venerdì 13 ottobre 2023

Riflettendo


Tralasciando il mononeuronico Zaniolo e il povero ludopatico Fagioli, colpisce l’errore inconcepibile di uno come Tonali che, apparentemente, sembrava essere in grado di sopportare la naturale fuoriuscita di testa dovuta al fatto di ritrovarsi milionario a poco più di vent’anni circondato da gloria, notorietà, gnocca e quant’altro agevoli lo spaesamento psicologico. Ed è questo aspetto che probabilmente aprirà il vaso di Pandora coinvolgente molti altri giocatori e società. Girano infatti ipotesi di pagamenti in nero da parte di molti club verso i giocatori più quotati, i quali una volta ricevuto il contante lo ripulirebbero in siti non autorizzati su partite estremamente scontate che, in caso di vittoria,  screditerebbero le somme su conti off shore: bignamicamente la fine del calcio nostrano.

Da leggere


Contro l’ira, fare la pace con l’Iran

La sconsideratezza di non aver restituito i territori occupati dopo il ’67 e l’opzione atomica sono diventati fattori che lo rendono sempre minacciato. La necessità di coinvolgere Teheran per il negoziato

di Barbara Spinelli 

È rovinoso nascondersi i pericoli mortali che s’annidano per Israele come per Gaza, e continuare a dividersi, in Italia e Occidente, fra buoni amici di Israele e cattivi fiancheggiatori dei palestinesi.
La verità è che l’invasione di Gaza potrebbe culminare in strage, perché come potrà l’invasore distinguere tra civili e terroristi di Hamas in zone così popolose, e come potranno fuggire gli abitanti se i valichi son chiusi? E la verità è che lo Stato d’Israele è oggi minacciato esistenzialmente, per aver vissuto con gli occhi bendati sin da quando nacque, adottando la mortifera menzogna sulla “Terra senza popolo per un popolo senza terra”. Se li bendò definitivamente dopo la guerra dei Sei Giorni nel 1967, quando ebbe la sconsideratezza di non restituire i territori che aveva occupato: doveva farlo “sin dal settimo giorno”, disse oltre vent’anni fa l’ex procuratore generale Michael Ben-Yair, consulente legale di Rabin.
Israele è minacciato esistenzialmente non per una sua congenita debolezza o fragilità – è osceno impersonarlo nella figura dell’ebreo perennemente vulnerabile – ma perché dagli anni 60 è una potenza atomica che continua indefessamente a negarsi come tale (la chiamano “ambiguità nucleare”, l’artefice fu il laburista Shimon Peres), che non aderisce a trattati di disarmo o proliferazione e che non possiede quindi flessibilità negoziale – tranne brevi intervalli, chiusi dall’assassinio di Rabin nel 1995.
Questa condizione gli ha permesso di frenare attacchi su larga scala, ma ha trasformato Israele in potenza regionale troppo forte ma immobile, incapace non solo di perizia negoziale, ma anche di chiaroveggenza sulle proprie storiche responsabilità, sul proprio futuro destino, sui pericoli che gli si accampano davanti, oggi sotto forma della autentica polveriera che i governi d’Israele hanno fabbricato con le proprie mani ai confini con Gaza, foraggiando Hamas in funzione anti-Arafat.
È uno dei motivi per cui il regime iraniano si va convincendo che l’unico modo per controbilanciare Israele, in prospettiva, è dotarsi anch’esso dell’atomica, in modo da dissuadere Israele o Stati Uniti da attacchi e guerre di regime change. Basta una piccolissima bomba per polverizzare Israele, il suo territorio è minuscolo. L’ambiguità nucleare si basava sull’illusione che non sarebbero apparse nella regione ambizioni nucleari concorrenti. È pensiero magico: anche se Teheran non possiede ancora la bomba, le ambizioni ci sono.
Qui non si tratta di aprire negoziati Israele-Hamas: le atrocità terroriste non consentono compromessi di sostanza, e Hamas non ha riconosciuto Israele come fece Arafat alla vigilia degli accordi di Oslo nel ’93. I paragoni con l’Ucraina sono zoppicanti: Putin non è Hamas, ma un uomo di Stato che per decenni ha tentato pacificamente di scongiurare eccessive estensioni Nato, senza riuscirci. In Medio Oriente si tratta di avviare negoziati non finti tra Usa, Israele e rappresentanti palestinesi, coinvolgendo non tanto l’Arabia Saudita quanto l’Iran, in primissima linea e con la massima urgenza. L’Iran pesa su Hamas (e sul libanese Hezbollah): se non trattato come Stato canaglia, potrebbe facilitare trattative puntuali e forse durature.
