martedì 3 agosto 2021

Estraniarsi

 

Che mi succede in questo melanconico post pandemico, in realtà ancora pandemico ma di minor impatto? 

Non sopporto più molti aspetti comuni del mio girovagare nel mondo, di carta e di web oramai visto che non mi scollo da tempo immemore dalla mia provincia: non riesco più a digerire gli spocchiosi, i ricchi, i piagnistei dei ristoratori, dei bar, tra l'altro molti di loro già in preda alla sempre deprecabile mania dello scontrino lanciato con cerbottana; mi innervosiscono le foto ridanciane, i gattini, i cagnolini - non ce l'ho con loro e mi scuso per questo roteamento di palle ma non ne posso più - i messaggi dei vip finalmente in vacanza e pure quelli postati solo per apparire - ma perché li guardi mi si potrebbe obbiettare; giusto, cerco di non rimirar più nulla ma non è facile; non sopporto le foto alle pietanze, alle location, sono sconquassato dai rutti mediatici sparati come verità, ovvietà infime nella realtà. 

Insomma: probabilmente sto invecchiando ma la voglia di togliermi anche la polvere dai calzari (cit.) è stratosferica!

Besitos 

Oplà!

 


lunedì 2 agosto 2021

Montanari e la Normale


Il coraggio della ribellione per rivoluzionare gli atenei

Il discorso della Normale (di Pisa)

di Tomaso Montanari

“Ex ore parvulorum veritas”: è dalla bocca dei piccoli che viene la verità. Dato il paternalismo gerontocratico dell’università italiana, l’adagio calza al discorso che gli allievi e le allieve della classe di Lettere della Scuola Normale Superiore di Pisa (punta di diamante delle università pubbliche italiane) hanno scritto, e che tre di loro – tre giovani donne – hanno letto durante la cerimonia della consegna dei diplomi. Il discorso – visibile su youtube, leggibile sul sito della rivista Il Mulino – è una profonda critica allo stato dell’università italiana, al ruolo della stessa Normale, allo statuto del sapere umanistico. Per l’irritualità, per la grazia con cui è stato proclamato, per la risposta nervosa della Scuola, il discorso ha suscitato moltissime reazioni: dalle strumentali adesioni di potenti professori dimentichi delle loro responsabilità (“si sa che la gente dà buoni consigli … se non può più dare cattivo esempio”), alle trombonaggini di chi ritiene che dalle bocche più giovani escano solo superficiali corbellerie, alle accuse di sputare nel piatto dell’eccellenza.

Da parte mia, credo che si tratti di un discorso luminoso. Quando ero allievo dello stesso corso in Normale (1990-1994) non avrei mai avuto consapevolezza, maturità e coraggio sufficienti per pensare e dire qualcosa del genere: anche per questo sono grato a questi giovani colleghi. E credo che i professori della Normale dovrebbero rallegrarsi (e poi magari farsi qualche domanda): quel discorso dimostra che, malgrado tutto e forse anche malgrado se stessa, la Scuola funziona ancora, perché riesce a suscitare quel pensiero critico che è sopito in quasi tutta l’università italiana. Ma cosa dicono le normaliste e i normalisti? Dicono – ma queste sono parole mie – che l’università è stata profondamente uniformata all’ideologia dominante del nostro tempo: gli atenei sono stati trasformati in aziende governate monocraticamente, messi in concorrenza tra loro, misurati sul numero dei “prodotti della ricerca”; gli studenti sono considerati clienti; i professori, in misura crescente precari senza alcuna libertà, non devono rovinare il brand e l’immagine dell’azienda. E sono sempre più maschi via via che la gerarchia sale. Si è rotto il nesso con la scuola, si è negato il carattere di servizio pubblico, si è abbattuto il diritto allo studio. Una risibile retorica dell’eccellenza ha coperto l’erosione drammatica del finanziamento pubblico di un’università che laurea quasi solo i figli dei laureati. In questa “università-azienda – e queste sono invece parole del discorso – l’indirizzo della ricerca scientifica segue la logica del profitto; la divisione del lavoro scientifico è orientata a una produzione standardizzata, misurata in termini puramente quantitativi; lo sfruttamento della forza-lavoro si esprime attraverso la precarizzazione sistemica e la deregolamentazione crescente delle condizioni contrattuali delle lavoratrici e dei lavoratori esternalizzati; le disuguaglianze sono inasprite da un sistema concorrenziale che premia i più forti e punisce i più deboli, aumentando i divari sociali e territoriali”.

