martedì 25 aprile 2023

Ineccepibile!



Il caso Di Mario

di Marco Travaglio 

Il Partito Preso non riesce proprio a trattare il caso Di Maio per quello che è, avendo trascorso gli ultimi 14 anni a scomunicare i 5Stelle senza comprenderli, accecato dal pregiudizio universale. Chiunque ha visto all’opera Di Maio sa che è fin troppo sveglio, con una gran capacità di imparare e migliorare. È stato un buon leader M5S, un buon vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo nel Conte-1, un buon ministro degli Esteri nel Conte-2 e nel Draghi. Buono non vuol dire condivisibile: il suo atlantismo acritico, identico a quello di Draghi, Mattarella, Letta&C., non ci piace. Ma sulla professionalità niente da dire: altro che “bibitaro”, come lo chiamavano i classisti e i razzisti incapaci di riconoscere i meriti dei 5Stelle e convinti che la politica sia un’esclusiva per figli di papà e rampolli di una dozzina di dynasty.
Ora, qualunque cosa dovrà fare nel Golfo, Di Maio la farà con abilità. Ma nelle cancellerie e diplomazie europee ci sono centinaia di figure che potevano farlo. Perché hanno scelto proprio lui, dopo lo 0,6% dei voti al suo partitucolo? Perché il sistema mafioso chiamato “politica” doveva premiare la sua fedeltà canina ai padroni italiani ed esteri. Guai se chi si immola per l’establishment finisse sul lastrico: nessun altro sarebbe disposto all’estremo sacrificio. Un anno fa Di Maio fu incaricato di far fuori Conte, unico ostacolo superstite alla normalizzazione draghiana del sistema, già ottenuta con la Lega giorgettiana, FI brunettian-gelminiana, il Pd lettiano, i centrini renzian-calendiani, la finta opposizione meloniana: tanti partiti con nomi diversi e programmi uguali. Prima provò a scalzare Conte da leader del M5S impallinando – con Giorgetti, Guerini, Renzi e Letta – la Belloni sulla via del Colle (lì doveva salire Draghi o restare Mattarella: tertium non datur). Ma, malgrado gli amorevoli consigli di Draghi a Grillo, Conte restò leader. E costrinse il governo a rinviare al 2028 l’aumento della spesa militare al 2% del Pil, promesso alla Nato entro il ’24. Allora Di Maio, con l’avallo dei suoi spiriti guida al Quirinale, a Palazzo Chigi e al Nazareno, scatenò la scissione di 66 parlamentari dai 5Stelle. Si illudeva di rafforzare Draghi e se stesso e di indebolire Conte. Accadde l’opposto. Draghi optò per l’harakiri e incolpò il M5S, convinto – nella sua hybris – che gli elettori avrebbero punito Conte e premiato Di Maio, candidato dal Pd insieme ai suoi fedelissimi. Accadde l’opposto. Punito dal basso, Di Maio viene ora premiato dall’alto: si scrive Borrell, ma si legge Draghi, Quirinale, Nato e vecchio Pd. Ma adesso chi dovrebbe allarmarsi è il nuovo Pd: ove mai Elly Schlein si ricordi chi è e cambi musica, un Di Maio pidino da far esplodere e poi risarcire si trova sempre.

E che si festeggi!




lunedì 24 aprile 2023

Quark e i tuffi

 


Tomaso e la dilapidatrice

 