Ogni ricerca di soluzione dovrà quindi avere come oggetto principale il futuro palestinese e la promessa di una tangibile, graduale restituzione di territori occupati, in modo da consentire che su di essi possa nascere uno Stato palestinese sovrano e minimamente funzionante. Nascita sempre più perigliosa: anche questo non andrebbe nascosto. La Cisgiordania è occupata da circa 670.000 coloni israeliani – inclusi 220.000 coloni a Gerusalemme Est, legalmente parte della Cisgiordania – e dalle milizie dei coloni stanno attuando massicci pogrom anti palestinesi, col consenso più o meno tacito delle destre religiose al governo.
Sono distrutti i pozzi dei residenti palestinesi, uccisi civili, espropriate terre, case, strade. Amira Hass testimonia su Haaretz che in questi giorni pogrom e uccisioni sono aumentati. I palestinesi parlano di seconda Nakba (“catastrofe”), la prima essendo quella del ’48, quando milioni di loro furono banditi, per imporre la favola della terra senza popolo. Come stupirsi che i banditi e i loro discendenti non diventino banditi armati.
Fino a quando non finirà questa Nakba, che sminuzza le terre attribuite ai palestinesi, è vano ripetere il mantra “due popoli in due Stati”. All’origine delle atrocità terroristiche c’è la politica di apartheid attuata dai governi israeliani. Non è Hamas a dirlo. Dal 2002 lo dice l’ex procuratore generale israeliano Michael Ben-Yair e tanti israeliani.
In questo contesto varrebbe la pena fare un po’ di ordine nel nostro linguaggio, per aggirare qualche errore. Soprattutto in Italia ed Europa, poco influenti in Medio Oriente ma importanti per quel che dicono.
Come prima cosa, sarebbe consigliabile disgiungere Israele e popolo ebraico (oltre che Israele e diaspora ebraica). Non farlo danneggia gli ebrei e significa far propria la “legge sullo Stato-Nazione” proposta da Netanyahu e adottata nel luglio 2018, secondo la quale “Israele è la patria nazionale del popolo ebraico”, il diritto all’autodeterminazione è limitato agli ebrei, e l’arabico è declassato da lingua ufficiale a lingua con “statuto speciale”. La legge è assai controversa in patria ed è in contrasto con la Dichiarazione di indipendenza del ’48 che prescrive “completa eguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso”. Il 21 per cento degli israeliani sono arabi palestinesi, a cui si aggiungono i beduini (3%), i drusi (2%), i cristiani (2%). Tutti israeliani, ma non ebrei. Alcuni illustri ebrei israeliani sono giunti fino a ripudiare dimostrativamente l’ebraismo, per protesta contro la legge.
Il secondo errore è definire Israele come la più grande democrazia in Medio Oriente. È solo in parte vero, se si considerano la libertà di stampa, di dimostrazione, di voto. Ma la democrazia non è compatibile con l’occupazione di territori, l’aumento delle colonie e i diritti negati o declassati dei palestinesi di Cisgiordania e Gaza.
Terzo malinteso: Gaza non è un territorio che Israele nel 2005 ha smesso di occupare. Israele esercita su di esso un controllo aereo, terrestre, marittimo; fornisce acqua, energia, cibo, medicine. Non si può né entrare né uscire da Gaza a causa del blocco/assedio israelo-egiziano. Ci sarà qualche motivo per cui si parla di prigione a cielo aperto, o secondo Giorgio Agamben di campo di concentramento. Secondo la legge internazionale, chi esercita un “controllo” su un determinato territorio è giuridicamente responsabile della sussistenza di chi lo abita.
Infine l’argomento del generale Mini, decisivo (Fatto del 12 ottobre): “È militare e antico il detto ‘in guerra non si prendono le decisioni in preda all’ira’”. L’ira è appena sopportabile nei talk show. Sul terreno mina la sopravvivenza sia di Israele sia della Palestina.

