martedì 5 dicembre 2023

Sciopero minimizzato

 


Dedicato ai soloni

 

L’hanno rimasto solo
di Marco Travaglio
Mesi fa, all’ennesima lista di putiniani, scrivemmo a mo’ di battuta che presto o tardi tutti avrebbero abbandonato Zelensky e sarebbe toccato a noi, noti servi di Putin, difenderlo. Mai fare battute. Infatti il momento è già arrivato. E il capo delle forze armate certifica la sconfitta sul campo in polemica con Zelensky. Usa e Nato accusano Zelensky di aver perso la guerra (persa in realtà da loro) per non aver fatto di testa sua (invece ha fatto di testa loro). E premono perché tratti dopo averlo spinto a non farlo, anzi a vietare per decreto i negoziati in attesa della disfatta russa, del default di Mosca e della caduta di Putin. Come ha ricordato l’ex premier israeliano Bennett, Biden e Johnson bloccarono l’intesa Mosca-Kiev da lui propiziata per un cessate il fuoco nel marzo 2022: mezzo milione di morti fa. Zelensky rinvia le elezioni del 2024 perché teme di perdere pure quelle, con buona pace della propaganda sul popolo schierato come un sol uomo con lui e con la guerra a oltranza fino all’ultimo ucraino. Sua moglie non vuole che si ricandidi, temendo di restare prematuramente vedova in una guerra civile scatenata dagli oltranzisti nazistoidi che lo ritengono troppo debole e i trattativisti filoccidentali che lo giudicano troppo rigido. Il sindaco di Kiev dice che la famosa democrazia ucraina somiglia alla Russia: noi lo sospettavamo almeno da quando Zelensky mise fuorilegge gli undici partiti di opposizione, ne arrestò il capo, unificò le tv in un solo canale di propaganda ed epurò ministri, generali e autorità locali con accuse di corruzione non suffragate dai magistrati. L’ex presidente filo-Usa Poroshenko tenta di incontrare il filo-putiniano Orbán e i conservatori Usa e Ue, ma viene fermato alla frontiera e accusa Zelensky di “involuzione autoritaria”. Ora, se non lo salva Bruno Vespa, interveniamo noi.
Ps. Paolo Mieli, polemizzando con un giornale a caso, dice che chi vide giusto fin dall’inizio aveva torto perché, senza le armi Nato e Ue all’Ucraina, Putin sarebbe arrivato a Kiev (o, secondo la teoria Servergnini, a Lisbona). Paolino, non fare il furbo. Nato e Ue non ci competono. Noi abbiamo sempre chiesto che l’Italia non inviasse armi a Kiev (in base all’art. 11 della Costituzione, non poteva farlo e infatti non l’aveva mai fatto in 75 anni con alcun Paese non alleato), ma solo aiuti difensivi, finanziari, sanitari e alimentari. E si facesse mediatrice di una tregua e di un compromesso con S. Sede, Israele, Turchia e Cina per salvare il salvabile di un Paese destinato alla distruzione e al massacro senz’alcuna speranza di sconfiggere la Russia. Quindi non polemizzare con ciò che in questi 21 mesi non abbiamo mai detto, ma con ciò che abbiamo detto. E, se puoi, non scordarti ciò che hai detto tu.

L'Amaca

 

Non luogo a procedere
DI MICHELE SERRA
Si immagina che l’inchiesta disciplinare a carico del generale Vannacci intenda imputargli, diciamo così, mancanza di contegno per un servitore dello Stato, per giunta in divisa. Troppa gazzarra, insomma. Temo però che, al netto delle buone intenzioni, sia controproducente.
Qualcuno (Vannacci per primo) la interpreterà come un caso di censura, utilissimo per confermare la fola che esista una dittatura del “politicamente corretto”, e gli spiriti liberi e anticonformisti ne siano colpiti come i martiri cristiani sotto Diocleziano.
Sentirsi discriminati e perseguitati è la loro fissazione, anche se governano, anche se pubblicano libri che sono un florilegio di luoghi comuni sull’universo mondo (per questo hanno successo) e che Arbasino avrebbe forse tradotto in “signora mia, se avessimo continuato a chiamare froci gli omosessuali, non saremmo a questo punto!”.
Se ne parlava ormai poco, di Vannacci, passata la tempesta. E anche la tempesta, se posso dire, fu eccessiva: che “scandalo” è sapere che un generale dei parà ha del mondo un’idea molto gerarchica e molto maschilista, in virtù di quella che, per semplificare, potremmo chiamare cultura da caserma? Ora si rischia di riparlarne con nuovi accenti polemici e vittimistici, concedendo ai suoi fan un tempo supplementare, a partita chiusa, nel quale sostenere a petto in fuori le ragioni di un finto perseguitato nel nome di idee fintamente discriminate, eppure ogni giorno pullulanti in titoli e articoli e trasmissioni dei media di destra (che sono in larga maggioranza). Non si potrebbe fare finta di niente, partorire un “non luogo a procedere” pur di non concedere a Vannacci un’altra immeritata fettina di martirio?

