mercoledì 19 luglio 2023

Timmmmm

 

Lo si sapeva ma constatarlo con le proprie orecchie è un'altra cosa! 

Sono abbonato con lo smartphone a Tim da tempo immemore, da qualche anno, come un babbeo, pago 19 euro al mese con la tariffa Silver. 

Mi arriva una mail che mi informa di una nuova tariffa a 7,99 con chiamate ed sms illimitati e 150 Giga per il traffico. Finalmente penso! Si sono ricordati di un abbonato storico come me! 

Chiamo il 119

Dopo aver pigiato i tasti che la voce metallica ti impone di fare, nascondendoti spudoratamente il dialogo vocale con un addetto, riesco ad agguantare la linea: 

Buongiorno mi dica! 

- Salve sono un abbonato storico di Tim e mi è arrivata una mail che finalmente mi propone una tariffa più economica etc.etc.

mmmm...mi spiace ma non è per una tipologia di utente come lei! 

- In che senso scusi? 

Questa è una tariffa per i nuovi abbonati. Quindi se ne vuol approfittare deve migrare verso Iliad ad esempio e poi tornare dopo un mese. 

- ....... mumble mumble .....

Pronto mi sente 

- si la sento. Stavo riflettendo: quindi lei che è di Tim sta dicendo a me, che sono abbonato da oltre vent'anni, di andarmene per poi ritornare dopo almeno un mese? Corretto? 

Signore non si arrabbi e non se la prenda con me. E' una scelta aziendale, che praticano tutte le società di telefonia. 

- mi scusi non ce l'ho con lei ci mancherebbe! Ma se questa stortura intellettiva, questo baratro di sinapsi lo fanno tutti a me non interessa. Mi fa incazzare che voi lo facciate ad uno  come me che da oltre vent'anni vi foraggia senza mai saltare un appuntamento! Questa filosofia è demenziale, l'apoteosi del capitalismo più becero. Una vergogna! E le dico che sicuramente me ne andrò e se mi troverò bene col nuovo gestore... col cavolo che ci rivedremo!  E mi saluti il fuoriclasse che ha pensato una simile troiata! Scusi l'espressione! 

Buona giornata anche a lei!  

Un caro saluto



Se ne va un signore del Giornalismo. Buon viaggio Andrea!

Sensazioni




Forza Zaki!

 


31 anni... sssss

 



Robecchi

 

Gita a Pompei. La propaganda ridicola e fascio-dadaista del governo Meloni
di Alessandro Robecchi
Comincio a diventare un estimatore di questo governo, perché nella vita ho visto poche cose più esilaranti del viaggio a Pompei, del treno per Pompei che parte da Roma una volta al mese – poi corretto a una volta alla settimana per non farci ridere troppo – e se lo perdi ti devi rifare una vita alla stazione Termini. Più rappresentative ancora di questo governo, le foto della delegazione ai massimi livelli (il ministro della Cultura e la presidentessa del Consiglio), ritratta a Pompei, con una temperatura percepita di centonove gradi, tutti in giacca a cravatta, con il portavoce Mario Sechi promosso a portaombrelli per fare ombra, la faccia di quelli che darebbero un braccio per una gazzosa, e le quattro banalità su treni, cultura e, naturalmente, Pompei. Con tutto il rispetto, nemmeno Fantozzi avrebbe fatto meglio, e confesso che davanti a quella foto – quattro o cinque capataz con la regina in mezzo, sotto il sole – mi sono figurato le allucinazioni da caldo del ragionier Filini vestito a Pompei in luglio come a un matrimonio a Cortina in dicembre, salivazione azzerata, mani: due spugne.
Per fortuna i giornalisti erano chiusi in un vagone piombato, che non gli venisse in mente di fare qualche domanda, mentre una domanda, francamente, ci stava: da Roma Termini si prende un treno per Napoli e poi la Circumvesuviana che ti lascia proprio davanti agli scavi: che senso ha questo circo per risparmiare meno di un quarto d’ora?
Nessuno l’ha fatta, peccato. Alla fine parevano le poderose armate del duce, che per sembrare numerose facevano cinque giri attorno all’isolato, e la gente schierata e plaudente diceva: “Ma, cazzo, Gino è già la quinta volta che passa qui davanti con la baionetta!”.
Ora, frementi e gioiosi, aspettiamo altre prove di alta propaganda, che so il treno diretto per l’Agenzia delle Entrate, con Salvini che fa il buttafuori. Non prendetelo! Non salite! Oppure un grande treno popolare per portare i possessori della nuova carta annonaria regalata ai poveri a far la spesa. Un euro al giorno per le famiglie di tre persone con cui comprare pesce fresco sì, pesce surgelato no, zucchero sì, sale no, una cosa che persino i Monty Python avrebbero detto: no, questo è troppo! E invece. Invece bisogna imparare a considerare la propaganda come arte surrealista, prova di sublime dadaismo, come la trovata delle conferenze stampa senza domande o dei video promozionali al posto delle comunicazioni istituzionali. C’è del tiktokkismo nell’aria, dove al posto del premier abbiamo una influencer che ai vertici internazionali si lamenta di quanto sono scomodi i tacchi e chiede affranta ai consiglieri: “Quanto manca?”. Così, pare che ogni decisione, ogni comunicazione, sembri studiata per annullare la figuraccia precedente: il treno per Pompei era un colpo da maestro del ministro della Cultura per cancellare la figura barbina allo Strega, per dire, e ora servirà un altro colpo da maestro per cancellare la figura barbina del treno per Pompei e via così, all’infinito. Divertente. Il tutto mentre compriamo otto miliardi di carri armati, perché abbiamo paura di essere invasi da qualcuno, chissà da chi, forse da quelli che aspettano il treno diretto Termini-Pompei.
Alla fine tutto è andato benissimo: nessuno è stato ricoverato per insolazione, forse grazie al mega-ombrello antisole brandito dal portavoce, i turisti in canotta e bermuda hanno goduto dello spettacolo delle istituzioni incravattate, e la cultura del Paese, pardon, della Nazione, ne è uscita rafforzata, grazie all’indomita azione del governo. Alalà.