Selvaggia

 

Cercansi amici dei “mozzateste” a sinistra, a costo di inventarseli
DI SELVAGGIA LUCARELLI
Come se questi giorni non fossero già abbastanza mesti, mi sono imbattuta in un articolo di Stefano Cappellini su Repubblica: “Quelli che giustificano gli orrori di Kfar Aza. Se l’ideologia acceca un pezzo della sinistra”.
Incuriosita dal titolo che prometteva di radere al suolo nientepopodimeno che un pezzo della sinistra, ho letto i brillanti argomenti. Cappellini riporta la notizia secondo cui Shani Louk, la povera ragazza rapita al rave party e caricata su un pick-up, non sarebbe morta, ma ricoverata in un ospedale di Gaza. La notizia, dice lui, “sui social si è trasformata in una disgustosa campagna di mistificazione”: gli agit prop “sono arrivati a sostenere che la ragazza era stata caricata sul mezzo solo per essere portata in ospedale!”. A Cappellini sfugge che è stata la madre di Shani Louk a dichiarare che la figlia sarebbe ferita in un ospedale a Gaza. Ma soprattutto dovrebbe spiegarci quanti sarebbero questi agit prop. Siccome il Pd alle ultime elezioni ha preso 5 milioni di voti, mi aspetto che Cappellini abbia contato almeno 2 milioni di tweet di mistificatori di sinistra per parlare di un “pezzo di sinistra”.
Il giornalista si scaglia poi contro chi mette in discussione l’attendibilità della notizia secondo cui gli israeliani avrebbero trovato 40 bambini decapitati. Da giorni è chiaro che la fonte non è affidabile, ma per lui le attente verifiche della notizia vanno catalogate come “miasmi di fogna”. E aggiunge: “come se, ammesso e non concesso che i bambini fossero stati solo uccisi e non decapitati, la cosa potesse cambiare segno all’azione. Come se, ammesso e non concesso che i trucidati fossero tutti adulti, la mattanza potesse passare da crimine contro l’umanità a legittima azione di guerra”. Insomma, se fai il reporter di guerra puoi scrivere, a piacere, che ci sono 40 neonati decapitati o 10 adulti falciati dai proiettili. È uguale. Se verifichi una notizia non sei un giornalista, ma un sostenitore di Hamas. Peccato che poche righe più su Cappellini si fosse appena lamentato per le fake news su Shani Louk in ospedale a Gaza. Insomma, le fake news si dividono in due filoni: quelle che piacciono a Cappellini e quelle che non piacciono a Cappellini. Il quale, dopo aver estrapolato a caso qualche frase di Elena Basile per infoltire le file dell’Hamas Fan Club, sfodera un’altra prova schiacciante della sinistra amica dei “mozzateste” (testuale): “A Barcellona alle manifestazioni pro Hamas sventolavano bandiere della comunità Lgbtq”. Si riferisce alla manifestazione dell’8 ottobre in piazza Sant Jaume dove 400 persone si sono radunate con bandiere palestinesi contro l’apartheid e l’odio etnico. Nessun riferimento ad Hamas. In tutta la piazza sventolava un’unica bandiera arcobaleno, che poi potrebbe anche significare “pace”. Questo, per Cappellini, sarebbe un pezzo di sinistra Lgbtq. Ma ho un’altra notizia per lui: il mio kebabbaro sotto casa dice che l’attacco se lo aspettava perché i palestinesi soffrono da troppo tempo. Con questa informazione, domani può scrivere che tutta la sinistra sta con i “mozzateste”.

