sabato 25 febbraio 2023

Sfogo

 


Turbinio

 

Vogliamo gli ammiragli
di Marco Travaglio
E niente: siccome ormai i generali sono molto più pacifisti dei politici e della stampa al seguito, le Sturmtruppen si sono giocate pure il capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. Che ieri ha rilasciato una bella intervista a Marco Menduni per la Stampa, che – in bocca a un altro – sarebbe subito liquidata come propaganda del partito putiniano, o “pacifinto” o “della resa”. Sapendo cos’è la guerra e cosa rischiamo con la folle escalation, mentre già si sdoganano caccia e missili a lunga gittata e magari prossimamente truppe e testate nucleari, l’alto ufficiale mette in fila i fatti. Gli stessi che il suo ex collega Mini certifica da un anno sul Fatto e il suo omologo americano Milley ripete da mesi: la Russia non può (o forse – aggiungiamo noi – non ha mai voluto) prendersi l’intera Ucraina e l’Ucraina non può riprendersi i territori invasi dalla Russia. “Questo è un dato che rimane costante nel tempo. Non esiste una soluzione militare”. Di qui dovrebbe partire ogni scelta politica, non dal mantra ovvio e moralistico “c’è un aggressore e un aggredito”, che andava bene un anno fa e ora, dopo 300 mila morti, 10 milioni di profughi, la devastazione fisica di mezza Ucraina ed economica (e anche etica) di tutta Europa, lascia il tempo che trova.
Se fosse realistica l’idea che, inviando armi sempre più devastanti, Kiev riconquisterà i territori perduti, l’opzione dei bellicisti – per quanto spregevole per chi ritiene sacra ogni vita umana, oltreché la Costituzione – avrebbe almeno un senso. Ma tutti gli esperti veri lo negano. La controffensiva ucraina di settembre è durata poco e ha recuperato minime porzioni delle quattro regioni annesse dai russi a Est e a Sud. E ora Kiev paventa una contro-controffensiva russa con 300 o 500 mila uomini. Dice Cavo Dragone: “Non possiamo permetterci un altro conflitto ‘congelato’ nel cuore dell’Europa”. Serve “una riflessione sul dopo”: non sul ripristino dello status quo ante 2022, ma “sul mondo nuovo che verrà, diverso da quello che era prima dell’invasione. Non ci sono alternative a superare le macerie e il dolore”, per evitarne altri. E per disegnare un futuro di sicurezza per Kiev, ma anche per Mosca e gli altri Stati dell’Est Europa, urge in Occidente “un esame di coscienza” per capire se si fece di tutto per evitare l’invasione di Putin: “Ci sono stati elementi di instabilità che non abbiamo colto prima del 24 febbraio?”. Si poteva fare di più “nel proporre dialogo e inclusione?”. Ora ogni iniziativa negoziale va colta al volo, anche quella cinese: “Non dobbiamo trascurare nulla”. E la domanda è: ma Meloni, Mattarella&C. chi ascoltano prima di decidere se, oltre al Parlamento, ignorano anche il capo di Stato maggiore della Difesa?

L'Amaca

 

Niente è indiscutibile
DI MICHELE SERRA
Il New York Times ha ricevuto una severa lettera di biasimo, firmata da attivisti Lgbt+ e da molti collaboratori dello stesso Nyt, a proposito di alcuni articoli sulla transizione di genere giudicati molto negativamente dai firmatari della lettera. La vicenda è molto complicata e sconsiglia opinioni sommarie, chi volesse approfondirla può trovarne ampio resoconto in rete.
Ma c’è un dettaglio che mi ha particolarmente colpito. Nella lettera di critica si sostiene, tra le altre cose, che “queste discussioni hanno un impatto negativo sulla salute mentale delle persone Lgbt+, in particolare i nostri giovani”. Forse è solo un passaggio infelice, ma il lettore ne trae la conclusione che “le discussioni” sulla transizione di genere (esperienza in costante aumento tra gli adolescenti: chiedere agli insegnanti di scuole medie e superiori) sono considerate irricevibili in quanto tali, perché provocano turbamento nelle persone interessate.
Non le discriminazioni, non le offese, non i pregiudizi: le discussioni.
Ora, a me sembra che quella frase contenga tutta la pericolosa fragilità di quelle buone cause che, considerandosi “indiscutibili”, rischiano di sommare alla prevedibile ostilità dei reazionari anche la non necessaria diffidenza dei democratici. Perché, dai Lumi in poi, di “indiscutibile” non esiste proprio niente, e nessuna esperienza individuale, per quanto sofferta e rispettabile, merita di essere sottratta alla discussione, specie nel momento in cui si presenta sulla scena non solo come fenomeno sociale, anche come agente politico. Fare politica pretendendo di non avere contraddittorio rischia di rendere insostenibile anche la causa più giusta.

venerdì 24 febbraio 2023

Vorrei ma...

 

E' chiaro che non posso postarvi tutto il nuovo libro di Marco Travaglio! Ma sono sollevato di capire che non ero solo a pensarla così. Che la mia idea, becera rispetto al pensiero comune attuale, tutto sommato si può ritenere valida e non putiniana come ci vorrebbero far credere. 

Vi posto ancora uno stralcio, invitandovi a leggere questo libro "Scemi di guerra" 

Leggetelo con calma, prendetevi tutto il tempo necessario. Ne vale la pena! 


