domenica 9 luglio 2023

Attorno al bordello

 

Schiforme a grappolo
di Marco Travaglio
Unendo i puntini delle dichiarazioni destronze e degli spifferi delle “fonti del ministero” (più arcane delle fonti del Clitumno), si ottiene la Grande Riforma della Giustizia che l’Italia attende fremente da trent’anni e che sarà necessariamente modellata sui processi che investono e via via investiranno membri del governo e della maggioranza, inclusi congiunti e amici degli amici. È lo scotto da pagare alla scomparsa di B., che le leggi ad personam le calibrava su un culo solo: il suo. Ora, nel berlusconismo senza B., i culi da parare si moltiplicano e con essi le leggi ad personas, o ad Melones. Tutto più complicato, ma anche più divertente. S’era detto che i giudici vanno separati dai pm per evitare che i primi si “appiattiscano” sui secondi? Dipende. Se l’imputato fa parte del giro e il giudice si appiattisce sul pm per archiviare o assolvere, viva l’appiattimento: i due possono restare tranquillamente colleghi. Se invece il giudice si appiattisce sul pm per intercettare, arrestare, rinviare a giudizio o condannare, i due vanno subito separati. C’è poi il caso Delmastro, col pm che chiede l’archiviazione e il gip che ordina l’imputazione: tutto ciò, secondo le “fonti ministeriali” (lo pseudonimo di Nordio), è “irrazionale” e deve finire. Se il pm vuol salvare uno della banda, è dovere del gip appiattirsi su di lui: è quando il pm non vuole salvarlo che il gip non deve appiattirsi. Ma la Riforma metterà le cose a posto: tra pm e giudice, decide il giudice solo se conviene all’indagato; viceversa decide il pm e il giudice fa pippa.
Ma c’è pure il caso del pm buono, che non ha alcuna intenzione di disturbare i manovratori, costretto a indagarli da un dipendente o un fornitore non pagato o truffato che non si fa i cazzi suoi e li denuncia. Certo, alla fine chiederà di archiviare anche se ha vagonate di prove e il gip dovrà appiattirsi per legge. Ma intanto c’è la rottura delle indagini e dei giornali. Doppia ideona. I giornali saranno puniti con multe milionarie se pubblicano notizie vere (quelle false sono la specialità della casa). E le indagini saranno subappaltate ai congiunti degli indagati, che fra l’altro sono quelli che li conoscono meglio. Sui falsi in bilancio della Santanchè indagherà il falso principe Dimitri, e viceversa. E sul presunto stupro di Apache La Russa indagherà il padre, che infatti l’ha già interrogato e assolto, condannando la ragazza che l’ha denunciato. Così i pm potranno dedicarsi ai veri delitti: i rave party, gli spray con vernice lavabile, le vignette di Mannelli e Natangelo, o anche i reati contro la Pa, purché riguardino gli oppositori, meglio se “grillini”. I processi sono come le armi all’uranio impoverito e le bombe a grappolo: se le usa la Russia sono orrori da genocidi, se le usa l’Ucraina sono petali di rosa.

Ancora sul lettore di sta'...

 

Sangiuliano vota i libri mai letti, ma non è solo
DI DANIELA RANIERI
La presunta gaffe del ministro dell’Acultura Sangiuliano, che durante la cerimonia di premiazione dello Strega si è lasciato sfuggire di non aver letto i libri che ha votato, passerà alla Storia, o almeno alla cronaca, come un inciampo maldestro; invece è un segnale istruttivo dello stato in cui versano sia la nostra cultura che la nostra politica, nello Strega perversamente intrecciate.
Amante delle “storie che ti prendono”, da cui discende che Sangiuliano avrebbe votato Il codice da Vinci e bocciato L’uomo senza qualità, e fautore del “leggere è fondamentale” e altre banalità (il solito dilettantesco concetto di Letteratura dei parvenu, per i quali la cultura “serve” a qualcosa, mentre, come diceva Salvemini, essa è “il superfluo indispensabile”), il ministro ha spifferato: “Proverò a leggerli”. Geppi Cucciari, visibilmente scossa: “Perché, non li ha letti?”. E lui: “Li ho letti perché ho votato, però voglio approfondire questi volumi”. L’inversione sintattica rivela la menzogna: semmai un giurato Strega vota i libri in gara perché li ha letti, in virtù dell’averli letti; invece il ministro si sente obbligato a dire di averli letti perché ha votato.
Se il ministro ha solo sfogliato i libri che era chiamato a votare (non solo il suo preferito tra quelli in cinquina, ma anche tre di quelli in dozzina), allora ha votato in modo frettoloso e superficiale, il che non è degno di un giurato del suo calibro (dev’essere la nuova Egemonia di Destra: fai tutto e fallo male); se non li ha letti, come un vaghissimo sospetto suggerirebbe, non si capisce secondo quale logica abbia votato. O forse si capisce benissimo: la logica del potere delle case editrici e della compravendita – non necessariamente in denaro, più spesso in favori, entrature, simpatie – dei voti.
È il segreto di Pulcinella. Quando l’anno scorso il mio romanzo è entrato nella dozzina dello Strega, la bravissima addetta all’ufficio stampa che lavora per Ponte alle Grazie ha passato, come si usa, giornate intere al telefono a cercare di convincere i 660 giurati non tanto a votarlo, quanto a leggerlo. Esiste un file Excel che contiene le loro risposte, praticamente un nuovo discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani. Una buona percentuale ha dichiarato subito che era spiacente, ma il suo voto era già promesso; naturalmente a scatola chiusa, giacché i libri erano appena stati selezionati e nessuno avrebbe potuto averli letti già tutti. Se in via puramente teorica io o altri che non fossero i loro preferiti avessimo scritto I Buddenbrook, questi geni delle Lettere l’avrebbero ignorato. Quattro di loro hanno più o meno esplicitamente detto, con una ribalderia vendicativa molto poco equanime, che giammai avrebbero votato il mio libro per il motivo che io scrivo sul Fatto, ciò che mi rende ipso facto indegna di partecipare alla loro mensa se non al consesso umano (e se io fossi stata un nuovo Buzzati?). Essendo molti dei giurati a loro volta scrittori, alcuni ci hanno notificato sic et simpliciter che avrebbero espresso un “voto di squadra”, cioè avrebbero votato per i libri pubblicati dalle case editrici che pubblicano i loro, in palese conflitto d’interessi (en passant: Sangiuliano pubblica con Mondadori). È una prassi comune: forse la Fondazione Bellonci dovrebbe rivedere i suoi criteri di selezione di giurati e Amici della Domenica, se il mondo dell’editoria, praticamente monopolizzato dalle grandi case editrici, è poi chiamato a giudicare “con rigore e imparzialità” i libri pubblicati in Italia.
Un giurato, qualche settimana dopo il premio, ha commentato un post su Facebook che parlava del mio libro con la candida riproposizione-confessione: “Interessante, lo leggerò”, cosa che avrebbe dovuto già aver fatto, come da regolamento; da cui discende che la preferenza era stata espressa sulla base di criteri estranei alla qualità delle opere. Un giurato peso massimo, qualche tempo dopo il voto, ha fatto con me la stessa gaffe del ministro: “Ho intenzione di leggere il tuo libro”; e, alla mia osservazione che pensavo l’avesse già fatto, ha risposto: “Sì, ma così: velocemente”, come Woody Allen con Guerra e Pace, letto in venti minuti (“parla della Russia”). Decoro imporrebbe ai giurati insipienti o in conflitto d’interessi di astenersi dal voto, ma figuriamoci se gente che vive del prestigio riflesso di essere interpellata su una questione culturale così importante rinuncia a presenziare a un evento dove può lucidare il suo ego insieme alle altre facce note della cosiddetta Cultura, pronte ad avventarsi sul buffet. Nessuna sorpresa, dunque: il ministro della Cultura è solo un giurato medio.
Ps. Se avessi partecipato quest’anno, chissà se Sangiuliano non mi avrebbe votato per la pigrizia imparziale che non gli fa aprire un libro, o per il semplice fatto di poter far valere il suo potere su qualcuno che lo critica dalle pagine di un giornale.

