giovedì 13 luglio 2023

Era ieri

 


Esattamente 61 anni fa, al The London Jazz Centre, debuttava un complessino di giovani, capitanati da tale Mick Jagger, su cui pochi riposero fiducia. Invece divennero e sono tutt’oggi una delle essenze più fragranti della storia del Rock!

mercoledì 12 luglio 2023

Pensieri

 


Riposa in pace Milan!




Robecchi

 

Pronti a governare? Più che la marcia su Roma, qui si fa la marcia indietro
di Alessandro Robecchi
Fa una certa tenerezza – diciamo spaesata commozione – riguardare ora, dieci mesi dopo le elezioni, quei deliziosi manifesti elettorali con cui la destra italiana di ispirazione post-fascista (la tribù meloniana, per intenderci) si dichiarava “pronta” a governare. Per qualche settimana ci siamo beccati tutti la gragnuola volitiva del “siamo pronti”, cioè eccoci, arriviamo, finalmente, abbiamo studiato, lasciate fare a noi, siamo preparati fino al delirio. Un “siamo pronti” che suonava come la dichiarazione di fiducia dell’ultimo somaro della classe prima dell’orale alla maturità. Come ti senti, Gino? Pronto!
Quindi ci si perdonerà una certa ridarella nel guardare questi “prontissimi” inanellare una serie infinita di stupidaggini, gaffe, pensieri dal sen fuggiti, puttanate varie, scivoloni littori, amenità da sala bigliardi e altro ancora. La ministra con la Maserati che non paga i Tfr, il ministro della Scuola che fa l’elogio dell’umiliazione, il ministro della Cultura che si ripromette – come se fosse un compito titanico, ultra-umano – di leggere un libro al mese (ma quelli per cui vota ai premi non li legge), la fascistissima seconda carica dello Stato, collezionista di busti del duce, che “interroga il figlio” e decide che “non c’è nulla di penalmente rilevante”, la ministra della Famiglia che paragona Daniela Santanchè a Enzo Tortora, e altri millemila articoli del campionario, un’enciclopedia intera.
Pensa se non erano pronti!
Come spesso avviene, la teoria e la prassi fanno a cazzotti. Uno, superficialmente, sarebbe portato a pensare, trattandosi di fascisti in vario grado di colorazione orbace, a una maschia e volitiva rivendicazione, a un perenne “noi tireremo dritto” che gonfia il petto irto di medaglie. Macché, più che la marcia su Roma domina la marcia indietro, la toppa peggio del buco, il rifugio nel sempre meraviglioso “sono stato frainteso”. E dunque intenerisce la flessibilità e la tenera disponibilità all’“abbiamo scherzato”, come quando il ministro della scuola dice che sì, ha detto “umiliazione”, ma voleva dire “umiltà”; o quando il commentatore che scrive una frase schifosa e rischia con quella di giocarsi un posto annunciato in Rai dice che non abbiamo capito, non è il suo stile, siamo cattivi noi, e lui ha scritto un libro “che farà letteralmente storia”. Testuale. Il ridicolo ha rotto gli argini.
Insomma, eccoli qui, tutti quelli che erano così pronti, gente che, beccata a fare il passo dell’oca, comincia a passeggiare come un flaneur, fischiettando: chi, io? Avete capito male. Il tutto condito da revisionismi ridicoli, Storia reinventata, stupidaggini sesquipedali, errori da matita blu. E con la copertura – tipo il mantello dell’invisibilità – che nasconde all’occorrenza le vergogne. Per cui, appena gli si fa notare lo scivolone, eccoli dichiararsi “liberali” – quasi sempre liberali coi soldi di tutti, peraltro – o addirittura “radicali”. E quando molte associazioni, partiti e sindacati francesi chiedono di annullare uno spettacolo della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi (“è neofascista”) tutti insorgono: uh, ma è illiberale! Gli stessi che applaudono quando si nega a qualche artista russo di esibirsi in pubblico, e lo trovano, questo, abbastanza liberale per i loro gusti. Lo spettacolo continuerà: il problema è avere una base ideologica e culturale di cui ci si vergogna un po’, farla saltar fuori a sorpresa e poi correggere il tiro, cincischiare scuse patetiche, frignare un po’. Ecco per il vittimismo sì, sono pronti.