Ebbene, sono tutte cose vere: perfino ovvie. È tutto quel che c’è da dire dell’università? No, naturalmente. Si potrebbe obiettare, per esempio, che anche la valutazione dei docenti da parte degli studenti è una bestialità aziendalistica; o aggiungere che la deformazione neoliberista non ha affatto cancellato la vecchia università feudale e indolente; o che l’autonomia di tipo aziendale è contraddetta dal centralismo di fondi vincolati. Tutto vero: infatti la situazione è ancora più grave di come appare dal discorso pisano.

Come se ne esce? Un primo passo è che i professori e gli studenti non stiano al loro posto: ma siano insubordinati, capaci di contestare dall’interno lo stato delle cose. Le normaliste e i normalisti lo hanno capito, e hanno denunciato che “schierarsi apertamente a favore o contro precise scelte politiche è ormai da tempo considerato non un valore aggiunto, bensì una macchia di cui l’accademico di oggi non deve in alcun modo sporcarsi”. Si potrebbe dire che è perfino peggio: negli stessi giorni del discorso, la Normale chiamava tra i suoi docenti colui che resse la segreteria tecnica della ministra Gelmini nel momento in cui fu perpetrato il massimo massacro morale e materiale dell’università italiana. La lezione è chiara: si può uscire dalla biblioteca solo per fare i consiglieri del principe, non per contestarlo.

Quando ero studente in Normale, lessi un saggio di Erwin Panofsky sull’immagine della torre d’avorio: dove si rammenta che la torre accademica dell’isolamento, la torre della “beatitudine egoistica”, è anche una torre di guardia. Ogni qualvolta l’occupante avverta un pericolo, ha il dovere di gridare, nella flebile speranza di essere ascoltato, a quelli che stanno a terra. 

La condizione per meritare di vivere nella torre è la disponibilità a dare l’allarme. Qualcuno, in Normale, lo ricorda ancora.

E rispondiamo all’albionico!



Ma che caro questo Matt Lawton, giornalista sportivo del Times! Fresco già di una mega rosicata allorché nel loro tempio di Wembley gli portammo via alla grande la coppa d’Europa pallonara, lasciandoli, al solito fermi al palo dal 1966, loro che isolatamente si vantano di essere gli inventori del football, il caro Matt, mega rosicante oramai forsennatamente, ci pregia di commentare la straordinaria vittoria del nostro Jacobs con questo tweet che traduco:

Il nuovo campione olimpico dei 100m, Marcell Jacobs, è sceso sotto i 10 secondi per la prima volta a maggio. È venuto qui e ha corso in 9.84 la semifinale e 9.80 la finale. 
Ah bene…

Come non rispondere al rosicante Matt, come non agevolarlo nella sua sofferenza abnorme tipica dei sudditi di sua Maestà? 
E gli ho risposto, sperando che il traduttore non mi abbia ostacolato!


Caro inglese, continua a rosicare!

Rosicate Isolani, rosicate!!



Sveglia e ricordo

 


41 anni fa la strage e in mezzo salamelecchi e stereotipi di ogni colore, promesse da marinai, finti e falsi piagnistei per quest'orrore di stato, vergogna infinita con servizi deviati, fascisti in tolda e poi lui, il Gran Bastardo che speriamo frigga, frigga nel più profondo degli inferi.
Oggi sappiamo di quel conto 525779 XS e quella parola trovata nelle tasche del venerabile di 'sta ceppa, Bologna e la contabilità minuziosa di milioni di dollari gestiti anche per organizzare la strage col contorno di bastardi senza alcuna dignità oltreché neri. Per capire la bassezza dello stato di allora, dei gobbacci mafiosi che lo conducevano verso i crinali della doppiezza, con quella loggia P2 fulcro e testimonianza della dipartita della democrazia - se non lo sapete ci sono ancora oggi degli iscritti che continuano a vivere alla grande come se nulla fosse, vero Al Tappone? - quel foglio fu trovato in Svizzera nelle tasche del Miserabile nel 1982 e soltanto nel 1986 arrivò nelle mani dei magistrati milanesi! Con l'avvocato del bastardo che minaccio l'apparato statale nel caso fossero state rivolte al suo assistito domande su quel foglietto. Che gronda sangue. E forse oggi il ricordo dei martiri di quel dannato giorno è finalmente un po' meno mieloso e più sentito, più vero, visto che inizia a stagliarsi la sagoma immonda del mandante.