L'Amaca

 

Le rinunce che non pesano
DI MICHELE SERRA
La vecchiaia è selettiva, e lo è per necessità. Si è costretti, per mancanza di tempo e per la diversa quantità di energia disponibile, a occuparsi di meno cose. Si rischia di perdere contattocon fenomeni importanti.
Sono diversi anni, per esempio che non so chi sia Kim Kardashian. Vedo il suo nome balenare qui e là, e le sue foto ovunque (la più recente con il calciatore Mbappé: lui invece so bene chi sia). Ho cognizione, molto vaga, che questa Kim debba il successo a una serie tivù americana, poi trasferito sui social; oppure che debba il suo successo ai social, e poi lo abbia trasferito in una serie tivù. Ma non ho mai voluto né potuto approfondire: al solo nome “Kim Kardashian” scatta una specie di blocco, di tilt neurologico. Passo oltre.
Magari sulla signora esistono illuminanti saggi, e lei stessa ha in serbo opere imponenti, scoperte scientifiche salvifiche, è la nuova Virginia Woolf, la nuova Madame Curie. Con altri mezzi - non più il romanzo, non il lavoro - è un genio, e lo dimostrerà. Io comunque non lo saprò mai. È come se l’avessi eletta, scegliendo il suo nome a caso tra migliaia, archetipo di tutto ciò che non voglio conoscere – non faccio più in tempo.
L’episodio, in sé, è irrilevante: Kim non ha alcun bisogno di me, nemmeno sa che esisto, e io non ho alcun bisogno di lei anche se so che esiste. Ma è rilevante, invece, la necessità di scegliere come e quando non esserci, non partecipare. Poi certo, a latere di tutto ciò, pesa anche un poco di presunzione: senza alcuna prova ragionevole, per puro istinto, io sono sicuro di avere scelto, scegliendo Kim Kardashian, la più tipica delle cose delle quali fare a meno senza rimpianti.

sabato 8 luglio 2023

Bleah!



La decisione insulsa di creare una commissione d’inchiesta sulla gestione del Covid, che avrebbe gongolato schizzofrenicamente se al tempo ci fossero stati i soloni attuali al potere, Cazzaro compreso, ha tuttavia evidenziato, come se ancora ve ne fosse bisogno, la pochezza intellettuale, la povertà di dignità del poveretto in foto, il quale, alla costante ricerca di visibilità per non evaporare dal panorama mediatico, si è unito alla maggioranza, di cui concettualmente ne è parte integrante da almeno vent’anni, votando a favore della creazione della stessa, come se vi fosse necessità di giudicare quei giorni tra i più infausti della storia nazionale, come se qualcuno dovesse arrogarsi il diritto di puntare l’indice su presunti errori nell’ambito di un’emergenza nazionale costata la vita a migliaia di cittadini. Ma la bassezza del suo personaggetto si manifesta più che mai nell’andare a braccetto con questi fascisti mascherati che criticavano scelte, divieti, restrizioni dall’alto della loro nullità pregna di vuoto assoluto. Mi provoca sempre più conati di disprezzo!

Fortuna




Buona estate vitalizia!

 


Ragogna