mercoledì 19 luglio 2023

L'Amaca

 

Presto avremo Rai-Rinascimento
DI MICHELE SERRA
Il treno ad Alta Velocità Roma-Pompei, giunto trionfalmente a destinazione la scorsa domenica con un prestigioso carico di ministri, viceministri, giornalisti e troupe della Rai, visto il grande successo di pubblico e di critica (i tigì della Rai non parlavano d’altro) avrà cadenza settimanale e non mensile, e sarà aperto anche a non ministri.
Per il governo questo è solo un primo passo verso la rinascita del Paese, le cui tappe, una per una, saranno documentate dal nuovo dipartimento della tivù di Stato, Rai-Rinascimento. Ogni nuova opera, tra due ali di folla plaudente, sarà sorvolata dalle Frecce Tricolori e salutata dall’Amerigo Vespucci in gran pavese.
Nelle città sprovviste di porto, la Vespucci sarà sostituita dal carosello dei Carabinieri a cavallo. Nelle città prive di cavalli, dalla fanfara dei bersaglieri. Nelle città senza trombe, da un tweet del ministro dei Lavori Pubblici, Sua Eccellenza il Salvini.
Ecco un provvisorio elenco delle nuove opere. Ponte sullo Stretto (si suppone già realizzato: la prima pietra venne posata da Berlusconi nel 2001 a Porta a Porta). La seconda corsia sarà aperta entro il 2050 (l’attuale progetto è a senso unico).
Funicolare Torino-Cervino, a trazione elettrica in salita, a caduta libera in discesa, con enorme risparmio energetico. Strada sottomarina Napoli-Cagliari, adagiata sul suggestivo fondo dei nostri mari. Consigliata automobile 4x4 e finestrini ben chiusi.
Autostrada Milano-Roma (già esistente, è presente nel piano del governo per una svista). Ripristino del Colosseo con chiusura buchi e impermeabilizzazione totale per consentire naumachie e la presenza dell’Amerigo Vespucci.

martedì 18 luglio 2023

Domandina

 


Culodritto




Disinteresse

 


Prendetevi 5 minuti

 


Via d’Amelio e i vulcani comunicanti delle stragi

LA SOTTILE LINEA NERA - L’eccidio di Borsellino e anche quello di Falcone sono collegati alla bomba di Bologna e al delitto Mattarella: depistaggi, estremisti di destra e boss

di Roberto Scarpinato 

C’è un luogo di Palermo che da 31 anni resta interdetto ai riti della retorica di Stato e alle passerelle delle autorità. Quel luogo è via D’Amelio. Da 31 anni i rappresentanti dello Stato, commemorando la strage del 19 luglio 1992, non hanno l’animo di celebrare i loro riti in quella via e se ne tengono prudentemente lontani, defilandosi in luoghi più appartati, inaccessibili alla gente comune. È una tacita convenzione, di una consuetudine consolidata e quasi rimossa nella coscienza collettiva. Perché questa prolungata, forzata assenza dei rappresentanti dello Stato dal luogo della strage è un fatto perturbante. Significa che lo Stato non può presentarvisi con la coscienza a posto. Con la coscienza di poter escludere con certezza la compromissione, nell’ideazione e nell’esecuzione della strage di apparati interni allo Stato; e di avere fatto tutto il possibile per individuare mandanti e complici eccellenti. Quindi i suoi rappresentanti si defilano, si sottraggono al pericolo e al disagio di pubbliche contestazioni. Questa frattura tra Palazzo e piazza, tra luoghi del Potere costituito e popolo si è aperta subito dopo la strage con un evento drammatico che non ha precedenti nella storia d’Italia e racchiude in nuce la cifra oscura della tragedia che si consumò il 19 luglio 1992 e l’intuizione popolare anticipata di una giustizia che sarebbe rimasta dimezzata, incompiuta.