lunedì 4 dicembre 2023

Dubbi e sciocchezze

 


Libro inascoltato

 

“Per giusta causa”, il romanzo che la sinistra non sa leggere
STORIE DI ORDINARIA DIGNITÀ NEGATA - L’avvocato Chiton. Dà ascolto a persone di ogni età e professione che vengono a cercare il diritto alla giustizia. Che vuole dire, prima di ogni cosa, diritto all’esistenza
DI TOMASO MONTANARI
Se dal libro Per giusta causa di Danilo Conte (edizioni Milieu 2023) fosse tratta una serie televisiva, sono certo che sarebbe uno strepitoso successo. E, sia detto col dovuto rispetto, riuscirebbe a incidere sul senso comune in misura assai maggiore della più agguerrita campagna sindacale. Il protagonista di questi diciassette racconti – scritti con una felicità di prosa e una leggerezza pensante che avrebbero incuriosito Andrea Camilleri – è l’avvocato Chiton, e la scena prevalente è Firenze (ma alcune storie hanno a che fare anche con Piacenza, Milano, Genova…).
Chiton è un giuslavorista, un avvocato di diritto del lavoro: e a questo punto il lettore inizierà a dubitare della sanità mentale di chi scrive. Cosa può esserci di avvincente nelle cause di lavoro? Leggetelo, e mi saprete dire. Il libro palpita di vite: vite letterarie dietro alle quali si percepiscono (quasi si riescono a toccare) le vite reali che le hanno ispirate. A volte velate da qualche variazione: a volte (come nel caso di Abd El Salam, ammazzato mentre scioperava “per diritti non suoi”) restituite nella crudezza oggettiva della verità storica.
E poi c’è la vita di Chiton, che cerca di imparare a non soffrire troppo in una giungla in cui le persone sono vittime e bersagli. Chiton è coriaceo: ma non al punto di non sognare, lungo tutto il libro, una via d’uscita: “Gli capitava di pensarci sempre più spesso. Come sarebbe stato vivere tutto l’anno al mare? Avere una pescheria a Castiglioncello, per esempio. Anzi no, meglio, essere un commesso in una pescheria di Castiglioncello. Non avere altra responsabilità che quella di sorridere a chi compra il pesce. E vendergli indifferentemente quello di oggi e quello del giorno prima. E se un giorno non vendi niente, chi se ne frega. Finito il turno correre su uno scoglio, senza più bisogno di parole, rimanere in silenzio delle ore, senza nemmeno pensare. Non avere niente da vendicare. Fermarsi in mezzo al ponte, senza il bisogno maledetto di stare sempre da una parte sola o di inventare ogni giorno una soluzione, dare una, dieci, cento risposte. Non era nato per dare risposte. Aveva sempre preferito le domande e invece di lavoro faceva quello. Dava risposte”.
Eppure, Chiton resiste, va in studio, ascolta, studia e lotta in tribunale. Lo fa per “giusta causa”: l’unica per cui si potrebbe licenziare, ma che qui vien rovesciata nella giusta causa delle vite che gli si affidano. Per Gaia, che lavora “come pianista in Teatro. Con le sue dita accompagnava i passi di danza del corpo di ballo. Da vent’anni era precaria. Per 108 volte, con 108 contratti successivi il Teatro l’aveva convocata per esigenze ‘temporanee’ una temporaneità lunga un quinto di secolo”. Gaia, che spera che il tribunale arrivi prima della sua malattia.
Per Cinzia e Valeria, giovani ricercatrici alle quali il Dipartimento di cui sono insieme schiave e colonne, “dopo 6 anni di contratti di collaborazione coordinata e continuativa”, ha fatto “per tre anni un contratto a termine, e poi altri tre anni con una agenzia di somministrazione. Dodici anni in tutto”, e che poi vengono buttate via come una carta sporca. Quando il sussiegoso direttore del dipartimento viene trascinato in tribunale da Chiton, giura di non conoscerle quasi: e paradossalmente non mente, perché mai le aveva viste come persone. E nemmeno lì si cura di loro, finché Chiton non gli pone un’unica domanda: “‘Giudice, può chiedere al teste se è vero che la relazione che lui ha tenuto il 22 giugno del 2013 in un Convegno a Lione è stata interamente scritta da una delle due ricorrenti, mostrando al teste il documento n. 14?’”. Il documento n. 14 era una mail con la quale Valeria scriveva al Professore: ‘Le allego la relazione, spero che vada bene, mi dica se occorre altro’”.
Chiton a volte vince, a volte perde: e nel frattempo cerca di tenere in piedi la sua relazione con Silvia, e di trovare un canale di comunicazione con Martina, figlia adolescente ha il dono soprannaturale di smaterializzare chiavette usb con cadenza pressoché quotidiana. Ma soprattutto Chiton ascolta. Ascolta persone di ogni età e di ogni professione che vengono da lui a cercare quello che non hanno trovato da nessun’altra parte, e che nel suo sguardo finalmente trovano: il riconoscimento della loro dignità, di un diritto alla giustizia che è prima di ogni altra cosa diritto all’esistenza.
Per giusta causa fa quello che la sinistra politica non riesce a fare: fare dell’ingiustizia che travolge milioni di vite diverse, il motore di un’aspirazione collettiva alla giustizia. Che è poi proprio questo: dare ad ogni persona la dignità di persona. Lo stupore misto a felicità con cui si chiude il libro è lo stesso con cui Josè – il camallo di Genova che ferma, con l’arma incruenta dello sciopero l’ennesimo carico di armi – riceve una telefonata di papa Francesco: “Ci ha invitati… Dice che siamo… Portatori del vangelo. Belin… Io nemmeno l’ho letto il Vangelo, sono anarchico io… Ma ha detto così”.

