Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 18 dicembre 2022
Chiaro ed essenziale
Non disturbare i criminali
di Marco Travaglio
Mettiamoci nei panni di un delinquente a scopo di lucro: quali sono le sue paure? 1) Essere scoperto. 2) Essere arrestato. 3) Essere processato. 4) Essere condannato. 5) Scontare la pena in carcere. 6) Perdere la refurtiva. 7) Essere espulso dalla vita civile. Immaginiamo la sua reazione quando legge le parole di Nordio e la finanziaria Meloni: roba da stappare lo champagne e ubriacarsi. 1) Col taglio delle intercettazioni, il nostro uomo correrà meno rischi di essere scoperto. Se ha ricevuto favori indebiti da pubblici ufficiali, l’abolizione dell’abuso d’ufficio impedirà ai pm di verificare se in cambio ha versato mazzette. Mazzette ancor più difficili da scoprire con la depenalizzazione dell’altro reato-spia: l’evasione fiscale con omessa o infedele dichiarazione dei redditi. 2) Col taglio della custodia cautelare in carcere, il nostro uomo correrà meno rischi di essere arrestato. 3) Così, oltre a continuare a delinquere e/o darsi alla fuga, potrà far sparire le prove, eliminare o intimidire o corrompere i testimoni e far sparire le prove: cioè aumentare la probabilità di essere prosciolto in udienza preliminare, evitando il processo. 4) Il governo vuole smantellare la Spazzacorrotti di Bonafede che blocca la prescrizione dall’appello e mantenere la Cartabia che stecchisce i processi con l’improcedibilità se durano più di due anni in appello e di uno in Cassazione: quindi, casomai qualche prova sopravviva e si arrivi al processo e alla condanna, prima di quella definitiva crescono le probabilità di prescrizione o di improcedibilità. 5) Le destre hanno escluso i reati contro la Pa dall’elenco di quelli ostativi ai benefici penitenziari: quindi, salvo che sia un contrabbandiere o un mafioso o un narco, il nostro uomo è certo che, anche nella remota ipotesi di una condanna definitiva (in media sotto i 4-5 anni), non farà un giorno in carcere: le pene sotto i 4 anni si scontano ai domiciliari e ai servizi sociali e, se eccedono un po’, si scomputa il periodo cautelare ai domiciliari. Niente galera, neppure in cartolina. 6) Con l’improcedibilità, e spesso con la prescrizione, la refurtiva è al sicuro. Quanto all’evasione fiscale, col condono sull’omessa o infedele dichiarazione, chi viene scoperto versa la somma evasa quell’anno e si tiene tutte quelle evase negli anni precedenti. Ma la probabilità che lo Stato lo scopra è dell’1% e quella che riesca a riscuotere il maltolto è il 5% dell’1%. 7) Nordio vuole abolire la Severino, quindi il nostro uomo, anche se condannato, può candidarsi in Parlamento. Perché un cittadino onesto non dovrebbe darsi al crimine? Avrei voluto domandarlo l’altroieri a Nordio alla festa di FdI, dov’ero stato invitato a discuterne con lui. Ma il ministro, cioè il padrone di casa, non si è presentato al dibattito. Chissà come mai.
sabato 17 dicembre 2022
Tuttoapposto!
La pandemia ora è finita: lo ha deciso il governo
DI DANIELA RANIERI
La neolingua dell’Anno Primo dell’Era meloniana ha prodotto un’altra perla: “mini-isolamento”, un lemma svelto, rapido, libero da lacci e lacciuoli per (non) dire che fanno uscire di casa la gente positiva al Covid (la malattia che ha fatto 6,6 milioni di morti nel mondo e 182 mila in Italia) dopo 5 giorni dalla diagnosi, o la va o la spacca; diagnosi che spesso è autodiagnosi, motivo per cui i positivi sono in realtà molti di più di quanto dica il bollettino già quotidiano ora settimanale, e di questi le Asl non conoscono certo i nomi, quindi si poteva uscire anche prima senza alcun isolamento, standard o mini che fosse; ma c’è una bella differenza se è il governo a dare il via libera agli irresponsabili, di fatto decretando la fine della pandemia.