Il 21 luglio 1992 si svolsero i funerali dei cinque agenti della scorta di Paolo Borsellino trucidati con lui: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Quel giorno una folla di circa diecimila persone che tracimava nel sagrato antistante la Cattedrale di Palermo iniziò a gridare ripetutamente nei confronti delle pubbliche autorità che si trovavano all’interno della chiesa: “Fuori la mafia dalla Chiesa”. E quando il presidente della Repubblica e il capo della Polizia uscirono dalla chiesa, la folla ruppe gli argini dei cordoni di polizia e si avventò contro di loro circondandoli in modo quasi minaccioso, al grido “Assassini”. Furono scene drammatiche di panico e si temette il peggio. Dunque il popolo, anziché stringersi solidale intorno alle figure-simbolo dello Stato, il presidente della Repubblica e il capo della Polizia, invece di riconoscersi e rispecchiarsi in quei simboli, li accusava di essere emblemi di uno Stato in cui non ci si poteva riconoscere. Non solo perché non aveva saputo o voluto proteggere la vita di Borsellino, malgrado quella di Paolo fosse una morte annunciata e da lui stesso anticipata in più occasioni, ma anche perché – gridava la folla – la mafia stava dentro la chiesa, cioè dentro lo Stato. Espressione cruda e semplificatrice che, tuttavia, conteneva un seme scandaloso e profondo di verità: il male non stava tutto fuori dallo Stato, non albergava solo nei cuori malati di assassini come Riina e altri consimili, ma anche dentro lo Stato, si annidava nelle pieghe segrete delle istituzioni, corrodendole dall’interno. Abbiamo tutti gli elementi oggi per poter dolorosamente ammettere che via D’Amelio non fu solo una strage di mafia, ma una strage che chiama in causa componenti interne ad apparati statuali. Componenti che hanno occupato postazioni strategiche in grado di operare ripetutamente e continuativamente per depistare le indagini e impedire così che emergessero responsabilità di livelli superiori a quelli degli esecutori.

Hanno fatto sparire nell’immediatezza l’agenda rossa con uno tempismo straordinario possibile solo perché erano a conoscenza in anticipo del luogo e del tempo dell’esecuzione, quindi erano complici. Hanno continuato a depistare a distanza, costruendo a tavolino nel 1994 falsi collaboratori di giustizia con una complessa orchestrazione che vide agire di concerto vertici di polizia e di servizi segreti. Hanno proseguito quasi sino ai nostri giorni, con altri subdoli tentativi di depistaggio: come quello messo a segno nel 2021 facendo scendere in campo il collaboratore di giustizia Maurizio Avola, le cui dichiarazioni, rivelatasi false, erano state congegnate in modo tale da escludere la partecipazione di soggetti esterni alla strage. Segni tutti di una presenza inquinante che ha continuato muoversi nell’ombra, dietro le quinte, e fa comprendere come la strage di Via D’Amelio sia ancora una partita aperta e sia ancora tra noi. Come un vulcano che nelle profondità delle sue viscere conserva un magma infuocato che si teme possa esplodere, travolgendo con verità devastatrici non solo destini individuali, ma forse la tenuta stessa di alcuni contrafforti della Repubblica. Lo stesso potrebbe accadere per il vulcano del processo sulla strage di Bologna, che non solo non accenna a spegnersi, ma anzi continua a eruttare dal profondo delle sue viscere pezzi incandescenti di verità che fanno intuire come Bologna e Palermo siano due parti della stessa storia. Due vulcani comunicanti mediante tanti canali sotterranei in cui circola lo stesso mefitico magma.

Il primo canale sono i depistaggi. Quelli messi in campo per le indagini su via D’Amelio sono la replica di quelli attuati per depistare le indagini sulla strage di Bologna, per i quali sono stati condannati con sentenza definitiva uomini ai vertici di servizi segreti. Un secondo canale di comunicazione tra i due vulcani sono Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, condannati come esecutori della strage del 2 agosto 1980 e individuati da Giovanni Falcone come esecutori dell’omicidio (a Palermo, il 6 gennaio 1980) di Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana che si apprestava a proiettarsi sullo scenario nazionale rilanciando nel congresso della Dc del febbraio di quell’anno la linea politica del compromesso storico dopo l’omicidio di Aldo Moro. Linea strenuamente avversata da vertici della P2, di cui facevano parte, oltre ai vertici dei servizi segreti, Licio Gelli e Federico Umberto D’Amato, già capo dell’ufficio Affari riservati del Viminale, uomo Cia in Italia, riconosciuti entrambi come organizzatori e mandanti di Bologna nella motivazione della sentenza dalla Corte di Assise il 5 aprile.