Cronaca di una fine

 


Come muore un’acciaieria: gli allegri carnefici dell’Ilva

UN LUNGO FUNERALE - Dalla svendita di B. all’amico Riva ai disastri ambientali fino all’oscena gara vinta da ArcelorMittal, che l’ha portata al collasso. Lo Stato, al solito, fa felici solo i privati

DI CARLO DI FOGGIA E MARCO PALOMBI

L’Ilva è moribonda, forse già morta e la pensiamo viva solo per abitudine: dopodomani un altro capitolo del suo lungo funerale si terrà in un cda che vede contrapposti i padroni di Mittal e il socio pubblico Invitalia. Se va bene, daranno un calcio al barattolo: se ne parlerà, ma qui vogliamo ricostruire come siamo arrivati fin qui.

Gli inizi.
La storia dell’Ilva inizia più di cent’anni fa, quella dell’Ilva a Taranto il 9 luglio del 1960, quando viene posata la prima pietra dell’Italsider (Iri), quella che diventerà la più grande acciaieria d’Europa: quattro anni, 400 miliardi di lire e migliaia di ulivi dopo entra in funzione il primo altoforno, nel 1965 il capo dello Stato Giuseppe Saragat inaugura il nuovo impianto. La fabbrica è troppo vicina alla città, in particolare al quartiere Tamburi, ma farla lì costa meno e la città ha fame di lavoro: “L’avremmo costruita pure in centro”, racconterà il sindaco Dc Angelo Monfredi. L’Ilva ha iniziato a inquinare Taranto nel momento in cui è nata: “Un’impresa industriale a partecipazione statale non ha ancora pensato alle elementari opere di difesa contro l’inquinamento e non ha nemmeno piantato un albero a difesa dei poveri abitanti dei quartieri popolari sotto vento”, scrisse Antonio Cederna sul Corriere della Sera nel 1971. Il magistrato Franco Sebastio aprì il primo fascicolo sui veleni dell’Italsider nel 1978. Quanto al resto, se l’Ilva ha portato lavoro e prodotto (ottimo) acciaio, Taranto ha creato poco o nulla attorno alla grande fabbrica.