L’ispirazione è chiaramente produttivista e consumistica: l’inchino al sacro Pil natalizio (con 10 milioni di influenzati semplici a casa, ci mettiamo pure a sofisticare sui tamponi), come pure sotto Draghi e ai tempi del bipartisan “Milano riparte” e del renziano “Riapriamo tutto perché così avrebbero voluto i morti di Bergamo”. Mentre negli Usa, preso atto che il virus ha ripreso a circolare a livelli critici e gli ospedali sono pieni di contagiati da Sars-CoV2 e da virus influenzale e sinciziale, si torna a “raccomandare fortemente” l’uso di mascherine al chiuso indipendentemente dalle vaccinazioni ricevute (com’è logico: le mascherine proteggono dall’infezione, i vaccini no), qui il governo di destra dice che l’emergenza è finita e che non è mai stata tale (l’emendamento del mini-isolamento, inopinatamente, è dentro il decreto rave: mentre si sancisce la pericolosità di chi balla nei capannoni, si decreta l’innocuità di un virus che causa polmoniti bilaterali). Del resto, Meloni in piena pandemia chiamava insieme a Salvini alle adunate di piazza, il 2 giugno 2020, a sputacchiare droplets libertari alla faccia di Conte che ci chiudeva in casa (imitato da tutti i Paesi europei del cosiddetto mondo libero).
Sicché nella prima tornata di spacconate di neo-ministri (umiliazione e merito, fiction sulla Fallaci, mini-naja, Ponte sullo Stretto, lidi liberi ai privati) rientra pure quella, poi ritirata per manifesta insensatezza, del ministro della Sanità Schillaci: togliere l’obbligo di mascherine in ospedali e Rsa per i visitatori e si suppone pure per il personale sanitario (testimonianza personale: richiesta di inutilissimo Green Pass all’entrata di un ospedale romano, io – diligentemente mascherata con Ffp2 – mi sono trovata a riprendere medici e infermieri che la portavano sotto al naso o non la portavano affatto, costretta a spiegare, io a loro, per quale motivo ciò non impediva ovvero favoriva la trasmissione del virus contro il quale “i nostri angeli” si battono da tre anni, stante il fatto che il visitatore è costretto a esibire il Green Pass mentre i medici no-vax sono stati reintegrati). Ma qual era la ratio di togliere le mascherine negli ospedali, tra pazienti anziani e fragili, se non quella di tenere il punto sul fatto che il Covid non è una malattia grave e le misure prese finora sono state liberticide? Ce ne viene in mente un’altra, che escludiamo in quanto più cinica ancorché più logica: pagare meno pensioni facendo fuori i superstiti, scampati a tutte le ondate e alle irresponsabilità della politica. E sì che ci si erano messi di buzzo buono ad accopparli. Ricordate quando Gallera, assessore di Fontana, mandava i positivi dagli ospedali nelle Rsa? Ricordate quando i virologi televisivi sostenevano che le mascherine non servivano alla popolazione, bensì solo al personale medico, e che accaparrarsele era segno di massimo egoismo e ignoranza delle leggi del mercato (i prezzi salivano, gli ospedali non potevano comprarne, i medici si contagiavano: la colpa era dei cittadini, non di chi per decenni ha tolto risorse alla Sanità pubblica per darle ai privati)? Poi c’è stato il liberatore liberale Draghi, col suo “rischio ragionato” (scommessa persa: il “raffreddore” Omicron ha fatto 50 mila morti), ma Egli era incontestabile, anche quando istruiva le masse circa la garanzia data dal Green Pass di trovarsi tra “non contagiosi” e Figliuolo somministrava a raffica negli Open Day il Sacro Vaccino AstraZeneca, poi ritirato.
Così, mentre l’Oms dice che i morti crescono del 10% a settimana, si reimmettono malati in società per “tornare alla normalità” (che poi è la catena produci-consuma-crepa), come se occuparsi di un virus che fa 100 morti al giorno fosse una fissa da ipocondriaci. Il governo vuole imporre l’egemonia sanitaria dopo quella culturale: viva il darwinismo sociale e biologico, crepino i lavativi del Rdc e i fragili; bisogna vellicare le imprese e il vitalismo dei “big spender”, grati a chi finalmente ci restituisce la libertà (anche quella di contagiare il nostro prossimo, chi se ne frega se assiste un genitore anziano o ha un figlio immunodepresso).
