mercoledì 29 novembre 2023

Facendo finta di nulla!

 

IL PERSONAGGIO
La condanna di Verdini il banchiere in bancarotta che sussurrava ai potenti
DI LIRIO ABBATE
È un banchiere in bancarotta, che ha sempre avuto il pallino della politica. L’ex senatore Denis Verdini, 72 anni, toscano, a furia di fare affari però è finito prima in carcere — e poi ai domiciliari — per due crac milionari. Proprio ieri la Cassazione gli ha confermato la seconda condanna, cinque anni e mezzo per il fallimento della Ste, che pubblicava “Il giornale della Toscana”, e non gli era andata meglio con il Credito cooperativo. La politica, invece, l’ex parlamentare ha sempre continuato a gestirla, a suggerire strategie e intrecci di vari colori. E in famiglia vanta ancor oggi un ministro della Repubblica, Matteo Salvini, compagno di sua figlia.
Nei corridoi della Lega non si fa mistero del fatto che, in più di un’occasione, sia stato proprio il banchiere a suggerire alcune mosse politiche al leader del Carroccio, a cominciare dalla svolta moderata del “Capitano”. Va detto che l’ex senatore Verdini, nonostante i suoi guai giudiziari, in questi anni ha sempre guardato avanti, a quel che sarebbe venuto dopo Berlusconi, al quale pure si era molto legato. È stato proprio Verdini a consigliare all’ex Cavaliere di benedire, come successore, il genero Matteo. L’investitura è arrivata puntuale in occasione delle finte nozze con Marta Fascina, quando — in favore di telecamere e cellulari — Berlusconi ha abbracciato calorosamente Matteo Salvini, dicendo che era l’unico amico politico di cui si poteva fidare. Senza però calcolare chi Salvini aveva accanto in coalizione: Giorgia Meloni. Questa variabile, Verdini non l’aveva presa in considerazione. Lui però è stato uno che non si è mai posto limiti. D’altronde avrebbe voluto avere un ruolo anche nell’elezione del Capo dello Stato: autorizzato dai giudici, mentre era ai domiciliari, ad andare a Roma due volte alla settimana per alcune cure, dal suo quartier generale in via della Scrofa faceva all’epoca diverse telefonate amichevoli agli amici del centrodestra, suggerendo manovre.
Ed è proprio grazie ai buoni collegamenti con la Lega che il banchiere è riuscito a far avere un posto in Parlamento anche ad Antonio Angelucci, sottraendolo a Forza Italia. Angelucci è un imprenditore della sanità privata e dell’editoria che muove molti capitali, e finanzia anche la Lega. Lui e Verdini sono legati in complessi intrecci, alla cui base ci sono movimenti di denaro. Qualche anno fa la Banca d’Italia, dopo aver commissariato il Credito cooperativo fiorentino di cui Verdini era presidente (crac per il quale il banchiere è finito ai domiciliari), ha imposto a lui e a sua moglie, Maria Simonetta Fossombroni, di coprire il buco e ripianare il “rosso” di oltre nove milioni di euro. A salvare l’allora coordinatore del Pdl è stato proprio Angelucci. Il re delle cliniche private ha infatti elargito ai coniugi Verdini una somma complessiva di nove milioni 334 mila euro. Salvandoli.
Verdini, insomma, dietro le quinte c’è sempre stato. E fino a pochissimo tempo fa, prima della scomparsa di Silvio Berlusconi, ha provato ancora a fare il suggeritore in Forza Italia e nella Lega. I rapporti con Dell’Utri sono sempre stati molto stretti, come pure quelli fra le loro mogli. C’è per esempio una conversazione intercettata dalla Dia di Firenze, nell’ambito dell’inchiesta sulle stragi che coinvolge proprio Dell’Utri, in cui si racconta come le due famiglie fossero in collegamento e condividessero strategie, soprattutto in tema di denaro.
Gli investigatori intercettano Miranda Ratti, moglie di Dell’Utri. La donna, si legge negli atti, «ritiene di essere portatrice, e titolare, di veri e propri diritti economici verso Berlusconi », per cui, parlando con Simonetta Fossombroni, la moglie di Verdini, insiste nel far capire «che il debito verso di loro è ancora aperto ». E afferma: «È un fatto di principio;l’obiettivo va portato fino infondo, io non mollo». Alla base c’è «una storia nostra». Secondo la Dia in queste parole di Ratti c’è «la consapevolezza che tutte le loro richieste, assecondate da Berlusconi, trovano fondamento in una sorta di risarcimento di quanto hanno patito nel tempo per colpa sua, per averlo, probabilmente, coperto». Gli investigatori di Firenze scrivono: «In quest’ottica scatta il ricatto».
La moglie di Dell’Utri si lamenta con quella di Verdini che Berlusconi sta ormai pagando chiunque mentre non ha ancora pagato i loro avvocati. La conclusione cui le due donne giungono è «certamente indicativa di cosa possa stare alla base delle continue dazioni economiche, e tramite cosa continuare ad ottenerle». «E, ma se uno non lo ricatta figlia mia...», dice infatti Simonetta Fossombroni, e Miranda Ratti le risponde: «È quello il punto». Il punto del patatrac di Verdini.

