mercoledì 17 febbraio 2021

No, non le leggerete mai!

 

Cose che sui Giornaloni non leggerete mai!
Dal Fatto Quotidiano:
Human Tech: potere, lobby e baronie
di Gianni Barbacetto e Laura Margottini
Se la parte “politica” del governo Draghi è stata plasmata con il manuale Cencelli che neanche nella Prima Repubblica, la parte “tecnica” sembra distillata con l’alambicco della restaurazione dei poteri e delle lobby, alta burocrazia dello Stato, magnifiche baronie universitarie, campioni e campioncini confindustriali. È curioso vedere come alcune entità (dall’Istituto italiano di tecnologia di Genova allo Human Technopole di Milano) abbiano nei loro organigrammi un’alta densità di nomi ora finiti nel mozartiano Catalogo del governo di Alto Profilo. Ben tre ministri e un capo di gabinetto del governo Draghi provengono da un unico centro di ricerca, quello più finanziato d’Italia, con 150 milioni l’anno, assegnati non con procedure competitive, ma per legge: Human Technopole (Ht). I tre ministri sono Roberto Cingolani (Transizione ecologica), Maria Cristina Messa (Università e ricerca), Daniele Franco (Economia), a cui si aggiunge Marcella Panucci (capo di gabinetto del ministro Renato Brunetta alla Funzione pubblica). Cingolani scrisse il masterplan di Human Technopole, quando era ancora direttore scientifico dell’Istituto italiano di tecnologia (Iit) di Genova. Franco, neoministro ed ex direttore della Banca d’Italia, e Messa, ex rettore dell’Università Milano-Bicocca, siedono nel comitato di sorveglianza di Ht, come Panucci, ex direttrice generale di Confindustria. Presidente del Tecnopolo è Marco Simoni, professore di Politica economica europea alla Luiss di Roma e dal 2014 al 2018 consigliere della presidenza del Consiglio – prima con Matteo Renzi e poi con Paolo Gentiloni. Curiosa, questa densità ministeriale di Ht. Non si può sostenere che Human Technopole sia la fucina della nuova Nomenklatura dei Migliori, ma la concentrazione di tanti Eccellenti del governo Draghi si può spiegare raccontando come nascono e che cosa sono Iit e Ht. Human Technopole è un po’ l’upgrade di Iit. Sono entrambi istituti di ricerca nati sull’onda delle idee di economisti bocconiani come Francesco Giavazzi e Alberto Alesina e nutriti dal mondo confindustriale: il pensiero che li sosteneva era che l’università e la ricerca pubbliche sono il regno delle baronie e della corruzione e per questo non meritano di essere finanziate con soldi pubblici, né sono capaci di attrarre i fondi privati dell’industria, non sapendo fare da traino all’innovazione industriale del Paese. Lo scriveva l’economista Luigi Spaventa: “Prendo nota del leit motiv di Alesina e Giavazzi: l’università italiana è irredimibile e deve essere abbandonata al suo destino di squallore; qualsiasi intervento all’interno di essa sarebbe un vano spreco”. Meglio dunque mettere i soldi in centri di ricerca gestiti direttamente dal ministero del Tesoro (come Iit e Ht) e non da quello dell’Università, superfinanziarli (100 milioni l’anno per Iit, 150 per Ht), elevandoli sopra la ressa dei poveri, ricercatori e accademici pubblici che competono per le briciole dei pochi fondi per la ricerca. I soldi per Iit erano pari ai finanziamenti per l’intera ricerca scientifica italiana con i progetti di rilevanza nazionale (Prin).
Questo metodo fu lanciato nel 2003 dal ministro Giulio Tremonti e da Vittorio Grilli, economista bocconiano che dal 2002 al 2005 è stato Ragioniere generale dello Stato, in seguito dirigente del Tesoro e poi presidente di Iit. Nel board di Iit siedono e si sono succeduti nel tempo capitani d’industria e della finanza. Iit doveva attrarre i fondi di aziende e multinazionali e guidare la ricerca industriale. Ne attrasse poche briciole, anche perché aveva già tanti soldi dallo Stato da non sapere come spenderli: aveva accumulato, come rivelò il Fatto, un tesoretto di 500 milioni depositati su conti bancari e su conti infruttiferi della Banca d’Italia. Segno di incapacità, secondo il mondo della ricerca e la senatrice a vita Elena Cattaneo. È chiaro che, con così tanti soldi, Iit nel tempo ha prodotto anche ricerca di qualità. Ma dell’aggancio dell’industria e del traino dell’innovazione nessuna traccia. Negli stessi anni in cui, specialmente dopo la riforma voluta da Mariastella Gelmini (altro neoministro di Draghi), l’università e la ricerca pubblica subirono i tagli più pesanti della storia della Repubblica, le aziende italiane, invece di investire in ricerca, aspettano gratis la ricerca pagata dallo Stato.
Human Technopole nasce come continuazione di Iit e del suo metodo a Milano. Matteo Renzi, allora presidente del Consiglio, nel 2016 aveva da risolvere un gran problema: che cosa fare delle aree periferiche, incastrate tra due autostrade, un carcere e un camposanto, dove era stato impiantato Expo Milano 2015. Erano (per la prima volta nella storia delle Esposizioni universali) aree private, comprate a caro prezzo con soldi pubblici. Alla fin della fiera, due aste erano andate deserte, nessuno le voleva ricomprare. Si profilava un buco milionario, da aggiungere a quello dell’esposizione (2 miliardi di uscite, 700 milioni di entrate). Renzi arriva allora a Milano con un’idea che definisce “petalosa”: costituire sull’area Expo un supercentro di ricerca su genoma e big data, con una dote di 1 miliardo e mezzo di finanziamenti pubblici in dieci anni, in grado di attirare attorno le aziende private e trasformare così una landa desolata in un meraviglioso distretto della ricerca. È Human Technopole. Funzionerà? Attirerà davvero le aziende promesse da Renzi (Novartis, Bayer, Glaxo, Bosch, Abb, Celgene, Ibm…)? Chi vivrà vedrà. Per ora si vede più che altro una grande operazione immobiliare da 2 miliardi di euro, che hanno chiamato “Mind”, con 510 mila metri quadrati di nuovi edifici, che ospiteranno 40 mila utenti, guidata dall’operatore australiano LendLease. Intanto il progetto della parte di ricerca, cioè Human Technopole, fu subito rifiutato dal mondo della ricerca e delle università milanesi, perché Renzi lo aveva affidato tutto all’Iit di Cingolani. Dovette cambiare la governance, resa più ecumenica, e tagliarne i fondi (la senatrice Cattaneo è riuscita a farne assegnare il 55 per cento alla ricerca di base). Ora Ht non ha ancora prodotto gran ricerca, ma si è consolidato come un incubatore di potere, da cui è normale pescare per il governo dei Migliori.

