mercoledì 19 gennaio 2022

Dai che è alle corde!

 


Oh Peter la porta è aperta!

 

Farmacisti: l’ultima lobby che ostacola le cure in pandemia
DI PETER GOMEZ
Mercoledì 12 gennaio la Commissione Affari costituzionali del Senato ha dimostrato agli elettori che una volta toccato il fondo ci si può sempre mettere a scavare. Così con 13 voti contrari e 11 favorevoli sono stati respinti due diversi emendamenti al decreto Milleproroghe, presentati da M5S e LeU, per permettere anche alle 4.000 parafarmacie italiane di eseguire tamponi molecolari e antigenici. Il tutto per la gioia (si fa per dire) di milioni di cittadini costretti in questi giorni a stare in fila al freddo per ore davanti alle farmacie aspettando il test.
Se gli emendamenti fossero passati, nel giro di poco tempo le attese si sarebbero ridotte di molto visto che, secondo le stime, le parafarmacie sono in grado di coprire il 20% della capacità diagnostica nazionale.
Il governo aveva dato parere favorevole al primo dei due emendamenti, la cui bontà era stata sostenuta in aula dal relatore del Milleproroghe, Nazario Pagano, di Forza Italia. Tutto il centrodestra ha però votato no e ha avuto la meglio grazie all’appoggio di Italia Viva. Il forzista Pagano si è invece sdoppiato: prima si è dimostrato d’accordo con la proposta del M5S sponsorizzata dall’esecutivo e poi ha voltato le spalle a quella analoga di LeU. Di fatto si è ripetuta una scena penosa già vista altre quattro volte in Parlamento dove sempre, quando qualcuno ha chiesto di far fare gli esami Covid anche in parafarmacia, la norma è stata respinta.
Secondo molti osservatori la contrarietà del centrodestra e di Italia Viva è dovuta alla presenza nelle file del partito di Berlusconi di Andrea Mandelli, presidente dell’Ordine dei farmacisti (molti di loro stanno facendo profitti da record) e vicepresidente della Camera. Alle accuse di lobbismo giocato sulla pelle e i portafogli dei cittadini, il relatore forzista del Milleproroghe Pagano ha risposto sdegnato: “Giuro di non aver subito pressioni da Mandelli. Ma credo che siano legittime tutte le opinioni, comprese quelle di chi, come Mandelli, ritiene che le parafarmacie non debbano essere chiamate a svolgere un ruolo non consono alla loro natura di attività commerciali”.
Comunque stiano le cose, il risultato del voto è francamente disgustoso. Chi nega di aver subito pressioni o di aver voluto fare un favore a una categoria particolarmente ben organizzata e quindi in grado, al momento opportuno, di spostare pacchetti di voti, sostiene, tra l’altro, che le parafarmacie vadano escluse perché non fanno parte del Sistema sanitario nazionale. Detto in altre parole, secondo chi si oppone, una volta eseguiti i test sarebbe possibile comunicarne l’esito alle aziende sanitarie. Lo afferma anche la senatrice di Italia Viva, Annamaria Parente, secondo la quale, solo pochi negozi “sono nelle piattaforme che gestiscono le tessere sanitarie” e per questo sarebbe necessario “creare una piattaforma parallela su dati sensibili”.
“Fatti chiari” si è allora informato. E ha capito che le obiezioni sollevate sono o infondate o risibili. Ovunque nelle parafarmacie i farmaci da banco si acquistano presentando il codice fiscale e le medicine vengono tracciate. Gli eventuali aggiornamenti software necessari sono molto semplici e proprio per questo il governo era favorevole all’emendamento. La verità è insomma un’altra. Ed è la solita: pure davanti alla pandemia, tra i parlamentari non scompare il vizio di fare i liberisti solo con il fondo schiena degli altri. Anche perché loro i tamponi li fanno gratis, al caldo e senza fila, in un centro medico convenzionato.

Robecchi

 

