Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 4 luglio 2021
venerdì 2 luglio 2021
Boom Selvaggia!
Quota rosa o rossa? Concita è più “ologramma” di Zinga
di Selvaggia Lucarelli
C’era molto, forse troppo fermento a destra per il debutto di Concita De Gregorio alla conduzione di In Onda con David Parenzo. Chi era convinto che la sua presenza fosse un modo per strizzare l’occhio alle quote rosa, chi era convinto che fosse un modo per annaffiare le quote rosse, alla fine possono stare tutti tranquilli. Per ora l’unica quota rosa è rappresentata, appunto, dalla De Gregorio.
Per ora l’unica quota rosa è rappresentata, appunto, dalla De Gregorio che nelle prime tre puntate ha invitato solo uomini (Fico, Salvini, De Bortoli, Floris) e riguardo le quote rosse, be’, con Salvini ospite non abbiamo visto una gatta più morta di lei neanche dopo un giro di polpette avvelenate in una colonia felina. Insomma, l’unica quota che rappresenta la De Gregorio è, televisivamente parlando, la quota Palombelli: sguardo fisso in camera che sembra però mirare un punto indefinito nello spazio e nel tempo o, in alternativa, un Poltergeist. È quello sguardo che sa di inconscio collettivo, ovvero c’è dentro tutto, dal brodo primordiale all’energia nucleare, dall’Unità ai Parioli, ma alla fine non sai più bene cosa. E c’è quella flemma alla Palombelli un po’ composta e un po’ conturbante, quelle parole lente, trascinate come note vocali che però puoi ascoltare a una velocità inferiore, una roba che dopo 5 minuti di In Onda ti chiedi perché. Perché dopo tanta fatica deve arrivare questa specie di variante Delta di Otto e mezzo.
E ci si ritrova a provare empatia per Parenzo che, dopo la milionesima stagione con Cruciani, meriterebbe una medaglia al valore militare e invece gli mollano pure Concita. Io l’avevo già capito dallo spot che buttava male. Parenzo e Concita: “Concita arriverà la quarta ondata?”. “Chissà. Ma poi da dove arrivano queste ondate?”. “Concita l’Italia riparte!”. “Mah, qualcuno sì qualcuno no!”. Roba che dopo questo spot più che di vederli in tv veniva voglia di farsi una tripla dose di AstraZeneca.
La puntata con Salvini unico ospite in collegamento è, direi, emblematica della situazione: David Parenzo replica, controbatte con vivacità. La De Gregorio, al cospetto di Salvini, può essere efficacemente descritta citando un’abile penna: la sua. Quello che scrisse dell’ex segretario del Pd Zingaretti è perfettamente attribuibile a lei, in versione In Onda: “È gentilissima, va detto. Leale, tanto una brava persona. E però ogni volta che inciampa esita, traccheggia, lascia dietro di sé l’eco malinconica di un vuoto. Come un ologramma, sorride e svanisce”. Nello specifico, Salvini appare in collegamento e inizia subito la sua retorica cristiana augurando a tutti un “Buon San Pietro e Paolo”. La De Gregorio esulta: “Io ne ho tantissimi in famiglia!”. Che uno non capisce se parli di santi o altro, fatto sta che incalza Parenzo: “Tu ne hai di Pietro e Paolo?”. E lui: “Io come sai sono di religione ebraica”. E questo è stato il segmento dialettico della puntata.
Passiamo a Salvini. Matteo Salvini, al cospetto di Concita, riesce a dire del tutto indisturbato che: “Io e Prodi abbiamo idee diverse, ma è bello confrontarsi in modo civile, non sopporto la violenza!”. Cioè, Salvini veste il lenzuolo bianco di Gandhi e nessuno replica. La Gruber con la sola forza dell’incazzatura avrebbe aperto un portale sullo schermo. Poi: “Lei è un po’ come Conte rispetto… rispetto a Bossi.. cioè… quel che Conte è rispetto a Salvini… cioè lei è rispetto a Bossi quel che Conte è rispetto a Grillo?”. Parenzo trattiene l’ilarità, la sua cravatta, per la mancata espettorazione di ilarità, va in autocombustione.