martedì 28 novembre 2023

Massimo


Il testimone Di Pietro e l’Italia gabbata

L’ex magistrato convocato in Antimafia ha ribadito come mafia e mondo imprenditoriale fossero collusi. L’occasione perduta in quella stagione e la vendetta contro i magistrati che dura ancora oggi

di Massimo Fini

È tornato all’onor del mondo Antonio Di Pietro, il frontman di quello straordinario pool di Mani Pulite diretto con polso fermo da quel gran signore di Francesco Saverio Borrelli di cui tutti oggi si vorrebbero dimenticare come si vorrebbe dimenticare Di Pietro. Ma poiché esiste una commissione parlamentare Antimafia è stato giocoforza convocare anche Di Pietro. Qual è la tesi sostanziale dell’ex pm? Che mafia e mondo imprenditoriale erano collusi. Di Pietro spiega anche, carte alla mano, che gli fu in vari modi impedito di indagare su questa collusione con la complicità anche di magistrati. Sono tutte cose note, ma è bene richiamarle alla memoria.
Più interessante è il giudizio che ne dà il Giornale di venerdì 24. Scrive Felice Manti, riassumendo un po’ il pensiero di tutto il mondo berlusconiano e non solo: “Sono passati più di 30 anni da quel dannato 1992 che ha riscritto la storia d’Italia”. Quel 1992 non fu affatto dannato, fu la prima volta, da quando il Pci si era consociato al potere, in cui la magistratura, grazie all’emergere di un movimento nuovo, la Lega di Umberto Bossi, che l’opposizione la faceva davvero, poté indagare liberamente sulla collusione fra mondo imprenditoriale e quello mafioso. Ho raccontato altre volte, ma anche questo va ricordato, come il pretore di Piacenza, Angelo Milana, fece, pochi anni prima delle inchieste di Di Pietro, con una Lega solo nascente, le stesse inchieste di Di Pietro mettendo in galera il sindaco comunista e quello socialista di Piacenza insieme all’importante imprenditore Vincenzo Romagnoli. Apriti cielo, tutto l’“arco costituzionale” e non, compreso quindi il Msi, e persino il vescovo della città, ottenne che il Csm rimuovesse Milana dal suo posto per relegarlo a Trieste, che non è proprio a due passi da Piacenza.
Milana era un vecchio giudice, disse: “Se le cose a voi van bene così, sapete qual è la novità? Io me ne vado in pensione”.
Poiché il vento era cosi cambiato e la magistratura poteva fare il suo dovere, chiamando la classe dirigente politica e imprenditoriale al rispetto di quelle leggi a cui tutti noi, comuni mortali, siamo tenuti, all’inizio da parte dei grandi giornali ci fu un’esaltazione, a sua volta esagerata, dei magistrati di Mani Pulite, esagerata perché il Codice Rocco voleva che fosse sottolineata la funzione della magistratura, non dei singoli magistrati, per evitare una personalizzazione pericolosa, perché il magistrato avrà una moglie, una fidanzata, degli amici, ed è quindi sempre attaccabile, la funzione no.