PD travagliato
Il Gran Coniglio
di Marco Travaglio
La convocazione “urgente” della Commissione Nazionale di Garanzia del Pd, per iniziativa della buonanima di Letta, ha avuto almeno il pregio di far sapere in giro che il Pd ha una Commissione Nazionale di Garanzia di ben nove membri. Una volta si chiamavano “probiviri”, poi cambiarono nome, forse per l’oggettiva penuria di uomini probi. Noi li davamo per defunti, o almeno per dispersi, vedendo certe candidature indecenti e la presenza di imputati per reati gravi addirittura al vertice di correnti. Ma ora si scopron le tombe, si levano i morti e il fantozziano Gran Consiglio dei Nove Assenti, caricato a pallettoni da Occhio di Tigre, delibera una misura draconiana perfettamente adeguata alla gravità dell’euroscandalo: “sospendere cautelativamente Andrea Cozzolino dall’albo degli iscritti e degli elettori del Pd, nonché da tutti gli organismi del partito di cui dovesse eventualmente essere parte. E ciò fino alla chiusura delle indagini in corso da parte della Magistratura relative allo scandalo ‘Qatargate’”. Perché Cozzolino (che non risulta neppure indagato) e non altri “onorevoli” citati nelle indagini, non è dato sapere: se è stato sospeso per le sue posizioni politiche sui regimi del Qatar e del Marocco, dovrebbe essere uno dei tanti che le hanno prese. Ma il Gran Con(s)iglio non spiega il motivo della sospensione, in barba a un principio basilare del garantismo: a ogni sanzione deve seguire una motivazione, sennò vale tutto.
Ieri sul Fatto Cannavò ha ricostruito voto per voto tutte le marchette fatte al Qatar da quasi tutto l’eurogruppo Pd. Nessun reato: i voti e le opinioni degli eletti sono insindacabili, in Italia come in Europa. Ma chi si è schierato per anni con un feroce regime oscurantista e si professa di sinistra, bocciando regolarmente le proposte della vera sinistra (Left di Manon Aubry), non dovrebbe essere convocato dall’augusto consesso per spiegare la sua attrazione fatale per i tagliagole di Doha? Se lo facessero gratis o a pagamento, è materia dei giudici. Ma perché lo facessero è materia politica ed etica, dunque del partito. Il capogruppo Benifei prima se la prende con le “mele marce” Panzeri&C., tanto ora stanno in Articolo 1. Poi, quando beccano i dem, cambia musica: lui diceva di votare contro l’Emirato, ma quelli facevano l’opposto perché sono “una cricca di arroganti”. E perché non li ha segnalati al partito (magari alla Commissione Nazionale di Garanzia, ove mai ne conoscesse l’esistenza) ogni volta che votavano pro Qatar, ma ha aspettato che arrivassero i gendarmi belgi? E ora la montagna ha partorito il Cozzolino. Se questo è il principale partito di opposizione che dovrebbe combattere le norme salva-corrotti e salva-evasori del governo Meloni, stiamo freschi.
L'Amaca
Poca acqua passò sotto i ponti...
DI MICHELE SERRA
Berlinguer che disse a Scalfari: oggi i partiti sono soprattutto macchine di potere e di clientela. Era il luglio del 1981.
Dieci anni dopo, la tempesta imperfetta di Tangentopoli tentò di dare soluzione giudiziaria alla questione morale. Non possiamo dire, con il senno di poi, che abbia funzionato. Evidentemente la giustizia, che ha inevitabile vocazione chirurgica, non basta a curare un male che è anche nei modelli sociali, nelle aspirazioni delle persone, nei meccanismi del potere.
Oggi lo scandalo all’Europarlamento, perfino nella forma - le banconote a mucchi - fa resuscitare, nel discorso politico, la parola “moralità”, uscita dal baule nel quale gli allegri Ottanta l’avevano cacciata, e poi i Novanta di Berlusconi definitivamente sepolta.
Berlinguer, che con la “questione morale” aveva rincarato la dose della sua precedente, indigeribile parola d’ordine, “austerità”, è stato congedato dalla storia nazionale come un moralista sconfitto, un signore perbene ma di indole quaresimale (si era espresso anche contro la televisione a colori…).
Fossimo capaci di ripensare a quel passaggio storico non per dare delle ragioni e dei torti, ma per trarne qualche insegnamento, forse oggi potremmo fare qualcosa di meglio che litigare tra manettari e garantisti. Per esempio, potremmo capire che “moralità” e “moralismo” non sono la stessa cosa. La differenza non è impossibile da capire.