Arriva la domanda ficcante: “Stare fuori dal governo ha fatto avanzare la Meloni?”. “Io non sto a guardare i sondaggi”. La cravatta di Parenzo emette radiazioni ionizzanti. Poi: “Sì, è un governo un po’ strano ma dopo 130mila morti dovevamo prenderci la nostra responsabilità”. Come no, quella dei tour senza mascherine. Concita è ologramma. “Il reddito di cittadinanza è un ostacolo al lavoro!”. Ologramma. “Landini se non attacca il governo ha esaurito la sua funzione!”. Ologramma. “La disabilità è una cosa di cui si parla troppo poco!”. Il giorno dopo Salvini esprimeva solidarietà alle guardie carcerarie che avevano preso a manganellate un detenuto sulla sedia a rotelle. Ma questo Concita non poteva prevederlo. Poi gli viene chiesto del ddl Zan e “Io non voglio sostenere che l’utero in affitto va bene!”. E qui, davvero uno si aspetta che almeno non gli venga permesso di dire falsità, visto che è questione estranea al ddl Zan. Ologramma. Salvini mostra con sdegno la foto di un ragazzo al Gay Pride vestito da Gesù con i tacchi, interviene Parenzo: “Io da cronista venivo a Pontida, è come dire che quelli che da voi giravano con le corna sono la Lega”. Si passa ai porti chiusi: “Secondo lei i porti chiusi sono ancora l’atteggiamento DIFENSIVO giusto?”. Su quel “difensivo” della De Gregorio Freud avrebbe ricalibrato il concetto di “inconscio”. “Con me i bambini morti annegati nel Mediterraneo si erano dimezzati, perché non partivano!”. Certo, morivano a casa loro. Niente, ologramma. Poi si torna sulle migrazioni e Concita esprime un timido dissenso: “Anche i nostri nonni andavano altrove a cercare lavoro e sopravvivenza!”. Salvini allora si lancia in una accurata analisi storica: “Sì, ma non andavano a fare casino!”. “Parenzo: “La malavita la portavamo anche noi in America!”. La De Gregorio: “È come dire che se nasci in una famiglia pachistana chissà come diventi, anche la presidente dell’authority americana è una ragazza pachistana.. da immigrato puoi diventare Obama”. L’integrazione secondo Concita: o sei lo zio di Saman o sei Obama, quindi.
Insomma. Temevamo la quarta ondata. È arrivato In Onda con Concita.
Tuttotutto vero! E travagliato!
E il terzo gode
di Marco Travaglio
Un classico dei B-movie scollacciati anni 80 è la scena del marito ipnotizzato dalla partita di calcio in tv mentre la moglie nell’altra stanza se la spassa con l’idraulico. Mutatis mutandis, è il caso di dirlo, la stessa scena si ripete nella politica reale da quando Grillo ebbe la visione di trasformare il M5S (partito di maggioranza relativa) nella ruota di scorta del caterpillar di Draghi, poi di consegnarlo a Conte per tamponare l’emorragia di consensi, infine di sfanculare Conte dopo quattro mesi di lavoro volontario, lasciando i 5Stelle senza testa (cioè con la sua e quella di Casaleggio). E mentre il M5S si rimira l’ombelico e discute di temi appassionanti come lo statuto, il garante, il direttorio, i dati degli iscritti e la piattaforma, nell’altra stanza Draghi se la spassa con Confindustria & centrodestra alle loro (e nostre) spalle: ingaggia i migliori aedi del Partito degli Affari che s’è mangiato l’Italia per 30 anni; sblocca i licenziamenti e si fa beffe dei sindacati con un accordo-farsa che consegna ai padroni il diritto di vita o di morte sui lavoratori; dopo il condono fiscale, vara la sanatoria per i precari della scuola (per esservisi opposta, la Azzolina è ancora sotto scorta); si fa bello del Recovery ottenuto dal predecessore in una fiction con la Von der Leyen a Cinecittà; cancella il Cashback, ottima arma anti-evasione, primo passo per la digitalizzazione (era nel Piano Colao) e aiuto concreto ai negozianti distrutti dal Covid e poi dall’e-commerce; ingrassa il partito degli inquinatori e del fossile con l’apposito Cingolani; e raccatta l’assist delle destre con la mozione sul Ponte sullo Stretto, votata da una parte dei 5Stelle in stato confusionale, senza guida né bussola.
Di questo passo, smantellare anche le ultime conquiste targate M5S, dalla blocca-prescrizione alla Spazzacorrotti (si è già cominciato trasferendo poteri dall’Anac a Brunetta) al reddito di cittadinanza, sarà un gioco da ragazzi. Di queste quisquilie Grillo non si occupa né si accorge: l’ha detto lui che in tre anni i suoi ministri non han combinato nulla (invece vuoi mettere i veri grillini Draghi e Cingolani). Ma qualcuno dovrà pur occuparsene, il che rende comprensibile la fretta di Conte di partire. Purché non sia un partito personale da uomo solo al comando, ma un movimento collettivo con un gruppo di cofondatori che hanno dato buona prova al governo e in Parlamento e di nuovi innesti dalla società civile. Per dare una casa e una bussola a una comunità portata allo sbando da Grillo. A meno che questi non ritiri tutto quel che ha detto e fatto negli ultimi 7 giorni e si contenti di fare il garante muto. Ma è quasi un’ipotesi dell’irrealtà. E il tempo pare scaduto: basta dare una sbirciatina nell’altra stanza.
giovedì 1 luglio 2021
Tutto tutto tutto, purché...