Un terzo robusto canale di collegamento è venuto alla luce con la condanna come ulteriore esecutore delle strage di Bologna di Paolo Bellini, esponente di Avanguardia nazionale, uomo dei servizi segreti, che fu in missione in Sicilia nel 1992, nello stesso periodo in cui era presente Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia nazionale già legato a D’Amato. È stato accertato che Bellini dialogò ripetutamente in quei mesi con Antonino Gioè, esecutore della strage di Capaci, uomo-cerniera tra la mafia e i servizi segreti, al quale, come ha dichiarato Giovanni Brusca, suggerì di alzare il livello dello scontro con lo Stato effettuando attentati contro i beni artistici nazionali: idea, questa, maturata già nel 1974 all’interno di Ordine Nuovo, formazione della destra eversiva i cui esponenti sono stati riconosciuti colpevoli delle stragi di Piazza Fontana (Milano, 1969) e Piazza della Loggia (Brescia, 1974) e che, come è stato accertato, hanno goduto di protezioni statali ad altissimo livello. Nella motivazione della sentenza di condanna di Cavallini depositata il 7 gennaio 2021, la Corte di Assise di Bologna dedica quasi cento pagine alla rivisitazione dell’omicidio Mattarella, giungendo alla conclusione, anche alla luce di nuove acquisizioni, dell’esattezza della pista nera individuata da Falcone ed evidenziando le connessioni tra quell’omicidio e la strage di Bologna. Mi risulta personalmente che Falcone era fermamente intenzionato a riprendere quelle indagini se fosse stato nominato procuratore nazionale antimafia. Non gliene diedero il tempo, massacrandolo a Capaci.

Stessa sorte riservarono a Borsellino, affrettandosi prima che avesse il tempo di dichiarare alla Procura di Caltanissetta quanto aveva appreso da Falcone e da alcune fonti sulle collusioni mafiose di alcuni vertici dei servizi segreti e su riunioni di un gruppo di selezionati capi di Cosa Nostra per elaborare un complesso piano stragista. Il piano prevedeva come primo atto la strage di Capaci e vedeva la compartecipazione di altri potenti forze criminali, le stesse che avevano animato la strategia della tensione nei decenni precedenti. Circostanze di cui aveva preso nota nella sua agenda rossa. Una agenda che dunque doveva sparire prima di finire nelle mani dei magistrati che, seguendo il filo di Arianna tracciato in quelle pagine, da Palermo potevano forse risalire passo dopo passo sino a Bologna, facendo così uscire dagli armadi tanti scheletri della prima Repubblica. Che invece sono transitati nella seconda, contribuendo a sostenerne le fondamenta.

Marina, Marina!

 

Marina, Marina! Quella lettera su Papi l'ha, ahimè, risvegliato...

