente a tirare avanti perché i prezzi sono decisi dalla grande distribuzione e tengono in pochissimo conto il lavoro e i costi di chi produce?
Lo sapevate che nessun quotidiano italiano (non so in Europa) ha una pagina dell’agricoltura, a conferma del fatto che il cibo, ontologicamente, è ciò che troviamo incellofanato nei supermercati, non le bestie, non gli orti, non le serre e i filari? Lo sapevate che l’impatto ambientale e climatico della filiera del cibo (allevamento intensivo per primo, ma anche il trasporto febbrile e globalizzato: avete mai mangiato ciliegie cilene a Natale?) è quasi altrettanto nocivo di quello industriale?
Lo sapevate che nessun quotidiano italiano (non so in Europa) ha una pagina dell’agricoltura, a conferma del fatto che il cibo, ontologicamente, è ciò che troviamo incellofanato nei supermercati, non le bestie, non gli orti, non le serre e i filari? Lo sapevate che l’impatto ambientale e climatico della filiera del cibo (allevamento intensivo per primo, ma anche il trasporto febbrile e globalizzato: avete mai mangiato ciliegie cilene a Natale?) è quasi altrettanto nocivo di quello industriale?
La società urbanizzata ha occultato, insieme ai cicli naturali, la fatica agricola. Per questo sappiamo, in genere, come prendere posizione quando vediamo operai in sciopero. I contadini e i trattori ci prendono sempre di sorpresa. Come i sogni, escono dall’inconscio.
Depressione
L’Armageddon, il “Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris”, la Spoliazione, il Deserto…
Come pagare un tossico
di Marco Travaglio
Grandi festeggiamenti perché l’Ue ricatta il ricattatore Orbán e gli strappa un sì al nuovo pacco dono da 50 miliardi all’Ucraina. Cioè all’ennesimo autogol spacciato per vittoria. Neppure gli agricoltori vessati e impoveriti che assediano il Palazzo di Bruxelles per contestare le scelte europee di austerità a senso unico, la concorrenza sleale del grano ucraino, i prezzi folli dovuti a guerre che l’Ue fa di tutto per alimentare bastano a far riflettere i conducenti dell’autobus impazzito che chiamiamo Europa e i loro aedi. Questi pazzi scatenati non si accorgono di gonfiare le vele ai peggiori fascio-nazionalismi, che cavalcano strumentalmente il ceto medio massacrato, le piccole e medie imprese stritolate, le periferie sociali del lavoro schiavista e del non lavoro. E non sentono lo stridore offensivo di quei 50 miliardi inviati a un Paese fallito, corrotto ed estraneo all’Ue, in aggiunta ai 110 già donati dal 2022, per tenerlo in vita artificialmente un altro po’ e finanziargli nuove controffensive flop con altri 500 mila riservisti da mandare al macello. Il tutto per supportare gli interessi degli Usa, che hanno chiuso i rubinetti dopo aver buttato 113 miliardi, ma ringraziano noi scemi di guerra perché ora il conto lo saldiamo noi. Inviamo 50 miliardi alla cieca, senza sapere che fine faranno, né indicarne l’uso, né condizionarli a un iter diplomatico per un cessate il fuoco e un negoziato basato sull’esito del campo che salvi quel poco di salvabile rimasto.
All’Europa tutta, non solo ai 27 dell’Ue, servirebbe una conferenza per la sicurezza di ogni Stato che disinneschi tutti i focolai di tensione: quelli dovuti alla Russia e quelli causati da Nato&Ue che, se avessero lasciato neutrale Kiev e rispettato i patti di Minsk sull’autonomia del Donbass, avrebbero evitato la guerra. E se oggi intervenissero sulle cause della pirateria nel Mar Rosso, cioè i crimini di Israele a Gaza e dell’Arabia Saudita in Yemen, anziché sugli effetti, cioè i raid degli Houthi, eviterebbe un’altra escalation con il Sud e l’Est del mondo che non impoverisce gli Usa, ma noi europei. Inviare soldi al regime ucraino spappolato, sconfitto e fuori controllo è come darli a un figlio tossico: non un incentivo a disintossicarsi, ma a drogarsi. Pare averlo capito persino l’atlantista Fubini, quando nota sul Corriere che i 230 miliardi già buttati dall’Occidente in Ucraina non le han fatto recuperare nulla di ciò che ha perduto. Poi però invita Zelensky a “trovare una nuova definizione di vittoria”: che sarebbe “consolidare il territorio difeso con enorme coraggio” (quello che Putin non ha occupato), non potendo più riprendersi il resto (quello che Putin ha occupato). Non male, come idea: basta chiamare sconfitta la vittoria di Putin e abbiamo vinto noi.
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