Se leggete le cronache di allora, potete vedere come sia Borrelli che Di Pietro limitarono al massimo le loro esternazioni. Per quel che mi riguarda, io, che lavoravo allora all’Indipendente, non parlai mai dei singoli magistrati di Mani Pulite, ma della “Procura della Repubblica di Milano”. Ma poi Di Pietro cedette al corteggiamento ossessivo, ricorderò ancora l’infame editoriale di Paolo Mieli sul Corriere della Sera intitolato “Dieci domande a Tonino”. Tonino, come se ci avesse mangiato insieme a Montenero di Bisaccia.
In seguito, cambiato di nuovo molto velocemente il vento, i magistrati divennero i veri colpevoli (“Sporcano l’immagine dell’Italia”, Berlusconi) colpevoli di aver applicato la legge e i ladri le vittime, spesso diventati giudici dei loro giudici.
Di Pietro, il più esposto, fu aggredito con sette inchieste giudiziarie da cui uscì regolarmente assolto (in una Berlusconi manovrò perché due personaggi testimoniassero contro l’ex pm, costoro furono condannati, ma Berlusconi, il mandante, si salvò come sempre).
Ho chiesto più volte a Di Pietro perché non si fosse presentato alle elezioni politiche, nel clima di quel momento, con tutta l’Italia a favore di Mani Pulite, avrebbe preso il 90 per cento dei voti. Rispose: “Nnon sarebbe stato corretto approfittare della mia notorietà di magistrato”. Gli replicai con una frase che utilizzai poi al Palavobis, il primo grande “girotondo” organizzato da Paolo Flores d’Arcais: “Non si può combattere con una mano dietro la schiena, quando gli altri le usano tutte e due accompagnate da un bastone”. Per quella frase, il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, per soprammercato un leghista, interrogato dal sempiterno Vespa, propose il mio arresto. A parte che non spetta al ministro della Giustizia arrestare chicchessia, in effetti quella frase incitava alla violenza. Riprendendo Sandro Pertini avevo detto: “A brigante, brigante e mezzo”. La violenza noi non abbiamo avuto la forza e il coraggio di farla, è uno dei tanti tabù della Democrazia (se ne parli a Marco Travaglio va in catalessi), eppure è Marx che dice che la violenza è “la levatrice della Storia”. Così ligi, così rispettosi, pecore da tosare, asini al basto, la storia ci è giustamente girata nel culo. Menomale che ogni tanto dalle campagne contadine di Montenero di Bisaccia riemerge Antonio Di Pietro a ricordarci come andarono veramente le cose ai tempi di Mani Pulite. Un crinale che avrebbe potuto cambiare realmente la storia d’Italia e che invece si è rivoltato, come un boomerang, contro i cittadini italiani.
È dal dopo 1992-1994 che è cominciata una campagna contro la magistratura, condotta soprattutto dai media berlusconiani, come rivela ingenuamente il cronista del Giornale, berlusconiani ma non solo per arrivare alla realtà di oggi di un doppio diritto: uno per ‘lorsignori’, un altro per quelli che vengono chiamati sprezzantemente, senza nemmeno accorgersi di questa implicita violenza, i “cittadini comuni”.