Venere social, pizza, banalità: un trash degno del Billionaire
LA CAMPAGNA CAFONA DI SANTANCHÉ - “Open to Meraviglia”. Il titolo “inglesato”, la grafica da fumetto porno, i monumenti ridotti a location: un’immagine che sta alla realtà come il parmesan al parmigiano
DI TOMASO MONTANARI
Nove milioni di euro. Quanti precari del patrimonio culturale ci si potrebbero assumere? Quanti documenti antichi dei nostri archivi di Stato restaurare? Quante chiese curare, e riaprire? Quanti piccoli musei riallestire? E invece no. La Repubblica butta nove milioni delle nostre sudatissime tasse in una oscena campagna pubblicitaria che dovrebbe vendere ciò che si vende fin troppo bene da sola: l’Italia come meta turistica!
La ministra Santanché annunzia gioconda alle tv che vorrebbe vedere il turismo ascendere al rango di prima industria italiana: senza nemmeno immaginare cosa questo significherebbe in termini di sostenibilità, e di declino di un Paese ridotto a grande villaggio turistico. Vorrebbe dire essere comprati a pezzi da fondi stranieri, perdere quel poco di influenza internazionale, assomigliare sempre di più all’immagine che dei romani aveva James Joyce: quella di un nipote neghittoso e inetto che campa facendo vedere ai turisti il cadavere imbalsamato della nonna.
In quanto a grottesco sciacallaggio del passato siamo già un pezzo avanti, del resto. E lo dimostra proprio la campagna pubblicitaria partorita da Santanchè, grottesca fino dal titolo: Open to Meraviglia. La linea è quella – altissima – del Verybello di Dario Franceschini (altra campagna mangiasoldi finita nel nulla e nel ridicolo): e del resto i grandi spiriti si incontrano. Ma qua si fa un ulteriore passo avanti: gli italiani ridotti a ciceroni per la mancia dei turisti si incarnano in una simpatica bionda trentenne, ora in minigonna, ora in canotta da gondoliera, ora in completo da hostess.
E la bionda altri non è che la povera Venere di Sandro Botticelli: ma liftata e pittata come una sciantosa. Nella testa dei ‘creativi’ pagati a caro prezzo con le nostre tasse, il celebre servizio fotografico di Chiara Ferragni agli Uffizi proprio di fronte a quel feticcio deve aver acceso una fantastica lampadina: è così Venere è diventata direttamente un’influencer, che vende al mondo… la propria Patria (direbbero i patriottici committenti)! Vista la fede nera più volte ostentata da Santanché, sarebbe tentante vedere in questa scelta una memoria dell’uso che della Venere fece Mussolini nel 1930, intorno a una grande mostra d’arte italiana a Londra che doveva esibire al mondo anglosassone “l’eterna vitalità della razza italica”. Il saggio che lo storico Francis Haskell dedica all’episodio verrebbe in effetti utile fin dal titolo: Botticelli al servizio del fascismo! Ma la triste verità è che rispetto al personale che muoveva, un secolo fa, la macchina da propaganda fascista, gli attuali nipotini sono di una ignoranza così crassa e barbarica che solo a suggerire il paragone l’animaccia nera di Giuseppe Bottai si rivolta nella tomba. No, qua il fascismo non c’entra nulla: c’entra la totale inconsapevolezza di cosa siano quella patria e quella nazione che questa destra cita a ripetizione senza saperne un accidenti di nulla. Il titolo inglesato (come la mettiamo col camerata Rampelli?), la grafica da fumetto porno, la banalità assoluta dei testi e delle immagini, i monumenti ridotti a location, i “borghi suggestivi” (letterale), la pizza e (manca poco) il mandolino: il vero paradigma culturale è Las Vegas. Un mostruoso centone dell’Italia, un luna park, un tarocco cinese per americani: un’immagine dell’Italia che sta a quella vera come il parmesan sta al parmigiano reggiano.
E qui il problema è serio: perché vuol dire che abbiamo a tal punto introiettato l’immagine dell’Italia venduta e comprata nel mercato globale, abbiamo a tal punto fatto nostra la retorica della pizza e del sole, ci siamo così adagiati nella celebrazione della nostra ‘grande bellezza’, che ormai ci guardiamo anche noi con gli occhi di chi non sa cosa sia davvero l’Italia. A vederla, mi è venuto in mente un certo ristorante italiano di Fort Worth, in Texas, nel quale, dopo una cena efferata, la vecchia madre del proprietario veniva in sala a cantare arie d’opera: per la gioia dei texani che, estasiati, pensavano di stare a Sorrento. La cifra complessiva che caratterizza questa campagna pubblicitaria è, insomma, la cafonaggine: un cattivo gusto travolgente. Ma non un trash felice, leggero e autoironico, no. Invece, una retorica greve e bolsa: da nuovo ricco ignorante, da milionario saudita o da oligarca russo. Da Billionaire, non per caso.
La classe dirigente che violenta in questo modo vergognoso la Venere di Sandro Botticelli è la stessa che ciancia a ripetizione di ‘nuovi Rinascimenti’, la stessa che si straccia le vesti di fronte ai ragazzi di Ultima generazione che usano le opere d’arte del passato come cose vive e provocanti, e non come Barbie animate: questa campagna è un monumentale danno erariale, ma almeno serve benissimo a farci capire chi ci governa. Ogni volta che ci toccherà vedere la Venere-influencer, ricordiamocene: chissà che alla fine non troviamo il coraggio di dire basta.