Tutto purché si allontani lo spettro Conte, qui in Alloccalia!
La destra esalta Beppe: non è più “Benito Grillo”
Tifosi. Sallusti, Minzolini e Belpietro
di Giacomo Salvini
Un tempo, poco prima delle elezioni del 2013 e del boom del M5S, era il “Benito Grillo” che in pochi giorni era passato “da profeta a dittatore” (Il Giornale), “il Duce Beppe” (Libero), “lo squadrista che fa paura” (Giuliano Ferrara). Il Giornale di casa Berlusconi, oltre a ricordare “l’omicidio” di Limone Piemonte, lo accostò anche a “Bin Laden” e “all’Islam” solo perché la moglie Parvin Tadjk è di origine iraniana. Due mesi fa, invece, dopo il video choc in cui aveva difeso il figlio Ciro accusato di stupro, non lo avevano risparmiato: “Il suicidio di Grillo”, titolava il 20 aprile il Giornale; “Grillo infanga una ragazzina”, gli faceva eco Il Tempo, mentre La Verità di Maurizio Belpietro ci andava giù ancora più pesante: “Grillo stupra la giustizia (e anche un po’ le donne)”. Oggi, tutto d’un tratto, è tutto dimenticato: per i giornali e i leader del centrodestra, Beppe Grillo è diventato un politico da stimare. Un punto di riferimento da elogiare. Quasi uno statista. Perché? Perché ha avuto il merito di bloccare la corsa alla leadership del M5S di Giuseppe Conte.
Dopo il post di martedì in cui Grillo ha accusato l’ex premier di non avere “né visione politica, né capacità manageriali, né capacità di innovazione”, ieri è scattata la ola della destra che ha esultato per la mossa del Garante che ha “liquidato” Conte e ha “ripreso le redini” del M5S. Augusto Minzolini, da poco direttore de Il Giornale, solo due giorni fa, commentando la conferenza stampa del leader in pectore, si ergeva ad avvocato di Grillo accusando Conte di “scippo” e di “furto con destrezza”: l’ex premier “ha tentato di rubare il M5S a Grillo”. Ieri, dopo la rottura con il fondatore, il titolo emblematico: “Un vaffa a Conte”. Strategia fotocopia de La Verità di Belpietro che due giorni fa titolava: “Conte prova a scippare il M5S a Grillo”. E ieri: “Grillo liquida Conte: ‘È una droga’”. Bene, bravo, bis! Non poteva mancare Il Tempo di Franco Bechis: “Conte strappa a Grillo i suoi 5 Stelle”, scriveva martedì prima di festeggiare ieri legando la querelle del M5S allo sblocco dei licenziamenti che parte oggi: “È Conte il primo licenziato”. Per non parlare di Libero, diretto da Alessandro Sallusti, che quasi si bea del fatto che Grillo abbia “violentato” Conte elogiandone “il colpo di teatro”, pur specificando che il comico è “culturalmente violento e pronto a farsi esplodere con il nemico”. Però intanto ha fatto la cosa giusta, sostiene Libero.
La rottura tra Conte e Grillo e lo sfaldamento del M5S ovviamente fa esultare anche il fronte politico del centrodestra che non arriva a elogiare direttamente il fondatore del Movimento, ma giudica positivamente la sua mossa in grado di azzoppare l’ex premier che gode ancora di un’alta popolarità. Tutti puntano ai voti dei delusi del M5S. Matteo Salvini a In Onda ha spiegato che quella del M5S è “una parabola esaurita”. Anche Matteo Renzi, che a gennaio ha fatto cadere il governo Conte-2 e dopo aver detto che “il M5S è morto e non ha futuro”, martedì ha esultato: “È andato tutto bene, secondo previsioni”. Chi prova esplicitamente ad attrarre i voti dei delusi del M5S è la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni: “Non vedo un futuro roseo per il M5S, tornerà il bipolarismo”, ha detto ieri. Che l’obiettivo sia quello lo spiega anche il deputato di FdI Mauro Rotelli, braccio destro di Meloni: “Molti elettori di destra in passato hanno votato M5S e sono rimasti delusi per l’incoerenza dei grillini: noi oggi parliamo a loro perché tornino a casa”.