La privatizzazione.
Sarebbe lungo spiegare come e perché, dopo la crisi degli anni 80, si arrivò alla privatizzazione della siderurgia pubblica: certo è che non è una storia di successo. Era il 1995 quando il cda dell’Iri, appena nominato da Silvio Berlusconi, decise di svendere a un amico del premier, Emilio Riva, la più grande acciaieria d’Europa con gli stabilimenti di Genova e Novi Ligure: molto se ne lamentò il concorrente sconfitto, Emilio Lucchini. All’epoca Taranto, sempre inquinando, produceva 8,5 milioni di tonnellate di acciaio all’anno e aveva un margine operativo lordo (Ebitda) di mille miliardi: Riva pagò 2.500 miliardi, 2,5 volte l’Ebitda, un regalo che si ripagò in un paio d’anni e su cui poi chiese pure lo sconto all’Iri perché aveva scoperto che doveva investire per rendere la fabbrica meno inquinante. Non lo fece mai davvero, tanto che fu condannato per inquinamento già nel 2002 e nel 2007.

“Ambiente svenduto”.
È l’inchiesta partita nel 2008 – Sebastio a quel punto è procuratore capo – che nel 2012 portò al clamoroso sequestro “senza facoltà d’uso” degli impianti per “disastro ambientale”: l’Ilva andava spenta nonostante l’anno prima avesse ottenuto dal governo Berlusconi una Autorizzazione integrata ambientale (Aia) che, oltre a elencare le prescrizioni che tutti conoscevano dal 1995, concedeva di aumentare la produzione da 10 a 15 milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Come che sia Taranto non chiuderà mai: il governo Monti reagisce al sequestro varando il primo decreto “Salva Ilva”, che consente agli impianti di continuare a produrre (ne seguiranno altri e quello di Matteo Renzi avrà incorporato anche uno “scudo penale”). Sempre nel 2012 l’esecutivo rivede l’Aia dell’anno prima e la approva per legge: prevede “l’ambientalizzazione” della fabbrica in tre anni, ma 11 anni dopo mancano ancora tre anni (ma il limite del 2025 sarà di certo spostato ancora).

Addio ai Riva.
La fabbrica finisce prima commissariata (2013) e poi in amministrazione straordinaria (2015): finisce l’era dei Riva tra le lagne di Confindustria (“Esproprio venezuelano”). Che bilancio dare dei loro 17 anni alla guida? Muscolare nei rapporti coi lavoratori (politica antisindacale, incentivo agli straordinari, il reparto-confino della palazzina Laf) e quanto al resto si può lasciare la parola alla Corte d’assise di Taranto: “Perseguire il profitto e la produzione a ogni costo” anche “in totale spregio di altri beni e valori costituzionalmente tutelati, come l’ambiente e la salute dei cittadini, nonché la dignità e la sicurezza dei lavoratori”. Sono 26 le condanne stabilite dalla sentenza del 2021 (su cui pendono appelli, quello degli ex proprietari ma pure dell’ex governatore Nichi Vendola), secondo cui – col benevolo silenzio di Stato, sindacati e un pezzo della città – la gestione Riva ha risparmiato 8 miliardi che avrebbe dovuto investire per migliorare gli impianti. Negli stessi anni la famiglia accumulava all’estero un ingente patrimonio, sulla cui legittimità però il tribunale di Milano ha dato ragione ai Riva contro la Procura.