Rimpianti

 

Rimpiangere Sharon
di Marco Travaglio
Per dire quanto questa guerra sfugga ai cori da curve ultrà, basta un fatto: dopo le speranze accese dagli accordi di Oslo del 1993 e dalla storica decisione di Ariel Sharon di ritirare le truppe e i coloni (con la forza) da Gaza nel 2005, tutto precipitò a fine anno quando questi fu abbattuto da un ictus. È un paradosso, ma è così. La pace fra ebrei e palestinesi è morta nella culla insieme al più falco dei falchi israeliani: l’eroe indisciplinato delle guerre dei Sei Giorni (1967) e del Kippur (’73); il ministro della Difesa che nell’82 invase il Libano e non fermò il massacro di palestinesi perpetrato dai falangisti cristiano-maroniti a Sabra e Chatila; il capo della destra Likud che nel 2000 passeggiò con la scorta armata sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, scatenando la seconda Intifada. Solo un premier come lui poteva far digerire a Israele l’addio a Gaza. Così come solo il falco Begin, nel 1978, poteva far ingoiare la pace a Camp David con l’Egitto di Sadat.
Begin e Sharon erano due ex militari con le mani insanguinate, ma anche un cervello fuori dal comune. E, quando la Storia chiamò, seppero diventare statisti: guardare oltre l’oggi pensando alle generazioni future. L’uno chiuse il fronte egiziano, pronto alla pace anche con Giordania, Siria e Libano se i tre vicini avessero voluto. L’altro mosse i primi passi per chiudere il fronte palestinese, sposando la linea che Rabin (altro ex generale, ucciso nel ’95 da un ebreo fanatico) e Peres (senza passato militare, sempre sospettato di mollezza) avevano tracciato a Oslo con Arafat: due popoli, due Stati. Non lo fece per buonismo, ma per lungimiranza: presto i palestinesi – in Israele e nei territori occupati – avrebbero superato gli ebrei; e l’occupazione militare non poteva durare in eterno senza minare la sicurezza, anzi la sopravvivenza dello Stato. Mentre lasciava Gaza, Sharon abbandonò anche il Likud per fondare il partito centrista Kadima (“Avanti”), a cui subito aderì l’ex avversario laburista Peres, che di lì a poco divenne capo dello Stato. Poi l’ictus di Sharon spezzò la strana coppia – pugno di ferro e guanto di velluto – che avrebbe accompagnato Israele nella traversata nel deserto. E poco dopo iniziò l’èra Netanyahu, il leader del Likud divenuto premier nel ’96 contestando gli accordi di Oslo, tornato al governo con Sharon, per poi dimettersi da ministro in polemica proprio sul ritiro da Gaza. Dal 2009, salvo brevi intervalli, questo politicante ottuso e corrotto ha governato Israele con la destra più becera, illudendo se stesso e i suoi di poter vivere spensieratamente a prescindere dalla questione palestinese. Sabato la ferocia di Hamas ha presentato il conto a un Paese che da un bel po’ non ha più statisti ed è costretto a rimpiangere Ariel Sharon.

L'Amaca

 

