martedì 24 ottobre 2023

L'Amaca

 

La politica come residuo
DI MICHELE SERRA
Per nominare il successore di Berlusconi al Senato, in Brianza ha votato un elettore su cinque. Il venti per cento del totale. Che abbia prevalso la successione dinastica (Galliani) è tutto sommato un dettaglio. I numeri dicono che della loro rappresentanza politica, a quattro brianzoli su cinque, importa un fico secco. Non la ritengono rilevante per le loro vite, e avranno sicuramente le loro buone ragioni, e ben altro da fare.
La vera domanda è se il rimanente quinto dei brianzoli, quelli che sono andati a votare, per Galliani o per Cappato poco importa, si rendono conto di essere una realtà residuale, minoritaria, ininfluente.
Come i lettori dei giornali, come chi va ancora al cinema, come chi si è formato in un secolo in cui la politica era comunque un linguaggio comune, anche se per odiarsi o litigare. Oggi ci si rappresenta da soli, in fondo, anche grazie ai social: ognuno ha la sua voce, il suo programma, ognuno è un partito, ognuno è il senatore di se stesso. La Camera e il Senato sono scatole vuote, presto i bambini non sapranno nemmeno che esistono i deputati e i senatori, come le mucche e le galline: le uova e il latte si comperano al supermercato, magari qualcuno li ordina su Amazon, chi se ne frega di come si fanno, di che cosa sono.
Chi se ne frega della democrazia, delle elezioni, della Repubblica.
Sarebbe bello che un elettore di Galliani e un elettore di Cappato si incontrassero in un bar e, dopo essersi insultati quanto basta, brindassero al loro comune vizio, che è avere votato. Tutti gli altri avventori li guarderebbero con commiserazione.

lunedì 23 ottobre 2023

Cit.




Comunicato

 



Tomaso e il tesoro agnellineo

 

La collezione Gianni Agnelli sia un patrimonio dell’Italia
LA BELLEZZA NON SI PUÒ NASCONDERE - Le Soprintendenze si sono ben guardate dal porsi il problema della tutela dello straordinario patrimonio della famiglia dell’ex proprietario della Fiat
DI TOMASO MONTANARI
L’inchiesta condotta da Manuele Bonaccorsi e Federico Marconi per Report sulla collezione d’arte di Gianni Agnelli e dei suoi eredi ha messo in luce una gigantesca falla nella tutela del patrimonio artistico della nazione. Un elenco di opere, prima d’ora mai reso pubblico, e una serie di testimonianze (alcune imbarazzanti per la deontologia di storici dell’arte e funzionari dello Stato) hanno dimostrato che le Soprintendenze di Torino e Roma si sono ben guardate dal porsi il problema della tutela di uno dei complessi collezionistici privati più rilevanti dell’Italia del secondo Novecento.
Perché avrebbero dovuto? Plinio tramanda che di Marco Agrippa (che fu, tra l’altro, genero di Augusto) restava “un’orazione stupenda, e degna del più grande dei cittadini, intorno alla necessità di rendere di proprietà pubblica tutti i quadri e le statue, il che sarebbe stato meglio che mandarli, quasi in esilio, nelle ville”. Una frase che il grande archeologo Roberto Paribeni commentava così: “È l’affermazione di un principio che s’è andato man mano maturando nella legislazione italiana, fino ai tempi nostri”. Per permettere che, con la lentezza dei tempi storici, il patrimonio pubblico acquisisse i beni culturali privati, si è sempre pensato che la proprietà privata andasse temperata.
Per questo, fin dal Medioevo e poi sempre di più fino alle leggi di tutela del Novecento e alla Costituzione, il potere pubblico ha limitato i diritti di chi possiede “cose” che appartengono anche alla nazione, anzi all’umanità: se ho un Caravaggio, non posso distruggerlo (rischio fino a 5 anni), non posso nasconderlo, non posso esportarlo senza autorizzazione. Perché tutto questo divenga effettivo, le Soprintendenze possono accedere alle case dei collezionisti e verificare se vi siano opere degne di tutela pubblica, o addirittura collezioni da vincolare interamente.
Se l’avessero fatto con Agnelli, avrebbero scoperto una collezione strepitosa: almeno a stare all’elenco oggi reso pubblico da Report, e a giudicare dalla qualità eccelsa del pugno di opere che gli Agnelli hanno reso di pubblico godimento nella Pinacoteca del Lingotto, a Torino. Nella lista ci sono tavole rinascimentali (attribuite ai Bellini e a Neri di Bicci), statue ellenistiche, sculture barocche (Algardi, Collino…), sculture di Canova in gesso e in marmo, sei sculture di Henry Moore, e poi un fiume di tele e disegni del Cinquecento (da Bronzino a Beccafumi, da Raffaello ad Arcimboldo ), del Sei (Cerquozzi, Dandini, Furini, Van Dyck), del Settecento (Bellotto, Crespi, Cignaroli, David, Fragonard) e dell’Ottocento (il nucleo più incredibile: decine di Corot, Delacroix, Gericault, Ingres, Gustave Moreau e poi un Goya, e Fabre, Degas, Monet, Renoir e Cézanne, e Sargent…) e del Novecento (Balla, Carrà, Matisse, Magritte, Bacon, sei Klimt, gli Schiele…, i Picasso, Lichtenstein, Schifano, Wahrol). E sono solo alcuni. È appena il caso di notare che la nazionalità dell’artista non rileva in fatto di tutela: il patrimonio è della nazione per via storica, non per via di sangue. Lo dimostrano mille evidenze fattuali, storiche e giuridiche. Una per tutte: le collezioni del Museo Egizio di Torino sono patrimonio italiano, anche se evidentemente straniere.
Ora, cosa dovrebbe fare il Ministero della Cultura (non nel suo livello politico, a cui tutto questo non compete, ma nella sua direzione Archeologia, paesaggio e Belle arti)? Dovrebbe accedere fisicamente a tutte queste opere per accertarne la vera identità, e quindi verificarne lo status: distinguendo tra opere in Italia, opere in Italia ma in temporanea importazione, opere legalmente all’estero, opere (eventualmente) illegalmente all’estero. E poi dovrebbe sottoporre a tutela la prima e la quarta categoria (affidando ai carabinieri del Nucleo di tutela il tentativo di recuperare queste ultime, ove esistessero) ai sensi della lettera “e” del comma 3 dell’articolo 10 del Codice dei Beni culturali, che protegge “le collezioni o serie di oggetti, a chiunque appartenenti, … che per tradizione, fama e particolari caratteristiche ambientali, ovvero per rilevanza artistica, storica, archeologica, numismatica o etnoantropologica, rivestano come complesso un eccezionale interesse”. Dunque, un “vincolo” contestuale che protegga tutto ciò che rimane della collezione di Gianni Agnelli, in quanto tale: vista l’importanza e la vita pubblica (anche come senatore a vita della Repubblica) del proprietario.
Esisterebbe anche un’altra possibilità. E cioè che gli eredi Agnelli dicessero più o meno così: “La nostra famiglia ha molto avuto dall’Italia: in termini di denaro pubblico alla Fiat, di lavoro dagli operai, di riconoscimenti dalla politica. È tempo di restituire. Abbiamo deciso di aprire al pubblico un grande museo ‘Gianni e Marella Agnelli’ in cui esporremo tutta la collezione, riportando in Italia ciò che è all’estero e sollecitando noi stessi un vincolo contestuale che renda onore all’importanza della collezione”. Sogni a parte, vedremo come finirà.

