lunedì 24 gennaio 2022

Siamo messi male

 


Illuminante

 

L’ultima ideona: l’appello della sinistra per la destra
DI FRANCESCA FORNARIO
Caro direttore, il padre dell’operaismo Mario Tronti mi ha quasi convinto. Sulle pagine del Riformista e del Foglio ragiona da mesi con Bersani, Bassolino e D’Alema di come compattare “La sinistra per Draghi”, il quale dovrebbe sì andare al Quirinale ma anche restare a Palazzo Chigi: seguendo l’esempio di Tronti, Bassolino, Bersani e D’Alema che stanno sì a sinistra ma anche al governo con Salvini e Berlusconi.
Non condivido però l’approccio riformista. “La sinistra per Draghi” è una formula che può dare adito a interpretazioni ambigue in tempi che richiedono scelte chiare e nette. È il momento di lanciare l’operazione “La sinistra per la destra”. Come gli elettori sanno, non si tratta di una trovata estemporanea. Da anni la sinistra lavora e per e con la destra fingendo però di trovarsi lì per caso, spinta ora dalla crisi finanziaria, ora dalla pandemia, ora dalla minaccia che se non governi con Salvini e Berlusconi che governano con Giorgia Meloni arriva al governo la destra. Pd, Forza Italia e Lega hanno inserito il pareggio di Bilancio in Costituzione; Bersani e Berlusconi hanno votato insieme la Legge Fornero.
Ma questa è solo una parte del lavoro fatto dalla sinistra per la destra: il più facile. In tutti questi anni, gli esponenti della sinistra oggi “Per Draghi” si sono prodigati, con grande spirito di unità e fair play, a governare per conto della destra anche quando la destra era all’opposizione. Nella fase in cui le piazze accecate dal populismo tenevano Fini, Bossi e Berlusconi e i loro eredi Meloni, Salvini e Berlusconi lontani dal governo, è stato Bersani a privatizzare i servizi pubblici, D’Alema a bombardare la Serbia, Renzi a cancellare l’articolo 18. L’elenco delle riforme di destra fatte dalla sinistra è così lungo che per rendere giustizia dovremmo scriverne volumi rilegati in pelle di stagista morto in alternanza scuola lavoro, di disoccupato schiantato di freddo, di malato defunto per assenza di posti letto. Non intendo in questa sede entrare nel dettaglio di ogni favore ai costruttori e alle lobby farmaceutiche, di ogni accordo con i dittatori, di ogni finanziamento dato a pioggia alle imprese che inquinano e delocalizzano e alle scuole private, di ogni taglio alla sanità e al trasposto pubblico in favore delle cliniche e delle auto ibride, di ogni aumento delle spese militari, di ogni riforma fiscale che ha tolto ai poveri per dare ai ricchi facendo triplicare i primi e la ricchezza dei secondi. Non è elegante stabilire se abbia fatto più cose di destra la destra o la sinistra, rivendicando un inutile primato. Meglio lavorare insieme con lealtà come si sta facendo da vent’anni, nell’attesa che al termine di questa fase che lo stesso Tronti definisce di transizione si ristabilisca il regolare bipolarismo dell’alternanza, rappresentativo delle diverse sensibilità che attraversano il paese: da una parte gli eletti e dall’altra gli elettori.
Oltre che di Giuliano Ferrara, l’appello alla Sinistra per la Destra ha già collezionato le adesioni del mondo dell’imprenditoria che vanno da Briatore a Bill Gates e illustri esponenti della politica internazionale da Blair a Clinton, da Merkel a Macron. Fino a Bin Salman, impressionato dai risultati ottenuti in Italia dalla sinistra per la destra (uno su tutti: i 3 Italiani più ricchi possiedono più dell’insieme dei 6 milioni più poveri. l’Italia è il solo pese dove i lavoratori guadagnano meno di 20 anni fa e dove, per andare a lavorare, è obbligatorio il green pass ma non il salario minimo legale. In sei milioni guadagnano meno di 12 mila euro lordi l’anno. Avanti così e il reddito di cittadinanza bisognerà darlo a chi ha un lavoro). Il sultano è così colpito che starebbe pensando di provarla anche lui questa democrazia parlamentare. Non lo fa solo per non mancare di rispetto al suo grande amico senatore che sogna di abolire il Senato.