La Marina mercantile
di Marco Travaglio
Il Giornale: “Marina dice basta”. Perbacco, roba grossa. Stiamo parlando di Marina B., primogenita del noto pregiudicato da poco scomparso, che manda un messaggio alla Meloni (e a chi altri?) perché “riformi la giustizia” e la renda “uguale per tutti” (prospettiva peraltro agghiacciante per il Gruppo, che con una giustizia uguale per tutti sarebbe rovinato da 40 anni). La signora naturalmente è libera di dire le scempiaggini che vuole, anche perché, a dispetto delle apparenze, è molto spiritosa. Ci vuole un bel sense of humour per essere a capo del maggior gruppo editoriale d’Europa e insultare i rari giornalisti che scrivono la verità sulle stragi chiamandoli “complici dei pm” (complice, nella lingua italiana, è chi sta coi ladri, tipo i frodatori fiscali; nella lingua arcoriana, chi sta con le guardie). O per definire “delirante” l’”accusa di mafiosità” a uno che si tenne in casa per due anni un mafioso travestito da stalliere (quello che accompagnava a scuola Marina e Pier Silvio perché non facessero brutti incontri) e che la Cassazione ha accertato aver “concluso” nel 1974 un “accordo di reciproco interesse” con “Cosa Nostra, rappresentata dai boss Bontate e Teresi” (altro che “non è emerso nulla di nulla”). O che “i conti Fininvest sono passati per anni al setaccio senza risultato” (a parte una mega-frode fiscale da 368 milioni di dollari accertata dalla condanna in Cassazione e tre falsi in bilancio certificati da giudici che hanno dovuto assolvere B. perché si era depenalizzato il reato). O che pm cattivi e “giornalisti complici” vogliono infliggere al caro estinto “la damnatio memoriae”.
Ma qui c’è un equivoco: la pena della Roma antica cancellava ogni traccia di un personaggio, come se non fosse mai esistito. Invece i pm cattivi e i giornalisti complici fanno di tutto per ricordare B. per quello che era: un frodatore, finanziatore della mafia e corruttore seriale. Se non lo fosse stato, la Marina non sarebbe presidente della Mondadori, scippata al legittimo proprietario De Benedetti da una sentenza comprata dagli avvocati di B. con soldi di B., che dovette poi pagare mezzo miliardo di danni. L’unica damnatio memoriae è quella imposta dai giornalisti complici dello scippatore (tipo quelli di Canale5 che linciarono il giudice Mesiano per porto abusivo di calzini turchesi), che consente alla presidentessa della refurtiva di pontificare come se nulla fosse. E di trovare addirittura qualcuno che la stia a sentire: Forza Italia attende con ansia le letterine di Marina e Pier Silvio, che decidono persino chi deve succedere a Papi in Senato, come se avesse comprato e lasciato in eredità pure il seggio parlamentare. La Repubblica del Banana finirà solo quando tal Marina dirà “Basta” e tutti risponderanno in coro: “E chi se ne frega”.

L'Amaca

 

Lo Stato che resiste

DI MICHELE SERRA

Si dice spesso che a salvarci, quando il livello dei governanti non è rassicurante, sia il Deep State, lo Stato profondo che lavora e assicura continuità a dispetto di chiunque occupi i Ministeri. I ministri passano, i governi pure, gli alti funzionari pubblici mandano avanti la baracca e garantiscono che non affondi. Vale per la Farnesina, per i ministeri economici, per l’ordine pubblico, vale per il funzionamento della macchina Italia a tutti i livelli, e ancora più per la salvaguardia dell’idea di Stato, logorata nei decenni dalla demagogia e dal populismo che consentono notevoli bottini elettorali.
Proprio al Deep State ho pensato leggendo le riflessioni del direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ruffini, in un incontro pubblico. Tra le altre: «Se vogliamo garantire i diritti fondamentali della persona indicati e tutelati nella nostra Costituzione — come la salute dei cittadini, l’istruzione dei nostri figli, la sicurezza di tutti — servono risorse, e noi siamo chiamati a raccoglierle a vantaggio di tutti. Anche di chi si sottrae al loro pagamento».
Parole che suonano come risposta indiretta, anzi diretta, alle recenti dichiarazioni del Salvini (il cui ministero, tra l’altro, con il Fisco non c’entra un fischio) e della premier Meloni sulle tasse come «pizzo di Stato», inquadrabili nel vecchio adagio “non si devono mettere le mani nelle tasche degli italiani” così caro alle destre di ultima generazione.
Ignoro come e quando Ruffini possa essere sostituito o destituito dai nuovi padroni politici del Paese. Posso solo dire che mi conforta non poco saperlo là dov’è, e spero che ci rimanga a lungo, compatibilmente con il suo grado di sopportazione dei nuovi governanti.