La centrale nel cortile
DI MICHELE SERRA
Nelle ultime elezioni (le regionali del 2023) la Lega ha preso a Milano solo il 7,4 per cento dei voti nonostante esprimesse il candidato alla presidenza, Attilio Fontana.
Risultato ai minimi storici, pure se in una città da sempre poco empatica con il Carroccio, che prende molti voti nelle valli e nei piccoli centri, pochi nelle grandi città.
È dunque abbastanza divertente che il Salvini, molto più votato in Aspromonte che in Duomo, dichiari di voler costruire “nella sua Milano” la prima centrale nucleare di nuova generazione. Come è giusto e logico, se sarà dimostrato che il nucleare di quarta generazione può quasi azzerare i rischi (il rischio zero non esiste) e ridurre la produzione di scorie, nessuna persona di buon senso può proclamarsi contraria a prescindere. Un nuovo referendum, su dati aggiornati, potrebbe anche smentire il risultato di quello dell’87. In trentacinque anni molte cose sono cambiate, non solo tecnologicamente: prima tra tutte la percezione che i combustibili fossili sono, per l’ambiente, il peggiore dei nemici.
Sarà però indispensabile, per i neo-nuclearisti, disinnescare per tempo il Salvini, che potrebbe nuocere gravemente alla causa facendone una marcetta propagandistica e non un iter scientifico-economico di enorme impegno e serietà.
Non esistono, nel mondo, centrali di quarta generazione funzionanti. Parlarne come di un regalo da fare “alla sua Milano” non solo è bassa politica, è anche un torto che viene fatto a chi sta lavorando e studiando con impegno sul passaggio d’epoca energetico. Passare dal NIMBY (non nel mio cortile) allo YIMBY (sì, nel mio cortile!) non cambia poi molto. Sempre in cortile si rimane.

Forse per noia

 


Il centenario oramai vicino di una delle ex più belle cose del mondo, la Walt Disney, e spiegherò poi perché ex, fa affiorare un aspetto per certi versi comico, imitante uno degli eroi della fabbrica dei sogni, Zio Paperone: il 30 ottobre 2012 la multinazionale della fantasia decise di acquisire una delle perle del cinema mondiale, la Lucasfilm, liquidando uno dei "Michelangelo" moderni, George Lucas con un'adeguatissima cifra: 4.005.000.000. Si avete letto bene: quattro miliardi e 5 milioni di dollari, trasformando Lucas nel più ricco pensionato della storia terrestre. E sono quei 5 milioni, che probabilmente moltissimi di noi non vedranno mai in vita, a far la differenza, e a porre la domanda del secolo: come possono gli eroi dell'immaginazione avvilupparsi così mestamente al vil denaro? Il genio per antonomasia Buonarroti fu uno dei taccagni più mastodontici della storia dell'umanità, tanto che Raffaello nella Scuola di Atene lo rappresentò in primo piano con gli stivali che si narra indossasse fino allo sfinimento, cambiandoli soltanto per le eclatanti condizioni pietose; non solo: si privava di qualsiasi piacere, accatastando cifre per l'epoca mostruose che i parenti di allora e i discendenti a venire godettero in suo onore. Eppure pur essendo così avido, riuscì a creare dei capolavori unici, lambendo gli dei del pennello e dello scalpello. E probabilmente anche Lucas, nel suo mondo, con quei cinque milioni aggiunti agli altri quattromila, dentro di sé vivrà la madre di tutte le dicotomie, la morbosità dei bigliettoni vs l'immaginazione capace di portare tutti noi oltre gli orizzonti conosciuti. Come sia possibile conviverci, è un mistero. Resta il desiderio d'immaginare la trattativa, i dialoghi... "quattro miliardi e Lucasfilm è nostra!"... "facciamo 4 miliardi e 5 milioni! Sai ho un mucchio di spese..." 

E visto che c'hanno insegnato a fantasticare, ecco l'ipotetica risposta di Scrooge McDuck (se non sapete chi sia, v'auguro di passare un weekend con Donzelli e Gasparri) presente in videoconferenza dal Deposito: "George! Ma va a cagher!" 

NB: considero ex bella cosa del mondo la Walt Disney perché credo che via via dalle origini in poi, abbia miscelato l'attitudine a spronare bimbi ed adulti a fantasticare, con la strategia di farli abboccare per poterci lucrar sopra, al fine di spingere il proprio bilancio oltre l'inimmaginabile, sul modello attuale del così fan tutti. 

giovedì 12 ottobre 2023

Nobel



Spiace tanto e spero di cuore che non sia vero, perché Sandro è un bravo ragazzo. Ma se fosse vero…date il Nobel a quest’uomo! Ci sono 80milioni di ragioni…