Dire “non si ruba” non è moralista, è morale. Dire “tutti in galera!” non è morale, è moralista.
venerdì 16 dicembre 2022
Jingle Bells!
Il pandoro benefico di Chiara Ferragni è soltanto marketing e non beneficenza
SELVAGGIA LUCARELLI
Ai primi di novembre l’imprenditrice digitale Chiara Ferragni e l’azienda dolciaria Balocco (153 milioni di fatturato nel 2020) escono sul mercato con un prodotto natalizio, ovvero il pandoro griffato Chiara Ferragni.
Sul sito dell’azienda si legge: «Balocco presenta il pandoro Chiara Ferragni per sostenere l’ospedale Regina Margherita».
Sembra di capire che una parte del prezzo di ogni pandoro acquistato vada in beneficienza, ma non è così.
Questa è la triste storia di un’operazione commerciale mescolata confusamente ad un’iniziativa benefica, una di quelle storie che sarebbero passate solo per un’azione buona, pensata da gente buona e sostenuta da utenti ancora più buoni e invece è molto altro.
Partiamo dall’inizio. Ai primi di novembre l’imprenditrice digitale Chiara Ferragni e l’azienda dolciaria Balocco (153 milioni di fatturato nel 2020) escono sul mercato con un prodotto natalizio, ovvero il pandoro griffato Chiara Ferragni.
Nulla di strano, dal momento che in questi anni Chiara Ferragni ha brandizzato qualunque cosa, a parte forse le vernici per cancelli e i cumulonembi.
Il pandoro ha un fiocco rosa, una bustina di zucchero a velo rosa e uno stencil che riproduce sulla cima del Pandoro il simbolo del brand Ferragni, ovvero il celebre occhio.
L’operazione però non sembra puramente commerciale, visto che Balocco spiega subito sul suo sito che in realtà nasconde anche un intento benefico.
Sul sito si legge infatti: «Balocco presenta il pandoro Chiara Ferragni per sostenere l’ospedale Regina Margherita. La delicatezza del pandoro Balocco si unisce all’estro creativo di Chiara Ferragni. Balocco e Chiara Ferragni sostengono la ricerca contro i tumori infantili, finanziando un percorso di ricerca promosso dall’Ospedale Regina Margherita di Torino».
Inutile dire che sia la stampa che il web impazziscono. Articoli, editoriali dedicati, l’hashtag #pinkchristmas creato per l’occasione da Balocco e Ferragni, immagini del pandoro su Instagram, Twitter e Tiktok.
Si parla soprattutto dell’importanza dell’iniziativa benefica, molti utenti sui social scrivono che compreranno il panettone per sostenere i bambini, la ricerca, l’ospedale. Che bravo Balocco, che brava Chiara Ferragni, insomma.
In molti titoli e in vari articoli la notizia viene riportata così: "Parte del ricavato andrà in beneficenza”. “I proventi saranno devoluti alla ricerca”, “Balocco e Chiara Ferragni sostengono la ricerca”, “Il pandoro di Chiara Ferragni in favore dell’ospedale” .
Il Corriere della sera edizione Torino titola “Ferragni e Balocco insieme per l’ospedale Regina Margherita. Un pandoro limite edition per sostenere la ricerca”.
Nei tweet, per esempio, si legge che «Ferragni lancia il Pandoro per una buona causa», «Criticate Ferragni ma intanto non sapete che una parte del ricavato va in beneficenza!», «Con la sua popolarità Chiara Ferragni riesce fare molte cose buone, lo dico anche se non sono sua fan» e così via.
E infine, il 24 novembre, la stessa Chiara Ferragni posta una foto sulla sua pagina Instagram con l’immagine del Pandoro e la seguente didascalia: «Questo Natale io e Balocco abbiamo pensato ad un progetto benefico a favore dell’Ospedale Regina Margherita di Torino. Abbiamo creato un pandoro limited edition e sosteniamo insieme un progetto di ricerca per nuove cure terapeutiche per i bambini affetti da Osteosarcoma e Sarcoma di Ewing. Sono davvero fiera di questa iniziativa…».
L’HASHTAG RIVELATORE
Quando vedo questo post mi si accende una lampadina. Tra gli hashtag infatti c’è il famoso #adv che sta ad indicare che quello è un contenuto sponsorizzato. Ovvero pagato. In che modo dunque Chiara Ferragni contribuisce a questa iniziativa benefica, se è pagata immagino molti soldi da Balocco per vendere pandori?