Travaglio!

 Atterraggio brusco

di Marco Travaglio
Siamo vicini con le preghiere ai tanti “colleghi” che, all’annuncio di Draghi, si erano inumiditi le lingue e gli slip vaticinando la Palingenesi dei Competenti, la Rivoluzione di Quelli Bravi, il Regno di Saturno e ora si ritrovano un po’ a secco, un tantino più asciutti, a ritrarre di un palmo le lingue e a dire che sarà dura, non bisogna aspettarsi granché, SuperMario mica ha la bacchetta magica e cara grazia se farà “due o tre riforme” per poi ascendere al Colle fra un anno. La lista dei ministri, le prime risse fra i medesimi, le nomine dei “nuovi” burocrati e prossimamente i sottosegretari promettono bene. Chi oracolava di Mes, fine della dittatura sanitaria, dei Dpcm e del Sussidistan, licenziamenti liberi, rivincita del privato sul pubblico e più vaccini per tutti in totale discontinuità dai dilettanti-incompetenti-scappati di casa-mediocri di prima si sta rassegnando alla continuità e presto, in cuor suo, ammetterà alla luce del dopo che prima era difficile fare meglio. Due settimane di ubriacatura e siamo già tornati sulla terraferma.
Vuol dire che Draghi non è bravo, competente, prestigioso? No, anzi. Significa che i superman, i tecnici super partes, gli uomini soli al comando, i salvatori della patria e i migliori esistono solo nella fantapolitica. Basta vedere di chi si sta circondando Draghi, complice la sua scarsa conoscenza della politica e dell’amministrazione: tre o quattro pezzi pregiati di Bankitalia, di Confindustria, delle accademie e delle burocrazie, e poi i peggiori cascami delle vecchie lobby che han fatto solo disastri, dal pescoso laghetto Cassese a Cl alle terrazze romane e milanesi. Queste cose nessuno dovrebbe saperle meglio di noi italiani, che di governi tecnici ne abbiamo già avuti tre – Ciampi, Dini e Monti –, regolarmente passati dagli altari alla polvere nel giro di pochi mesi. Ma siamo un popolo che dimentica tutto e non impara mai nulla: nessuna meraviglia, specie nella confusione del mondo ai tempi del Covid. Ciò che stupisce è che non ricordino e non capiscano nulla coloro che la storia, o almeno la cronaca, dovrebbero conoscerla: i giornalisti e gli intellettuali. Prigionieri della loro cupidigia di servilismo e ingannati dalle bugie che raccontano agli altri, hanno perso un’altra occasione, l’ennesima, per azzeccarne una. Infatti continuano a ripetere il mantra della “crisi di sistema” e del “fallimento della politica”. E fingono di dimenticare che Conte è caduto per mano di un irresponsabile sfasciacarrozze che non tollerava i successi della politica e del sistema incarnati da un governo che aveva ben guidato l’Italia nell’anno più terribile del Dopoguerra e, a lasciarlo fare, avrebbe consolidato un nuovo centrosinistra competitivo.
È per i suoi successi, non per i suoi errori, che è caduto il governo Conte, che stava ricostruendo la politica e il sistema già falliti anni addietro. Ma questo i trombettieri dei giornaloni non potevano né possono riconoscerlo, perché i loro padroni quella nuova politica imperniata su legalità, trasparenza, allergia alle lobby, politiche sociali e ambientali non l’accettavano. Tantomeno con 250 miliardi di Recovery e fondi di Coesione Ue all’orizzonte. Terrorizzati nel 2018 dalla vittoria di M5S e Lega e dalla scomparsa