Il Silenzio oltraggioso

 

Il Grande Marcello
di Marco Travaglio
Marcello Dell’Utri aveva 30 milioni di ragioni (arrotondate per difetto) per cucirsi la bocca con i pm che indagano sulle stragi del 1993-‘94. Vedi mai che gli scappasse qualche parola di troppo. Soprattutto dopo i nuovi ordini diramati da Marina B. al governo (subito eseguiti) e anche a lui, destinatario con Marta Fascina di una bella fetta del testamento di Silvio “per il bene che gli ho voluto e per quello che loro hanno voluto a me”. Infatti ieri a Firenze non s’è fatto neppure vedere. Del resto era stato proprio lui a teorizzare l’aurea regola dell’omertà, piuttosto in voga fra gli amici mafiosi, ma del tutto inedita per un senatore della Repubblica. Era il novembre 2002 e lui, imputato per mafia e dunque scelto da B. come educatore dei futuri candidati forzisti, tenne in un hotel di Macerata un’imperdibile lezione su come farla franca nei processi: “Non parlare mai, avvalersi sempre della facoltà di non rispondere. Non patteggiare mai, salvo che siate colti in flagranza di reato… Seguire i consigli dell’avvocato solo quando la pensa come voi… Far passare più tempo possibile. Nei casi disperati, cioè quasi sempre, non preoccupatevi dell’anomalia principale dei processi: la durata interminabile. Anzi, la regola è proprio far passare il tempo. Che è galantuomo, alla fine rende giustizia. Se accelerate troppo, non otterrete una sentenza che vi soddisfi. Invece, col tempo, possono succedere tante cose: può essere che muore un pm, muore un giudice, muore un testimone, cambia il clima, cambiano le cose”. E dalle sue parti le cause di morte dei giudici e dei testimoni sono molteplici: non tutte naturali, ecco.
Voi capite di cosa ha paura uno così quando un magistrato ancora miracolosamente vivo lo convoca: non del magistrato, ma di se stesso. È talmente mafioso dentro che da quella bocca può uscirgli di tutto. Tipo quando disse a Chiambretti che “La mafia non esiste, è un modo d’essere, di pensare”, scavalcando la massima di Luciano Liggio (“Se esiste l’antimafia, esisterà anche la mafia”). O quando, intervistato due anni fa dal Foglio, incenerì trent’anni di balle su Vittorio Mangano “stalliere” o “fattore” deportato ad Arcore da Palermo per strigliare i cavalli (mai visti) o perché “espetto di cani”: “Mangano e Tanino Cinà vennero a Milano dalla Sicilia. Berlusconi dopo averli squadrati mi fa: ‘Uhm, accidenti che facce’… Eravamo negli anni 70 e la faccia di Mangano poteva tenere lontani i malintenzionati… Venne a vivere ad Arcore con la moglie, la suocera e le due figlie. Che giocavano in giardino con i figli di Berlusconi”. Il piccolo Pier Silvio e la più grande Marina, che 40 anni dopo non si dà ancora pace perché alcuni pm e “giornalisti complici” accostano il padre alla mafia: che siano malati?