mercoledì 30 giugno 2021
La Fine
Lo scempio del Grillo travolge quella strana idea di normalizzare il Paese, rendendolo dignitoso. Con magagne ed inesperienza eclatanti, il tentativo di riportare la democrazia nella nazione è deflagrato con l’editto bulgaro dell’Elevato, geloso di veder in tolda quell’avvocato che in Europa riuscì a far convogliare duecento miliardi sopra queste terre stravolte dalla pandemia. Il moto ondoso vergognoso che accerchiò l’allora Premier, rappresenta ancora oggi la cartina tornasole di come e quanto fastidio dette ai cosiddetti poteri forti. Basta infatti assistere all’indecoroso circo mediatico per averne conferma: il neo psicolabile Comico infatti è riuscito nell’intento di far esultare l’Ebetino al duepercento, i Giornaloni di proprietà di riccastri, il Minzo che riesce a farneticare dal basso della direzione di quell’opuscolo comico di proprietà di un pregiudicato; parlano irridendo ragione e dignità esponenti del partito azienda, i fascisti camuffati guidati da Sora Cicoria, i seguaci del Cazzaro, la Maglie, la Santanché, Gasparri, Gasparri, Gasparri che sbeffeggia il dietrofront ai due mandati, si proprio lui da oltre vent’anni inspiegabilmente in parlamento! Dietro nella penombra, godono camerieri e bibitari fingendosi addolorati da tale scempio ma in cuor loro ebbri di felicità per l’abbraccio a quella inamovibilità, marchio di fabbrica di lorsignori.
È stato un sogno, quasi realizzato, da cui da tempo ormai mi sono discostato, scuotendomi pure la polvere dai calzari. L’arroganza di un insano cabarettista ha messo fine ad un progetto di liberazione, inscatolando trance di tonno oramai datati, perduti nei meandri dell’inverecondo teatrino dell’affarismo portato all’eccesso, che allocchi ed infatuati continuano a definire politica.
martedì 29 giugno 2021
Travaglio!
L’alternativa qual è?
di Marco Travaglio
Ieri Conte ha ributtato la palla nel campo di Grillo, ma con dentro una bomba a orologeria che ha già iniziato a ticchettare: quella della democrazia diretta, cioè del voto degli iscritti ai 5Stelle pro o contro il suo progetto di rifondazione del Movimento. È stata un’operazione di chiarezza davanti a tutti gli italiani: a quelli che ancora votano M5S (e sono tanti, a dispetto dei santi), a quelli che non li votano più ma si astengono in attesa di un nuovo motivo valido per farlo (e sono altrettanti), a quelli che non li hanno mai votati ma potrebbero cominciare a farlo se nascesse una cosa nuova, e a quelli che mai li voterebbero. Nessuno d’ora in poi potrà dire di non aver capito le ragioni dello scontro fra i due Giuseppe in quello che resta in Parlamento il partito di maggioranza relativa. Qualcuno aveva tentato di immiserirlo a una lite da portineria: uno che sbeffeggia, l’altro che fa l’offeso, prende cappello e pretende le scuse. Ecco: nulla di tutto questo. La questione non è personale: è politica, anche se il rapporto umano fra Conte e Grillo al momento è ai minimi storici e non sarà facile ricostruirlo.
Bene ha fatto l’ex premier a chiarire che non c’è alcun golpe o complotto per sfilare a Grillo la sua creatura, ma l’esigenza di tracciare i confini delle funzioni dell’uno e dell’altro nel movimento che lo stesso Grillo ha chiesto a Conte di ricostruire su basi nuove. Il capo fa il capo e il garante fa il garante, ma il garante conterà sempre più del capo perché il suo mandato è a vita e perché conserva il potere di proporre agli iscritti di sfiduciare l’altro. Fermo restando che il garante è anche il fondatore e qualunque sua sortita avrà un peso infinitamente superiore a quello codificato da qualsiasi regola statutaria. Quella di Conte non è una pretesa prevaricatrice, ma il minimo sindacale delle garanzie per poter avviare il percorso di “riossigenazione”. Un’avventura che, a giudicare dallo zoccolo duro tuttora legato al “marchio” (15-17%), dalla breve distanza dai tre partiti maggiori e dalle attese che Conte suscita nel Paese, può ancora riportare il M5S in cima al podio. Tutto ora dipende dall’intelligenza e dalla generosità di Grillo, che della prima abbonda e della seconda difetta. Ma le parole ferme e al contempo distensive pronunciate ieri dall’ex premier costringono il fondatore a scegliere, e in breve tempo. Se salta la leadership Conte, l’alternativa qual è? Dov’è un altro capo in grado di risollevare i 5S dopo un eventuale no a (o di) Conte? E soprattutto: come potrebbe il teorico della democrazia diretta negare agl’iscritti il diritto di voto sul progetto di Conte? Dopo mesi di battaglia politica e legale, Conte ha restituito al M5S la lista degli iscritti sequestrata da Casaleggio jr.. E ora Grillo che fa: li tratta da soprammobili?
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