La vendita.
Se la privatizzazione fu una svendita, l’uscita dall’amministrazione straordinaria è oscena. Il governo Renzi, ministro Carlo Calenda, mette all’asta Ilva come fosse un appartamento: al miglior offerente. Ma fa anche di peggio: partecipa, tramite Cassa depositi e prestiti, alla cordata “Acciaitalia” con gli indiani di Jindal, Delfin (la cassaforte di Leonardo Del Vecchio) e l’acciaiere Arvedi che sfida il colosso franco-indiano ArcelorMittal col gruppo Marcegaglia (“Am Investco”) e riesce nell’impresa di perdere. Il meccanismo è incredibile. Acciaitalia ha un piano ambientale/industriale che i tecnici di Calenda giudicano indubbiamente migliore (mentre stroncano quello dei rivali), ma offre meno: 1,2 miliardi contro gli 1,8 di Mittal&C, e il prezzo fa metà del punteggio. A quel punto Cdp e Arvedi, inspiegabilmente, si sfilano, ma Jindal e Delfin presentano un rialzo che si avvicina ai 2 miliardi. Invece di accettarlo, Calenda dice che ormai la gara è chiusa (“Non si può fare altrimenti”). Un anno dopo l’Anac, sollecitata dal successore Luigi Di Maio, lo smentirà: la gara era una trattativa privata, in cui i commissari di governo avevano le mani libere da “schemi e vincoli procedimentali” per massimizzare il prezzo e la procedura fu viziata da irregolarità che hanno favorito Mittal e violato la concorrenza. Spettava però al governo decidere lo stop. Giova ricordare che Emma Marcegalia presiedeva Eni, il primo creditore dell’Ilva, il cui rappresentante votò nel comitato creditori a favore di Am Investco invece di astenersi per evitare il conflitto di interessi. L’Ue obbligherà Marcegaglia a uscire e lei venderà a Intesa Sanpaolo (sua grande creditrice e creditrice di Ilva). A luglio 2018 l’Ad di Acciaitalia, Lucia Morselli, indicata da Cdp, dalle pagine di Repubblica lancia accuse velenose spiegando di non aver ancora capito in base a quali criteri Ilva è finita a Mittal, il cui piano era stato bocciato. Un anno e mezzo dopo Mittal la chiama a guidare Ilva per fare la guerra allo Stato silurando Matthieu Jehl, manager esperto colpevole di voler rivedere il piano per aumentare gli investimenti necessari a tenere in piedi il siderurgico. Morselli è ancora lì.

La battaglia.
Calenda lascia senza nemmeno aver chiuso l’accordo con gli indiani sugli esuberi (ne chiedono 6.500). L’accordo si trova con Di Maio, ma nell’estate 2019 la decisione di eliminare lo scudo penale per i vertici dell’impianto è il pretesto con cui Mittal avvia la guerra legale allo Stato. Solo l’apertura di due inchieste, a Milano e Taranto, inducono al dietrofront: lo scudo, in ogni caso, verrà ripristinato dal governo Meloni. La pace viene firmata a dicembre 2020 col ritorno dello Stato in Ilva dopo 25 anni e ad aprile 2021 (al governo c’è Draghi) la pubblica Invitalia entra nel capitale dando vita ad Acciaierie d’Italia. L’accordo è, al solito, un pasticcio: Invitalia mette 400 milioni per avere il 38% del capitale e designare il presidente, Mittal non mette un euro e comanda col 62%, esprimendo l’ad. Nel giro di un anno lo Stato metterà un miliardo per evitare il collasso dell’ex Ilva, Mittal solo 70 milioni convertendo dei crediti. Il piano di decarbonizzazione da 5 miliardi è stato bloccato dalla guerra di Morselli con il socio pubblico rappresentato dal presidente Franco Bernabè, che il mese scorso s’è dimesso. Cinque anni di logoramento non hanno insegnato nulla. Il governo, invece di salire in maggioranza come voleva il ministro Adolfo Urso, ha continuato a trattare affidando la pratica a Raffaele Fitto, che a settembre ha firmato un memorandum segreto con gli indiani che martedì l’hanno stracciato all’assemblea dei soci spiegando che non metteranno un euro degli 1,5 miliardi per salvare la fabbrica.

Lo scenario.
La gestione Mittal ha portato Ilva al collasso: chiuderà il 2023 sotto i 3 milioni di tonnellate di acciaio, record negativo. Oggi lavora con due soli altiforni: uno è a fine vita e l’altro si fermerà per lavori da oggi, due giorni prima del cda decisivo. Il colosso franco indiano ha confermato il sospetto di tutti gli addetti del settore che l’ingresso in Italia serviva solo a eliminare un concorrente. Grazie a Ilva, e ai suoi costi competitivi, il Nord Italia è stato il più grande e profittevole mercato del mondo per consumo procapite di prodotti di acciaio “piani”, dove francesi e tedeschi non sono mai riusciti a penetrare davvero. La scommessa di Mittal era vincente in ogni caso: prendersi i profitti di Ilva senza investire troppo o chiuderla, facendo spazio ai suoi laminati prodotti a Gent o Dunkerque. È andata proprio così. Oggi gli impianti di Genova e Novi Ligure, che dovrebbero trasformare in prodotti finiti l’acciaio dell’Ilva, lavorano ancor meno di Taranto. Dei 5 milioni di tonnellate in meno prodotte rispetto all’epoca Riva, 1,5 se l’è prese Arvedi, il resto Mittal. All’Italia serve un’industria dell’acciaio primario, ma il tempo è scaduto e servono miliardi.