Prima pagina

 


Contro i berluscoidi

 

Hamas in toga
di Marco Travaglio
Crosetto sembrava uno dei pochissimi ministri muniti di un cervello funzionante. Abbiamo denunciato il suo conflitto d’interessi di presidente e consulente dei costruttori di armi che diventa ministro della Difesa. Ma, le rare volte in cui siamo d’accordo con lui, non abbiamo difficoltà a dirlo: per esempio sull’urgenza di un compromesso Ucraina-Russia e sulla prudenza nella guerra Israele-Hamas. Perciò, quando gli parte la brocca, ci poniamo domande che per un Lollobrigida, una Santanchè, uno Sgarbi, un Gasparri sarebbero oziose: che gli sta capitando? Che si è bevuto? Quest’estate denunciò un oscuro complotto a base di “dossieraggi” e “nuove P2”: poi si scoprì che un finanziere indagava per un pm su alcuni suoi soci poco raccomandabili. Ora torna alla carica, anzi alla scarica, evocando sul Corriere un’altra congiura perché ha sentito dire di riunioni di magistrati carbonari per colpire il governo a indagine armata. L’attacco preventivo ricorda il metodo Gasparri, che, interpellato da Report sulla società di cybersicurezza da lui presieduta all’insaputa del Parlamento, inscena un interrogatorio a Ranucci a base di carote e cognac per poter dire che, quando il servizio andrà in onda, non è un’inchiesta giornalistica, ma una vendetta personale. Ma il caso di Crosetto è ancor più grave perché nessuno, a parte lui, può sapere se esista un’indagine in grado di terremotare il governo, e a carico di chi. Dunque, appena si scoprirà una qualunque indagine su qualunque esponente di centrodestra, lui potrà alzarsi in piedi e strillare: “Io l’avevo detto!”. E soprattutto: “Non è un’indagine, ma un attentato al governo”. Ma questa, nel dizionario della lingua italiana, si chiama intimidazione.
Se un pm già indaga, magari con l’ausilio di qualche carabiniere, ora sa di essere nel mirino del ministro responsabile dell’Arma dei Carabinieri: se vuole vivere sereno gli conviene archiviare tutto (altrimenti prenderà pure un brutto voto nella “pagella” inventata dalla Cartabia e peggiorata proprio ieri da Nordio). E se in futuro un carabiniere scoprirà una notizia di reato su un esponente o un amico del governo, saprà cosa fare per salvarsi la carriera: inguattare tutto. In un clima del genere, immaginare che esistano frotte di magistrati ansiosi di rovinarsi la vita indagando sui padroni d’Italia, anzi di organizzare apposite riunioni per inventare inchieste contro il governo, è non solo ingenuo, ma ridicolo. Basta controllare i sotterranei delle procure, dove pm e agenti stanno già scavando tunnel come sotto gli ospedali di Gaza: non per cospirare contro la Meloni e i suoi fratelli, ma per nascondersi appena salta fuori un loro reato. Nella speranza di non essere mai più trovati, né tantomeno liberati.

L'Amaca

 

La tempesta e la guerra
DI MICHELE SERRA
Mi succede di simpatizzare per la tremenda ondata di maltempo che si è abbattuta sulla Crimea. Il sogno (ma è solo un sogno) è che gli uomini in guerra ne siano annichiliti, i loro arsenali congelati, le loro strategie travolte come fuscelli dalle raffiche furibonde del vento e dalle onde alte come leviatani. E rimangano al sicuro, asserragliati nelle case, solo le donne, i bambini, i cani e i gatti, con la minestra che bolle sul fuoco — ne sento l’odore. Le case possono resistere al vento. Alle bombe, no.
La tempesta possiede l’innocenza cieca e sorda della natura, non agisce per ideologia, per nazionalismo, per interesse economico, non accampa l’odioso pretesto della benedizione divina (Dio e Patria, un binomio genocida), non c’è pope che la benedica e non c’è ideologo che possa farla sua, non conosce i ridicoli confini tra le Nazioni, se ne infischia di avvantaggiare o di scoraggiare questo o quell’esercito. Non è costretta, per agire e per produrre i suoi danni, all’ipocrisia disgustosa degli Stati maggiori, dei ministri, dei Capi, che per ogni carneficina presentano le loro ridicole pezze d’appoggio.
Per la natura noi siamo uguali ai piccioni, ai cervi, alle nutrie, alle locuste, all’erba e ai boschi, quando capita la natura ci travolge e ci schiaccia senza domandarsi — nemmeno per un attimo — se siamo russi o ucraini, ebrei o palestinesi, l’unico criterio conosciuto, per una tempesta, sono le leggi fisiche che governano la biosfera. Nelle manifestazioni della natura (anche quelle miti, vitali e prospere) potremmo riconoscere quell’unità che ci rende tutti uguali, e che abbiamo tragicamente perduto.