«Parte del ricavato delle vendite del Pandoro andrà all’ospedale», direte voi. Che poi è quello che è stato riportato da moltissimi siti e giornali, è quello che hanno capito in tanti sui social ed è quello che avevo capito anche io, a dirla tutta.
In effetti però, a rileggere le poche righe ufficiali di Balocco sul sito mi accorgo che la faccenda non è chiarissima.
Da nessuna parte l’azienda specifica in che modo sia collegata la vendita del prodotto alla donazione.
Si dice “Balocco e Chiara Ferragni sostengono la ricerca contro i tumori infantili, finanziando un percorso di ricerca blabla”. Fine.
Non una parola su ricavi e percentuali. Mi accorgo che sui social qualcuno comincia a domandarsi quanto andrà in beneficenza e quanto resterà all’azienda e che la scarsa trasparenza nella comunicazione desta qualche perplessità.
Chiara Ferragni inizia poi a pubblicare alcune storie su Instagram in cui dichiara, tra le altre cose, di regalare il pandoro anche al suo team. E anche lì appare l’hashtag #adv. Insomma, Balocco ha chiuso un accordo commerciale con Chiara Ferragni, è certo.
A questo punto decido di togliermi il dubbio e contatto al telefono l’ufficio stampa Balocco, che mi fornisce una spiegazione sconcertante: «Non c’è una diretta proporzione tra il numero di pandori venduti e la quota che viene destinata al progetto. Ferragni e Balocco hanno deciso insieme il destinatario della donazione e Balocco ha fatto una donazione al Regina Margherita. Poi detta tra noi si è voluto sottolineare la sinergia di intenti tra i due soggetti ma a tutti gli effetti è una donazione di Balocco».
A questo punto chiedo quale sia la sinergia di intenti, visto che mi sembra sia soprattutto quella di vendere. «Chiara Ferragni ha un suo compenso da Balocco, è un progetto commerciale, poi se lei nel privato ha donato qualcosa non lo so», mi viene spiegato. Domando quindi quale sia l’entità della donazione. «Non lo sappiamo». In pratica Balocco non sa quanto doni Balocco.
POTENZA MEDIATICA
E quindi, alla luce di queste informazioni, mi domando che legame ci sarebbe tra il pandoro, Chiara Ferragni, questa campagna e la donazione dell’azienda che nulla c’entra con l’influencer e con le percentuali di vendita del Pandoro. Balocco poteva donare e basta, a questo punto.
«Il progetto con Chiara Ferragni ha grande potenza mediatica e quindi il progetto ne giova, se avessero donato la stessa cifra senza questa risonanza mediatica, non avrebbero dato la stessa luce a una raccolta fondi e a una sensibilizzazione». Replico che non mi risulta ci sia una raccolta fondi legata al progetto.
«No, però magari leggo la notizia di Ferragni che collabora con Balocco per il Pandoro e il prossimo anno faccio qualcosa anche io per l’ospedale». La mia perplessità aumenta.
Resta solo una domanda, semplice: «Come è legata la donazione al progetto, quindi?». «Non glielo so dire, ci sarà scritto nel carteggio (?) del panettone e nel sito».
Insomma, non è possibile capire quasi nulla, neppure a quanto ammonti la donazione nonostante l’iniziativa benefica sia stata sponsorizzata su tutti i media per un mese e mezzo.
«Guardi, la polemica è molto sterile. (…) Io ho avuto moltissimi veti dall’ufficio stampa non di Balocco ma dal team di Chiara Ferragni, anche avere un comunicato non è stato facile».
LA VERSIONE DELL’OSPEDALE
Chiamo Pierpaolo Berra, l’ufficio stampa dell’ospedale Regina Margherita di Torino a cui è destinata la donazione che, secondo l’ufficio stampa Balocco, sarebbe stata già fatta, tra l’altro. Chiedo se mi può spiegare in cosa consiste la donazione di Balocco all’ospedale.
«Ho letto dell’iniziativa ma non l’ho seguita in prima persona. Dal punto di vista mediatico è partita da Balocco, non da noi». Spiego che vorrei conoscere l’entità della donazione.
«Io immagino che visto che in base alla vendita dei pandori raccoglieranno dei soldi che poi vengono dati in beneficenza all’ospedale ancora non si sappia…». Lo blocco. Spiego che non è così, ma la sua osservazione racconta molto bene quanto l’equivoco sia ormai ben radicato nella mente di chiunque abbia sentito parlare di questa “sinergia” Ferragni/Balocco/Pandoro.