Pino


“Avevo i numeri, ma mi ritiro”: la farsa finale del capocomico

DI PINO CORRIAS
“Avevo i numeri, ma mi ritiro dalla corsa per il Quirinale” è una delle più sciocche e insieme delle più commoventi frasi di Silvio B. destinata a entrare negli archivi del suo caso umano prima che politico. Servirà al lavoro dei posteri. Quelli che si incaricheranno di analizzare non tanto la testa del leader, destinata ai laboratori di criminologia politica & varietà, ma quella dei suoi milioni di fedeli, che per una trentina d’anni hanno creduto ai suoi miracolosi sciroppi contro la tosse e contro le tasse. La frase fa il paio con quell’altra: “Non ho mai pagato una donna in vita mia”, più spudorata, e forse ancora più commovente per la fragilità sessuale che involontariamente rivelava, perché pronunciata dalla cima delle bugie contabilizzate dal ragionier Spinelli nella sequenza dei bonifici mensili spediti a quella trentina di povere disgraziate ingaggiate a tassametro. E costrette a ridere alle barzellette del padrone, durante le cene in cui erano pronte a diventare le due portate principali, il dolce e la carne.
Ma candidarsi al Quirinale non è stata solo una farsa per il titolare della farsa. Per due ragioni. La prima, quella di misurare la cieca obbedienza della sua corte disposta ad assecondarlo fin oltre il baratro del comico, proprio come ai tempi del voto parlamentare su Ruby nipote di Mubarak. E il trio Tajani, Salvini, Meloni – convocati a suo capriccio sulla soglia di Villa Grande – si sono dimostrati come sempre all’altezza. La seconda ragione, assai meno dispettosa della prima, è quella di agevolare la prossima mossa: pretendere dal nuovo titolare del Quirinale il laticlavio di senatore a vita. Non solo come risarcimento al narcisismo ferito del bimbo statista. Ma specialmente come l’ennesimo scudo mediatico per i prossimi processi. Il pennacchio finale al “frodatore fiscale” riabilitato.

domenica 23 gennaio 2022

Poverino!



Come da canovaccio, a noi poveri sudditi, grazie al micione Zangrillo, viene validata la fregnaccia sulle condizioni di salute che l’hanno costretto a rinunciare al trono quirinalizio. Perché i voti, dice lui, li aveva eccome, essendo il migliore, il più bravo, l’unico in grado di saper fare la buona politica! E mi raccomando: tutti a bere la fetecchia!

Adieu?



Per chi come me lo sta osservando da più di venticinque anni, il passo indietro del maggiore usurpatore delle nostre libertà dell’ultimo trentennio, rappresenta, spero, l’ultimo atto di una delle più tristi commedie del dopoguerra; e questo grazie non tanto a lui, sognare un mondo senza malfattori infatti è pazzia, ma a tutti coloro che durante l’Era del Puttanesimo, han finto di contrastarlo solo per rispettare il copione, agevolandolo in tutto e, a volte, compartecipando alle sue malefatte. Nomi? Certamente: tutti i pseudo compagni o sinistrorsi dediti a verticali di Krug in rispettosa giacca vellutata, e tra questi metto Mortadella, Baffino, Grissino, Ronf Ronf Letta, l’adorato nipotino imbelle rignanese, Violante Spasimante, il neo godereccio nonché trastullatore di cazzocampana pensieri simil rossi imbonitori cervici apparentemente in lotta, al secolo Faustino, ora assiduo frequentatore di club esclusivi à la page di Cortina alla faccia dei compagni che ancora oggi lavorano mentre lui magna; la Chiesa col suo papa rosso Testa a Pera Ruini, che si spinse ad interpretare le massime evangeliche per legittimare guerre e casini (non Pierfi vero pretendente occulto quirinalizio, ma i bordelli alla bunga bunga per intenderci); la prona stampa di sua proprietà e non; le tv, praticamente tutte, con quel Minzo allora direttore del tg1 che, tra una strisciata e l’altra della carta aziendale per privati goderecci, mandava in onda, invece delle malefatte del suo signore, servizi sulla toilette dei cani. Insomma: grazie agli agii e al soffuso borotalco della finta opposizione, il despota mediatico per antonomasia ha imperversato per decenni nella nazione, impoverendola in cultura, dignità e morale, sminuzzando alcune pietre miliari al fine di agevolare lo sdoganamento di reati quali l’evasione fiscale, la sparizione di risorse in paradisi fiscali, e il rispetto della donna. 
Ed ecco che ieri, mentendo spudoratamente come sempre, annuncia per lettera il suo addio al sogno di divenire il futuro presidente della Repubblica. I motivi dell’abbandono sono solo due: salute, e qui mi fermo, augurandogli ogni bene possibile, o la consapevolezza che una sua salita al Quirinale avrebbe provocato uno sconquasso finanziario importante, con relativa fuga dei famigerati investitori esteri. Davanti al danè dunque lo stolto meneghino, come sempre, potrebbe ancora una volta essersi genuflesso. L’importante è che sia stata l’ultima, deo gratias!

sabato 22 gennaio 2022

Mariangela



La difesa di Mariangela-Lupi verso il Pregiudicato è quanto di più squallido si sia prodotto da tanti anni a questa parte su questo suolo: un mefitico mix di ballismo, adulazione, stravolgimento della realtà, mistificazione, rivalutazione di un pusillanime frodatore, incallito tangentista, amorale fino al midollo, degna di uno sguattero dedito ai bagordi in balia del suo padrone. Mariangela-Lupi si è inabissato, deturpando la propria dignità, a profondità mai frequentate neanche dal peggior Gasparri! Una triste vicenda nell’oscurantismo sempre più pesante di questo insano tempo.

Alleluia!