Santi travagliati

 

Sant’Artiglio
di Marco Travaglio
La fabbrica dei santi dello Stato, molto meno selettiva di quella della Chiesa, ne ha sfornati altri due in un sol giorno. Non bastando San Silvio, pure Arnaldo Forlani e Attilio Fontana. Alle esequie dell’ex premier Dc, monsignor Vincenzo Paglia l’ha descritto come un martire che, dopo la “tempesta giudiziaria”, “bevve la cicuta fino in fondo”. La tempesta è l’indagine sulla più enorme mazzetta vista in Europa prima dell’avvento di Previti: la maxitangente Enimont (140 miliardi di lire), di cui Forlani confessò a Di Pietro di aver concordato una quota per la Dc con Carlo Sama. Dopodiché fu condannato, e ci mancherebbe pure. Quanto alla cicuta, è improbabile che Socrate-Forlani l’abbia bevuta, e fino in fondo: sennò non sarebbe campato fino a 97 anni.
L’altro santo è Fontana, presidente della Lombardia, prosciolto anche in appello per lo scandalo dei camici di suo cognato. Il popolare Artiglio ritiene così dimostrata la sua “correttezza”, mentre la Santanchè – un’intenditrice – loda la sua “integrità” e Salvini chiede addirittura “le scuse” dai 5S, dal Pd e dai media (Report e il Fatto) che denunciarono il conflitto d’interessi tra Fontana e il cognato. Spiace deluderli, ma la Corte non dà né può dare patenti di integrità e correttezza, perché non smentisce un solo fatto: conferma il verdetto del gup che escludeva la rilevanza penale della condotta di Fontana. Il quale, smascherato da Report e dal Fatto, si era affrettato a trasformare in “donazione” il contratto di “fornitura” da 513mila euro gentilmente offerto senza gara dalla sua Regione al cognato; e poi ad abbuonargli 25mila camici non consegnati e a tentare di rimborsargli metà dei mancati introiti (sui 50mila pezzi già forniti) con 250mila euro bonificati da un suo conto svizzero (quindi il cognato non voleva “donare” un bel nulla). Ma l’operazione fu bloccata dall’antiriciclaggio: così si scoprì che il presidente aveva conti in Svizzera con la presunta eredità materna di 5,3 milioni tenuti illegalmente su due trust delle Bahamas e fatti rientrare (per finta) in Italia nel 2015 con la voluntary disclosure. Né Report né il Fatto né i suoi avversari hanno mai parlato di reati: ma evidenziato uno scandalo etico-politico grosso come una casa, per il conflitto d’interessi cognatistico, per le tragicomiche bugie e per l’indecenza dei conti plurimilionari in Svizzera sempre taciuti agli elettori. Il fatto che in Italia tutto ciò sia lecito allieta comprensibilmente Fontana, ma dovrebbe preoccupare tutti gli altri. Perché qualunque amministratore pubblico sa di poterlo rifare impunemente grazie a una legge sul conflitto d’interessi che grida vendetta. Ecco: siamo noi che aspettiamo le scuse da chi l’ha fatta e da chi continua ad approfittarne.

L'Amaca

 

Qualche dubbio tra le bombe
DI MICHELE SERRA
Da cittadino europeo, accolgo con sollievo la notizia che non tutti gli Stati membri della Nato sono incondizionatamente favorevoli all’ingresso dell’Ucraina nella Nato.
Dopo molti mesi nei quali il dovuto impegno bellico (difendere l’Ucraina aggredita) ha spesso minacciato di sconfinare nell’entusiasmo bellico, che non è proprio la stessa cosa e non è affatto dovuto, ogni invito alla calma e al ragionamento, ogni esitazione sono segnali confortanti. Significa che la guerra, come spesso avviene, è un problema e non una soluzione.
Non sono uno stratega, non un esperto di politica internazionale, sono solo una persona stanca della guerra, preoccupata dalla facilità e perfino dalla naturalezza con la quale l’organizzazione statuale dell’odio e il suo finanziamento (tale cosa è la guerra) ha riconquistato la scena europea, mozzando il capo a ogni pensiero dialettico, trasformando ogni parola, ogni opinione, in un’arma da spendere su un lato o quell’altro del fronte.
Chissà se si può dire con un minimo di serenità in più, dopo sedici mesi di carneficina, che l’allargamento della Nato, visto da Ovest oppure visto da Est, costituisce comunque un problema non indifferente, e da prima dell’aggressione russa; senza essere per questo considerati russofili o, peggio ancora, amici di Putin.
Penso di poter dire che è stata fin qui una discussione molto brutta, almeno in Italia, quella sulla guerra russa in Ucraina. Con intimidazioni propagandistiche proprio da “tempi di guerra”, e stupide accuse di essere filo-russi, o filo-americani, quando si tratterebbe di cercare di essere, finalmente, faticosamente, filo-europei.