domenica 22 ottobre 2023

Dixit




Così per dire

 


Ancora commentando


Il “Giorgiale”

di Marco Travaglio 

L’unico aspetto che merita rispetto nella Giambruneide è il turbamento di Giorgia Meloni. Il resto è commedia all’italiana. Il povero Tajani, vaso di coccio tra gli acciai dei B. e della premier furiosa, sta per chiedere asilo ad Hamas. Ma il meglio lo dà la stampa di destra. Che, quando B. faceva mille volte peggio di Giambruno – e in onda, non fuori, e da premier, non da giornalista tv, e con escort e/o minorenni, e se ne vantava pure – era schierata anima e lingua con lui: è fatto così, esuberante e scorretto, gli piacciono le donne, beato lui, che male c’è, sempre meglio della sinistra che va a gay e a trans. Sallusti, già adibito a scudo umano, argomentava con la sua logica stringente: “E Kennedy, allora? Se la faceva con Marilyn” (che era maggiorenne, non faceva la escort e Kennedy non chiamò l’Fbi per farla rilasciare dopo un arresto, ma fa niente). E ogni giorno sbatteva sul Giornale un nuovo alibi di ferro che scagionava il latrin lover di Hardcore: “Gli amori privati della Boccassini: fu sorpresa in atteggiamenti sconvenienti con un giornalista di sinistra” (era il suo fidanzato nel 1980 e i due addirittura “si baciavano mentre camminavano” per strada); “Catherine Spaak esordì 17enne nel film La voglia matta vietato ai 14… e il vecchiaccio Tognazzi impazziva per lei”; “Ecco il leader nudo (e in un luogo pubblico). Non è Berlusconi, ma un giovane Nichi Vendola nel campo nudisti a Capo Rizzuto”; “Claudia Mori nel 1985 nel film Joan Lui diretto e interpretato da Celentano (il marito, ndr) indossa un vestito bianchissimo… trasparente ovunque, tutto compreso, seno e pure il resto, il pube s’intende”. Quindi B. era innocente. E Veronica era una “velina ingrata” (Vittorio Feltri dixit su Libero , con foto della Lario svestita in palcoscenico).

E ora contrordine maschilisti! Son diventati tutti femministi, e antemarcia: tutti con la donna (quella che comanda) e contro lo sporcaccione. Sallusti sul Giornale, anzi il “Giorgiale”: “Meloni dimostra coerenza… la fermezza che le ha permesso di scalare la montagna della vita e della politica”, mentre Giambruno “non ha capito di che pasta è fatta questa donna”, “forte ma dolce”. Da Libero ti aspetteresti il sequel della velina ingrata, o della patata bollente. Invece si riesuma la Fallaci: “Giorgia, la rabbia e l’orgoglio”. Straziante l’editoriale “La lezione di una leadership” dell’ex portavoce Mario Sechi, che non riesce a scollare la lingua di lì. E, siccome Giorgia dice di aver mollato Andrea “da tempo” (il 2 ottobre erano a teatro da Pio e Amedeo), Libero retrodata la rottura al 2021, perché nel libro di Giorgia “Andrea appare come papà di Ginevra e non l’uomo della vita”. A saperlo prima, oggi Mediaset non dovrebbe cacciarlo: perché non gli avrebbe dato un programma.