domenica 23 aprile 2023

Nulla è impossibile!



Nulla è precluso a nessuno! Vendi bibite allo stadio? Non demordere! Un giorno potresti parlare di strategie petrolifere con gli arabi! Non abbatterti e ascolta un consiglio: appassionati allo stile fantasy… con i Draghi infatti il tuo futuro germoglierà!!!
P.S. ma cosa k…zzo ci capirà Giggino del Golfo Persico???

Trasmettente



Il Pera con questa altisonante manifestazione ci vuole subliminalmente dire che la guerra è bella e gli americani sono bravi… i migliori…vamos!

Selvaggiamente


di Selvaggia Lucarelli 

Sono davvero rammaricata per le conseguenze emotive della vignetta di Natangelo su Giorgia Meloni. Mi rendo conto che per la nostra presidente una battuta sulla sua famiglia, famiglia da lei tenuta sempre prudentemente a distanza dalla politica, debba essere un fatto traumatico. 
Proprio per questa sua riconosciuta intenzione di non mescolare politica e parenti- ha ragione- bisognerebbe non occuparsi mai dei suoi affetti. 

E anche per una ragione di reciprocità e riconoscenza, visto che lei, è risaputo, delle famiglie altrui non si interessa mai.

 A parte dirci chi e se può adottare, chi e se può ricorrere alla gestazione per altri, a parte dirci chi può registrare i figli, cosa va insegnato ai nostri figli, cosa devono mangiare in mensa i nostri figli (vi ricordate il cous cous?) e se noi madri dovremmo lavorare o no, in effetti Giorgia Meloni della nostra famiglia non si è mai interessata. Questa cosa di dedicare una vignetta alla sua è davvero volgare. Anche l’ ultima storia del governo che vorrebbe non far pagare le tasse ai nuclei familiari composti da almeno due figli è chiaramente lampante segno di disinteresse per le famiglie degli altri. Personalmente, ho appena litigato col mio compagno che non ha voluto figli e abbiamo fatto pace solo dopo aver stabilito che la mia iva da ora in avanti la paga lui. 

E aggiungo: se si va avanti con questo disinteresse di Giorgia Meloni per le famiglie altrui, io vedo un futuro in cui la trama del film candidato all’oscar nel 2015 “The Lobster” diventa realtà. Per chi non la avesse vista, la pellicola racconta un mondo distopico in cui le persone single sono costrette a trovare, entro quarantacinque giorni, un partner. Se restano sole vengono trasformate in un animale a loro scelta. Ecco, io vedo il mio compagno che mi molla. Poi l’ultimatum di Giorgia Meloni. I 45 giorni che passano senza accoppiarmi. Francesca Fagnani che appare da dietro una tenda e mi chiede “che belva vuoi diventare?”. Io che dico la vitellina Mary, perché Lollobrigida ha detto che la trattano con tanta cura. Dopo sei mesi sono un ossobuco. Brutale, sì, ma sempre meno di una vignetta, me ne rendo conto.

Da Il Fatto