Tristemente utili

 

Il reportage
I segreti della fabbrica più contestata d’Italia Qui nascono le bombe per le guerre del mondo
Viaggio nei capannoni di Domusnovas, in Sardegna, dove vengono prodotte le armi per Nato e Ucraina
Di GIANLUCA DI FEO
DOMUSNOVAS — Un colossale ragno meccanico appeso al soffitto afferra otto bossoli, li solleva contemporaneamente e poi vi riversa l’esplosivo. Terminata l’operazione, li adagia sul pavimento asettico, deponendoli come uova destinate a generare l’inferno. La scena sintetizza la nostra epoca: con questa manovra robotizzata, le munizioni scadute della Guerra Fredda riconquistano la loro forza distruttiva e le armi inutilizzate nel passato più cupo si tramutano negli strumenti letali di un presente drammatico. Così infatti migliaia di residuati bellici pescati nei fondi di magazzino del nostro Esercito si trasformano nella merce più richiesta sui mercati mondiali: i proiettili d’artiglieria da 155 millimetri, destinati in questo caso a raggiungere le batterie ucraine in prima linea. Li vogliono tutti: il governo di Kiev che ne consuma migliaia ogni giorno per respingere l’invasione russa, la Nato che ha esaurito le scorte e adesso anche Israele alle prese con l’offensiva di Gaza. Ma sono introvabili, perché in Europa si era praticamente smesso di produrli da vent’anni. L’unica eccezione è questo stabilimento sardo, il più moderno del Continente.
Siamo nel luogo più segreto e più contestato d’Italia: l’industria di Domusnovas, spesso chiamata “la fabbrica delle bombe insanguinate”. Ottanta ettari di laboratori bunker, protetti da alti reticolati e addossati a colline che ricordano il Far West: pure gli uffici e il portone d’accesso sono stati costruiti in stile Fort Alamo, rendendo distopica l’atmosfera. L’impianto è nato all’inizio del millennio, per volontà della storica impresa Sei di Ghedi (Brescia), poi diventata Rwm e rilevata nel 2011 dal gruppo tedesco Rheinmetall, tra i più attivi nelle forniture all’Ucraina, ma la gestione è rimasta interamente italiana a partire dall’amministratore delegato Fabio Sgarzi. Varcati i cancelli c’è l’intera filiera che trasforma cilindri d’acciaio in ordigni per aereo, mine navali, proiettili d’artiglieria.
Munizioni, d’ogni calibro e potenza prendono forma nei capannoni, dove si lavora con un misto di tecnologie avanzate e competenza artigianale. Si confezionano pure quelle giganti da 2000 libbre, oltre 900 chili, che si usano per distruggere i rifugi sotterranei. Quasi tutte andranno ad aviazioni europee.
Ormai non esistono più bombe generiche; ognuna viene confezionata su misura per un determinato modello di caccia: ci sono quelle per i Rafale francese e quelle per gli F35 olandesi. Dovranno restare agganciate sotto le ali a velocità supersoniche, senza interferire con l’aerodinamica, e spesso venire dotate di testate di guida al laser o gps: la precisione deve essere assoluta, verificata con più apparecchi computerizzati persino nella verniciatura.
Gli involucri vengono forgiati nella prima parte della fabbrica. Poi, divisa dal letto di un torrente, c’è l’area di caricamento degli esplosivi. Dove compaiono le bandiere rosse non si possono usare strumenti elettrici né suole di cuoio per evitare il rischio di scintille. Ogni stanza è serrata da bastioni di terra e cemento, ogni locale a distanza di sicurezza dall’altro: quasi sempre le operazioni sono automatizzate, senza personale presente.