Attorno ala Rai

 

Quel cavallo non è un ronzino
DI MICHELE SERRA
C’ è un aggettivo che può aiutare a capire la vera e propria ribellione, piuttosto clamorosa, di una redazione della Rai al suo nuovo direttore. Questo aggettivo è “fisiologica”. Si tratta di una reazione fisiologica, ben più che ideologica o politica o sindacale, a una presa del potere così aggressiva e incauta.
C’è un aggettivo che può aiutare a capire la vera e propria ribellione, piuttosto clamorosa, di una redazione della Rai al suo nuovo direttore. Questo aggettivo è “fisiologica”.
Si tratta di una reazione fisiologica, ben più che ideologica o politica o sindacale, a una presa del potere così aggressiva e incauta da costringere le persone ad alzare la testa e a mettersi di traverso, chiedendo spiegazioni.
Ovviamente c’è un casus belli,e tutt’altro che trascurabile: un servizio sulle accuse di violenza sessuale al figlio del presidente del Senato, La Russa, mondato delle parti considerate “non necessarie”. Criterio già di suo non oggettivo, come ben sa chi fa il giornalista, che diventa però troppo soggettivo se a ispirare i tagli delle parti “non necessarie” è il desiderio di non disturbare la propria parte politica, il partito di Giorgia Meloni, alla quale il direttore Petrecca, figura di non primissimo piano del giornalismo radiotelevisivo, deve senza ombra di dubbio il proprio insediamento a Rainews.
Ma il casus belli avrebbe potuto anche essere un altro, precedente o successivo, perché il problema non è il singolo contenzioso (normalissimo) tra un giornalista e il suo direttore. Il problema è la pretesa, in fin dei conti ingenua prima che proterva, di utilizzare un’azienda anomala e in crisi d’identità, ma pur sempre rappresentativa di gran parte del Paese, e prima industria dell’informazione italiana, per un fine così smaccatamente di parte da costringere, ripeto costringere, chi lavora alla Rai a pretendere che se ne discuta. Anche chi tiene famiglia, ogni tanto, sente di tenere anche dignità professionale.
La mutazione del tigì di Rainews – parlo da ex fedele utente di quella rete – è stata repentina e impressionante: da classico tigì di informazione non facile da etichettare politicamente (mi è capitato spesso di confonderlo con il notiziario di Sky), autorevole proprio per la sua evidente vocazione a fornire notizie in quanto notiziario e non in quanto “narrazione” di questa o quella parte, quel telegiornale ultimamente è diventato qualcosa di molto simile a un house-organ governativa, affiancando i già proni Tg1 e Tg2 nella narrazione “patriottica”, tutta rivolta a esaltare l’alacre opera del governo mentre le Frecce Tricolori sfrecciano e la Vespucci salpa, e le opposizioni borbottano frasette di circostanzanegli spazi (molto pochi) generosamente concessi.
La nuova classe dirigente ha sempre rivendicato come un merito la trasparenza dei suoi scopi e dei suoi metodi: vogliono “cambiare narrazione”, come se quella precedente fosse uguale e contraria alla loro: ovvero monocorde, ideologica, escludente, contundente. Ma chiunque valuti le cose con un briciolo di realismo - non scomodiamo l’obiettività: basta il realismo - sa che la storia della Rai, giornalistica e non solo, è piena di pecche anche gravi, ma è una storia plurale, almeno negli ultimi trent’anni (prima, la sinistra non aveva voce). Il famoso cavallo non sarà un destriero, ma non è nemmeno un ronzino al quale basta mettere una sella e un morso per portarlo a passeggio dove si vuole. L’insorgenza dei giornalisti di Rainews contro il loro direttore non è un segnale da poco per quel palazzo, quegli uffici, quei corridoi. Ma non lo è neppure per il manipolo filogovernativo che forse si era illuso di una conquista facile in un territorio arreso. La Rai è per storia, e volendo anche per destinazione, un luogo promiscuo e un bene di tutti. Opportunismo e abitudine ad accordarsi amichevolmente con i nuovi capi sicuramente allignano lì come altrove (la Rai e l’Italia si assomigliano da sempre). Ma il troppo stroppia, e le maniere contano. Si consultino, i meloniani, con qualche valoroso superstite della Rai democristiana: gli spiegherà che il pugno di ferro è rumoroso e rovina le scrivanie. Tutti sentono il fracasso e arrivano anche dagli altri uffici per vedere che cosa è successo.
Quelli bravi comandano senza farsene accorgere. Questi qui, evidentemente, bravi non sono.