Abbiamo abolito la storia. È vietato raccontare ciò che è accaduto in Ucraina prima del 24 febbraio 2022: gli otto anni di guerra civile in Donbass dopo il golpe bianco (anzi, nero) di Euromaidan nel 2014 e le migliaia di morti e feriti causati dai continui attacchi delle truppe di Kiev e delle milizie filo-naziste al seguito contro le popolazioni russofone e russofile che, col sostegno di Mosca, chiedevano l’indipendenza o almeno l’autonomia. Il tutto in barba ai due accordi di Minsk. La versione ufficiale, l’unica autorizzata, è che prima del 2022 non è successo niente: una mattina Putin s’è svegliato più pazzo del solito e ha invaso l’Ucraina. Se la gente scoprisse la verità, capirebbe che il mantra atlantista “Putin aggressore e Zelensky aggredito” vale solo dal 2022: prima, per otto anni, gli aggressori erano i governi di Kiev (l’ultimo, quello di Zelensky) e gli aggrediti i popoli del Donbass. Fra le vittime, c’è il giornalista italiano Andrea Rocchelli, ucciso dall’esercito ucraino. Un caso simile a quello di Giulio Regeni, che però nessuno conosce, perché “Andy” ha avuto il torto di farsi ammazzare dai killer sbagliati. Chiunque faccia un po’ di storia per “spiegare” la guerra e le sue cause viene scambiato per un putiniano che “giustifica” l’aggressore. Solo abolendo la storia si possono azzardare assurdi paragoni fra Putin e Hitler e fra Zelensky e Churchill, per farci credere che oggi, come nel 1938, un dittatore folle vuole impadronirsi dell’intera Europa. Ergo dobbiamo armare gli ucraini perché difendono anche noi: caduti loro, toccherebbe a noi. Solo abolendo la storia si può bestemmiare parlando di “nuova Shoah”, “nuovo Olocausto”, “nuova Auschwitz”, “genocidio”, “pulizia etnica”, “sostituzione ebraica” e via dicendo. Solo abolendo la storia si può raccontare che la Nato è un’“alleanza difensiva” (infatti, solo nell’ultimo quarto di secolo ha attaccato la Serbia, l’Afghanistan, l’Iraq e la Libia che non ci avevano fatto un bel nulla) e “difende i valori della liberaldemocrazia” (infatti fra i suoi membri c’è la Turchia di Erdoğan, che arresta gli oppositori, chiude i giornali e stermina i curdi). Solo abolendo la storia si può credere al presidente Sergio Mattarella quando ripete che “l’Ucraina è la prima guerra nel cuore dell’Europa nel dopoguerra”. E Belgrado bombardata anche dall’Italia nel 1999 dov’è, in Oceania? E chi era il vicepremier del governo D’Alema che bombardava Belgrado? Un certo Mattarella.

(Marco Travaglio - Scemi di guerra) 


Inizio da replica

 

“Mi piacciono gli italiani”, diceva Winston Churchill: “vanno alla guerra come se fosse una partita di calcio e vanno a una partita di calcio come se fosse la guerra”. Infatti, da quando un anno fa la Russia dell’autocrate criminale Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina, abbiamo trasformato quella tragedia in una farsa. Con un dibattito politico-giornalistico da bar sport, umiliante, primitivo, cavernicolo, ridicolo: tutto slogan, grugniti e clave. Fino al giorno prima eravamo tutti virologi ed epidemiologi, poi siamo diventati tutti strateghi esperti di geopolitica e questioni militari. Anche i politici e i giornalisti che fino al 24 febbraio 2022 pensavano che il Donbass fosse un prete nano.

(Marco Travaglio - Scemi di guerra) 


L’Amaca



Correttezza non è censura

DI MICHELE SERRA

Con una certa ottusità, che va capita e soccorsa, qualche polemista di destra ha accolto con spregio e sghignazzi la levata di scudi di scrittori e intellettuali contro la riscrittura dei libri di Roald Dahl. Il loro ragionamento è più o meno questo: avete difeso il politicamente corretto, come potete lamentarvi della censura su libri e film?
La risposta è semplice, ammesso che si abbiano la voglia e il tempo di ascoltarla. Il politicamente corretto nasce con l’intenzione di difendere il linguaggio pubblico da messaggi di odio e da grevi e volontarie parole offensive: delle quali è possibile avere un ricco campionario sfogliando ogni giorno i quotidiani di destra (tutti) e anche qualcuno non di destra (pochi). La “scintilla” del politicamente corretto è dunque la difesa della qualità della vita democratica; della dignità delle persone; del concetto di rispetto.
Questa legittima preoccupazione ha generato negli anni, soprattutto nel mondo anglosassone, una vera e propria paranoia censoria. Per giunta retrospettiva – come nel caso di Dahl. E come nel precedente caso di Philip Roth e di tanti altri, puntualmente denunciati in Europa come caccia alle streghe. Questa degenerazione del principio di “rispetto” è l’oggetto in discussione. Si può uscirne dicendo che è legittimo vomitare qualunque insulto, perché questa è “la libertà”. Oppure difendendo il principio di rispetto, ma combattendo il fanatismo cieco, censorio, bigotto che pretende di applicarlo distruggendo la parola, l’arte, la sua inevitabile irriducibilità a un paradigma “buono per tutti”.
In sintesi: gridare “frocio” a un omosessuale è violenza. Censurare un cartoon di cinquant’anni fa, o un romanzo di cento anni fa, perché nel cast non ci sono omosessuali, è violenza anche quella. Non mi sembra così difficile da capire.

Già!