Le fasi più delicate però sono controllate manualmente dagli operai: come la selezione della polvereesplosiva che viene setacciata da due persone, attente che non resti nemmeno un pezzettino di carta. Poi viene mescolata dentro grandi cilindri metallici, che evocano gli alambicchi degli alchimisti, a seconda dell’impiego: la quantità maggiore finisce nel ventre delle mine navali, quasi ottocento chili, appena ordinate dal governo australiano per tenere lontana la flotta cinese. L’attività non conosce soste. Va avanti su tre turni, ventiquattrore al giorno: la mensa interna serve pranzo, cena, colazione e sono state allestite sale relax per la pausa di mezzanotte. Nel 2019 il governo Conte aveva sospeso le forniture di ordigni per l’aviazione saudita ed emiratina, già autorizzate dall’esecutivo Renzi: una campagna umanitaria contro i bombardamenti nello Yemen, che avevano fatto strage di civili.
All’epoca erano la commessa principale e la Rwm ha rischiato di chiudere. Poi, prima ancora che il bando contro i due Paesi arabi venisse revocato da Draghi e Meloni, c’è stata l’invasione dell’Ucraina ed è cambiato il mondo: il ritorno alla corsa agli armamenti ha sommerso Domusnovas di ordini, fino a renderlo soldout . Sono stati riassunti gli operai, altri sono arrivati dalleimprese in crisi del Sulcis e ora Rwm Italia è passata da 300 dipendenti a 480: l’età media è di 34 anni, alcuni sono fratelli, diversi sono laureati. Nei prossimi mesi ne serviranno altri cento ma si fatica a trovarne. Oltre al contratto australiano, sta infatti per partire la costruzione delle loitering munition: i piccoli droni killer protagonisti delle battaglie ucraine, acquistati da alcuni eserciti della Nato.
Per Kiev si mandano avanti le consegne dei colpi da cannone e da tank, pagati dalla Germania. Gli ucraini continuano a domandarne altri, perché le riserve sono quasi esaurite mentre i russi ne hanno ricevuti in quantità dalla Corea del Nord. L’Unione europea pochi giorni fa ha riconosciuto di non potere rispettare la promessa di un milione di munizioni d’artiglieria fatta al governo Zelensky: non ci sono catene di montaggio in grado di produrle. Una situazione paradossale, perché a Domusnovas c’è pure una seconda fabbrica nuova di zecca, ancora più moderna della prima, che è costata 45 milioni ma resta ferma per ricorsi amministrativi. L’azienda mostra i permessi che l’hanno autorizzata, ma una volta ultimata è stata qualificata come impianto per la produzione di sostanze chimiche — mentre Rwm sostiene che ci si limita a mescolarle — che quindi necessita della valutazione di impatto ambientale: la procedura è ripartita da zero.
Più che gli aspetti ecologici, è indubbio che una fabbrica del genere ponga seri problemi etici: ogni settimana sforna centinaia di ordigni e visualizzarne gli effetti devastanti provoca un senso di angoscia. Ma dopo tre decenni di pace, la guerra è tornata in Europa e tutti i governi devono fare i conti con l’onere delle armi e con l’impegno a sostenere la difesa dell’Ucraina. Attualmente da Domusnovas arrivano a Kiev trenta munizioni al giorno: quelle che nello stesso tempo vengono consumate da un singolo obice. Ne sono previste 23 mila, con i nuovi macchinari potrebbero essere subito triplicate. La decisione è nelle mani dei tribunali amministrativi.