Il Caimano. Il problema non è solo lui. Ma la classe politica che gli somiglia
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Tra le cose che mi appassionano meno, insieme all’hockey su prato e al porno gotico giapponese, c’è la corsa al Quirinale, che sembra una partita a scacchi tra persone che non hanno mai visto una scacchiera e credono che sia una tovaglia a quadretti. Per mesi ha tenuto banco l’allarme su Silvio Buonanima al Colle, la sua foto nei tribunali (sceglierei quella dove fa le corna) e, visto che le Scuderie del Quirinale sono famose nel mondo, avrebbe nel caso bisogno di uno stalliere. Eppure – perdonate il paradosso – l’autocandidatura ora-sì e ora-no di Berlusconi contiene elementi di commedia all’italiana più che notevoli. Sgarbi telefonista che chiama in giro per trovare pesciolini da chiudere nella rete, per dire del ridicolo. O un condannato per bancarotta – Denis Verdini – che tesse la sua tela, al domicilio non ci sta, e si vede in pizzeria a Roma con peones e seconde file, con la scusa che deve andare dal dentista. Il quale (Verdini, non il dentista) è tra l’altro il quasi-genero di Salvini, amico fraterno di Renzi, insomma gli mancano solo il boia di Riga e mister Magoo e poi finisce l’album.
“Ha messo fine alla guerra fredda”, Berlusconi. E questo l’ho letto su una pagina di giornale (suo), e in effetti anch’io avevo interpretato in quella chiave la sua storica frase da statista: “La patonza deve girare”. Chiaro obiettivo geopolitico che metterebbe fine alle dispute tra grandi potenze (oddio, dai tempi del sequestro di Elena di Troia si direbbe il contrario, ma…).
Va bene, è probabile che Silvio non ce la farà e questo apre nuove speranze, e porta nuove iatture, perché il rischio è che chiunque venga eletto Presidente, verrà salutato come “Uh, meno male che non è Silvio!”, anche se magari avrà la statura politica e morale di un cotechino senza lenticchie. E però, paradosso per paradosso, una cosa va detta. Se il Presidente deve somigliare alla classe politica del Paese – non per appartenenza partitica, ma per risultati ottenuti, dignità e visione di futuro – in fondo Silvio Nostro non è così fuori dalla realtà. Dopotutto stiamo parlando di un Paese dove nel pieno di un’esplosione spaventosa della povertà si vota allegramente per negare un contributo sulle bollette ai meno abbienti, dove il salario minimo è considerato un attentato al sacrosanto liberismo, si riducono le tasse a chi guadagna il triplo della media nazionale, dove un’eventuale patrimoniale viene letta alla stregua di un comunicato delle Br, e tutta la stampa e la propaganda in coro parlano dei poveri come di gente che si fa le pippe sul divano a spese nostre. Be’, mi fa orrore il nichilismo, ovvio, ma un Paese dove su Ponte Vecchio, patrimonio dell’Umanità, compare la scritta dello sponsor, è più culturalmente vicino a Berlusconi che a chiunque altro.
C’era un tempo (forse, ricordo vagamente) dove uno poteva “buttarsi a sinistra”, ma ora fa prima a buttarsi al fiume, visto che proprio da sinistra (oddio, il Pd…) si plaude alla “straordinaria ripresa economica”, fatta di numeretti (più sei, più sei e due, più sei e cinque…) che non finiscono però nelle tasche di cittadini e lavoratori. Intendo: non è che facendo la spesa senti gente che si rallegra di aver maggiore potere d’acquisto, e festeggia il boom economico con le lacrime agli occhi come il ministro Brunetta. Anzi. Metafora per metafora, se tra socialismo e barbarie si sceglie barbarie – da anni, con pervicacia e furore, con gusto, con sberleffo – Silvio ci sta, con tutte le scarpe, anche se ovviamente si spera di no.

martedì 18 gennaio 2022

Auguri!



Buon 130mo compleanno Babe!

menosei

 


Forzaaaa

 


Grande Amaca!

 

Mette tristezza ritrovarci qui
di Michele Serra
Non è la rabbia, sentimento sopravvalutato, è la tristezza a governare questa vigilia quirinalizia. La vanità di un vecchio (Berlusconi, 85 anni) segna la scena al punto di costringerci a tornare a una domanda stravecchia, che credevamo dimenticata, e cioè se per caso ce lo meritiamo, Berlusconi: e sicuramente se lo merita la mezza Italia che lo ha amato, assecondato, blandito, e tutt’ora gli fa da corte. Glielo augureremmo vivamente, come presidente, ai nostri fratelli di destra, se lo meritano così come meritano il ridicolo, il sospetto di non avere etica pubblica, il discredito internazionale. Sì, glielo augureremmo, non fosse che in questo Paese abitiamo anche noi.
Secondo le cronache sarebbe il trio Verdini-Dell’Utri-Confalonieri, pregiudicato per i primi due terzi, ad architettare questa estrema botta a un passo dalla fine. Verdini, 71 anni, è il teen ager della situazione, gli altri due sono over 80, quando ci dicono che la sinistra è novecentesca possiamo far notare quanto bacucca, o in ostaggio dei bacucchi, sia la destra. Mette tristezza che i due quasi giovani capi populisti, il Salvini e la Meloni, si siano sottomessi, non importa se per opportunismo o per mediocrità, al capriccio di un vegliardo. Mette tristezza che il resto d’Italia al completo non abbia altro da dire che Draghi, Draghi, Draghi, valentuomo dell’establishment europeo (per fortuna che c’è), come per ammettere che senza di lui non c’è partita, non c’è salvezza, non c’è Italia: ma esistevamo, prima di lui, o eravamo solamente uno scherzo di natura?
Mette tristezza lo squallore della tratta dei voti, la riconoscibilità della scheda (tipica del voto di scambio, del ricatto mafioso), mette tristezza ritrovarsi nel 1994 essendo il 2022.