venerdì 20 ottobre 2023

Sottigliezze e macigni

 

Pulizia linguistica
di Marco Travaglio
Chi sproloquia di pulizia etnica, genocidio, olocausto, shoah, nazismo, apartheid, guerra di civiltà dovrebbe farci la grazia di un po’ di pulizia linguistica, cioè mentale. Magari leggendo qualche libro. Usare le parole giuste per descrivere ciò che accade non sminuisce di un grammo le responsabilità: aiuta solo a capire il problema. C’è ben poco di etnico nella guerra israelo-palestinese: Hamas uccide a sangue freddo gli ebrei israeliani non in quanto ebrei, ma in quanto israeliani; Israele bombarda gli abitanti di Gaza non perché sono palestinesi (lo sono anche 2 milioni di cittadini ed elettori di Israele), ma perché Gaza è la roccaforte di Hamas. L’Olocausto-Shoah è un unicum storico: nessuna strage, per quanto ampia ed efferata, può esservi accostata (con buona pace di Netanyahu che, dopo averlo foraggiato, paragona Hamas al nazismo). Il genocidio è lo sterminio pianificato di un intero popolo: gli ebrei e gli zingari nei lager nazisti, gli armeni e pochi altri nella storia. Idem per l’apartheid: chiunque abbia visto o studiato come viveva la maggioranza nera in Sudafrica sa che non c’è paragone con Israele, la Cisgiordania e persino l’inferno di Gaza.
La guerra di civiltà fra Occidente buono e resto del mondo cattivo, fra democrazie e dittature, oltre a portare sfiga, è un’altra scemenza: sia per la guerra russo-ucraina sia per quella israelo-palestinese. Putin non ha invaso l’Ucraina perché è democratica (fra l’altro non lo è), ma perché stava entrando nella Nato e, dopo otto anni di guerra civile, minacciava il suo tutoraggio sui russofoni di Donbass e Crimea. Non regge neppure l’equazione “fronte pro Ucraina e anti Russia=fronte pro Israele e anti Hamas”: la Russia ha buoni rapporti con Israele (che non arma Kiev), mentre Usa e Nato hanno ottime relazioni col Qatar e i regni sauditi che armano e ospitano Hamas. E Israele ha appena rimbalzato l’imbucato Zelensky che, sparito dai radar, cercava una passerella a Tel Aviv. Hamas non ha massacrato 1400 israeliani il 7 ottobre perché Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente. Ma perché vuole rappresentare la maggioranza dei palestinesi ostili all’occupazione delle loro terre. Nel 2006 Hamas aveva persino accettato, almeno a parole, le regole democratiche e rinunciato alla lotta armata per partecipare alle prime (e uniche) elezioni dell’Autorità nazionale palestinese, accogliendo l’invito del presidente Abu Mazen e del Quartetto Onu-Ue-Usa-Russia. Poi le aveva vinte, era andato al governo e Usa&Ue avevano iniziato a boicottare l’Anp. Da allora i palestinesi, pro o anti Hamas, hanno capito cos’è la democrazia per noi “buoni”: una finzione che evapora se vince chi non vogliamo noi.

L'Amaca

 

La Brianza non è il Louvre
DI MICHELE SERRA
La favolosa, incredibile storia della quadreria di Arcore, il capannone nel quale Silvio Berlusconi ha ammassato, con smania micidiale, circa 25 mila opere d’arte, e anche nond’arte, è la parabola perfetta di un’epoca – la nostra – che sta metodicamente tentando di abolire la differenza tra qualità e quantità.
Nell’illusione che la seconda, la quantità, possa rendere ininfluente la prima, la qualità, e che ammassando ricchezze, o beni di consumo, o clienti, o clic, o popolarità, ci si possa esimere da quell’implacabile vaglio che separa (o prova a farlo) il bello dal brutto, l’unico dal dozzinale, il significativo dal banale, eccetera.
D’accordo, quel vaglio è spesso soggettivo e precario (si litiga da secoli, sul bello e sul brutto). È una prova difficile per tutti. Ma pensare di poterlo seppellire sotto 25 mila croste, tra le quali, probabilmente per errore, pare ci sia anche qualche opera degna di nota, è tipicamente ingenuo e tipicamente incolto: la cultura non si compera, si frequenta, e il valore delle cose non è solo una cifra seguita da un pugno di zeri. Non è il numero delle opere a fare la pinacoteca, è lo sguardo del collezionista o del curatore. 25 mila quadri possono essere il Louvre e possono essere un deposito di croste.
Ogni erede conosce l’incertezza, a volte il faticoso imbarazzo, di fronte agli oggetti che sopravvivono, a volte minacciosamente, allo scomparso. Si vocifera che gli eredi Berlusconi sostino attorno alla catasta di quadri con un cerino in mano. Coraggio: ancora un passo ed è fatta. Potete contare sulla nostra omertà.

giovedì 19 ottobre 2023

Memento



Andare dal medico di base agevola a rimembrar il passo “gli anni dell’uomo sono settanta, ottanta per i più robusti”, insufflandoti quella saggezza - molto poca - utile per convincerti a non vestirti più da ragazzino fosforescente né ad avere obiettivi adolescenziali. 
Ed oggi che ho fatto l’antinfluenzale, la dottoressa nell’attesa mi ha detto:
“Vista l’età vuol fare anche l’anti pneumococco?”
Avrei voluto dirle “ma facciamo anche un etto e mezzo di anticovid!” - invece, avendo fede cieca nella scienza, ho porto l’altro braccio, intravedendo, oramai non molto distante, lo sconto sul bus e al cinema, e sullo sfondo la madre di tutti i viatici, la carezza in nuca!

A minzionar!

 


Tanto per dire

 


L'Amaca

 

La Curva Ovest scende in campo
DI MICHELE SERRA
In questo clima di tregenda, la notizia che la Lega del Salvini convoca una manifestazione “in difesa dei valori occidentali” mette quasi di buon umore. Tra i valori occidentali e il Salvini c’è lo stesso rapporto che collega un pesce alla bicicletta.
Non che negli esordi bossiani la cultura democratica fosse in primo piano. A partire dal linguaggio: il Bossi che vantava la sua armata di “trecentomila doppiette”, e dava del terrone ai nati sotto il Po, e del bingo-bongo ai nati sotto la Sicilia, già aveva tracciato il solco, tra gli applausi entusiasti dei suoi. Ma non c’è dubbio che il Salvini abbia poi ben dissodato il terreno e perfezionato il modello. Dall’ostensione del rosario nei comizi alla cultura da rastrellamento dei suoi social non si è fatto mancare nulla.
Per lui l’Occidente è una curva di stadio, la Curva Ovest, eccezion fatta per l’innamoramento moscovita, che almeno geograficamente parrebbe molto poco occidentale.
Il valore fondante dell’Occidente è il concetto di tolleranza (che significa, tradotto in prassi, divisione dei poteri, rispetto delle minoranze, diritti umani al primo posto). Premesso che, a un esame di tolleranza, ognuno di noi faticherebbe per arrivare a una risicata sufficienza, quale voto, da uno a dieci, prenderebbe il Salvini? E quale voto la Lega, che è il risvolto trumpista dell’Europa, elmo cornuto e porto d’armi in primo piano?
Basti dire che al suo confronto Giorgia Meloni, che è pur sempre la leader dei post-fascisti italiani (il prefisso post vada inteso come atto di fiducia), sembra Bertrand Russell. Salvini, rispetto all’Ovest, è così oltre che è già l’Est.

Sogna Cazzaro, sogna!