A quel punto Berra si scusa - «chiedo venia, ho capito male»- e mi invita a telefonare alla dottoressa Franca Fagioli che ha seguito direttamente il progetto come ospedale. Mi dice che «lei è un po’ la factotum del regina Margherita».
In effetti è anche colei che ha parlato del progetto di ricerca legato a Balocco al Corriere della sera. Penso dunque che sia la persona giusta per sapere almeno a quanto ammonti la donazione.
LA RACCOLTA FONDI CHE NON C’È
La dottoressa Fagioli appare inizialmente molto gentile. «La donazione non è ancora avvenuta perché riceveremo la cifra alla fine di questa campagna di raccolta fondi con la vendita di questo pandoro».
Raccolta fondi? Con la vendita del pandoro, per giunta? Capisco che è male informata anche lei. «Abbiamo presentato un progetto a Balocco in cui chiedevamo della strumentazione per la ricerca nel settore dei sarcomi e loro hanno proceduto con questa campagna di comunicazione», specifica.
A questo punto chiarisco che però questa campagna non è una raccolta fondi, qualcuno ha capito invece che più si vende il pandoro e più viene donato, anche lei e il loro ufficio stampa a quanto pare. «Sì, prima vendono e poi mi donano», replica la dottoressa. Ribadisco alla dottoressa che non è così.
Inizia a innervosirsi. «Ma lei con chi ha parlato? Chi le ha detto questa cosa?». Rispondo che ho parlato con l’ufficio stampa di Balocco, che è principalmente un’operazione commerciale, che Balocco non donerà una percentuale del ricavato dalla vendita ma farà una sua donazione.
«Lei va su un terreno in cui non voglio andare, la famiglia Balocco è degna di ben altro che di questo giro di parole che mi sta facendo. Su questa strada non mi porta, l’ufficio stampa di Balocco non può averla portata su questa strada, lei vada pure dove vuole».
La dottoressa è partita per la tangente, non ascolta più. «Lei è faziosa, scriva quello che vuole e non mi citi neanche», mi dice seccata.
Insomma, non le interessa capire l’opacità della comunicazione intorno a questa campagna che la riguarda direttamente e che lei chiama erroneamente “raccolta fondi”.
E se fin qui la sua reazione può essere lecita, anche se incomprensibile, quello che mi dice dopo lo è meno (lecito). A domanda «A quanto ammonterà più o meno la donazione relativa al progetto da lei presentato?» mi risponde seccata «Lo chieda all’ufficio stampa di Balocco».
Rispondo che mi hanno risposto che non lo sanno. «E allora facciamo così: neanche io!» e mi attacca il telefono in faccia.
In realtà, per una semplice questione di trasparenza, l’ospedale sarà tenuto a specificare l’entità della donazione, ma la dottoressa-factotum Franca Fagioli evidentemente ritiene di poter tacere informazioni di questo genere, di fonte a qualche domanda che non le piace.
L’EQUIVOCO REPUTAZIONALE
La conclusione è che questa operazione è un gigantesco equivoco generato da una comunicazione insufficiente da parte dell’azienda e di Chiara Ferragni e da un intento evidentemente commerciale mescolato maldestramente a un’iniziativa benefica. Il risultato è un’ottima operazione commerciale per Chiara Ferragni (perché ha chiuso un remunerativo contratto con Balocco), ma soprattutto reputazionale, perché un accordo con compenso è scambiato da molti per una generosa opera di beneficenza.
Insomma, in molti, perfino nell’ospedale in questione, sono convinti che più Pandori compreremo e più faremo del bene ai bambini malati di tumore.
Resta da capire, visto che non è così, perché Balocco non abbia semplicemente fatto una donazione all’ospedale senza panettoni rosa e influencer usati come immagine per una campagna che di fatto ha uno scopo commerciale.
O meglio, non c’è molto da capire. Con Chiara Ferragni Balocco ha venduto di più e ha avuto un bel ritorno di immagine. Peccato che questa ambiguità di fondo nel mescolare la beneficenza a un’operazione commerciale sia una mossa un po’ troppo opaca.
E per spiegare quanto opaca sia, vi regalo un’immagine: quella della plastica del Pandoro dopo averlo agitato nella busta con lo zucchero a velo dentro.
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