dei propri manutengoli e burattini, han preso a demonizzare i nuovi venuti e poi a tentare di comprarli e cooptarli. Nel 2019 ci sono riusciti con la Lega. Ma, quando già pregustavano le elezioni e il ritorno a tavola, han dovuto fare i conti con Conte, che è riuscito nell’ardua impresa di mettere insieme M5S e un Pd parzialmente derenzizzato e di formare una squadra di governo che univa i pezzi meno sputtanati dell’establishment ai marziani grillini e anche alla gente nuova della sinistra (i Provenzano, Amendola, Speranza). Anziché impazzire, la maionese è piaciuta: il premier e il suo governo avevano indici di gradimento molto superiori alla somma dei giallorosa. Perché i risultati, al netto degli errori, si vedevano: una gestione della pandemia più efficace che nel resto dell’Ue, i 209 miliardi del Recovery, la campagna vaccinale, altre misure come il cashback, l’ecobonus 110%, il blocco della prescrizione, le manette agli evasori ecc. Altro che fallimento degl’incompetenti, altro che crisi di sistema.
In barba a chi confonde le cause con gli effetti, il fallimento del sistema c’era già stato: nel 2011, quando morì miseramente il berlusconismo; nel 2013, quando finirono tragicamente i tecnici montiani e il Pd che se li era accollati per ordine di Napolitano; nel 2018, quando il popolo bocciò le tre ammucchiate demo-forziste di Letta, R. e Gentiloni benedette dal Colle per tener fuori i marziani e votò in massa per i due partiti rimasti fuori: M5S e Lega. Dopo ogni embrassons-nous di establishment, tecnica o politica che sia, vincono sempre quelli che le élite non riescono a comprendere e demonizzano-esorcizzano come “populisti”: dopo Ciampi, B.; dopo Monti, i 5Stelle; dopo il napolitan-renzismo, ancora il M5S più Salvini. E ora, dopo Draghi, è molto probabile un derby fra i due leader che se ne tengono a distanza: Meloni e Conte (se gioca bene le sue carte). Sempreché la gente non scambi per novità i codini dell’Ancien Régime di ritorno, che non possono essere la soluzione perché sono il problema. Gli italiani, diceva Flaiano, “vogliono la rivoluzione, ma preferiscono fare le barricate coi mobili degli altri”.

martedì 16 febbraio 2021

Ah la Libertà!

 


Meditazione dragoniana

 


Scanzi


Conte, il più amato e le quattro vie del suo nuovo futuro
di Andrea Scanzi
Sabato scorso, Giuseppe Conte ha passato il testimone, anzi la campanella, a Mario Draghi. Il lungo applauso con cui lo ha salutato Palazzo Chigi ha colpito molto gli italiani, rendendo il video virale. Il post di commiato dell’ex presidente del Consiglio, nella sua pagina Facebook, ha registrato tre giorni fa numeri spaventosi: più di un milione di like, più di 130 mila condivisioni e oltre 300mila commenti (in larga parte positivi). Il post di Conte era addirittura primo al mondo (!) su Facebook e nella top ten mondiale c’era anche un mio post sempre sull’ex premier.
I social – per fortuna – non sono tutto, ma qualcosa dicono. E dice molto anche l’umore generale che si respira dopo la lista di ministri (buona per i tecnici, debole quando non vomitevole per i politici) del mitologico esecutivo di San Draghi. Quando tutti ti lodano a prescindere, prima ancora che abbia cominciato il tuo lavoro, le aspettative crescono a dismisura. E se poi dal cilindro non fai uscire Batman ma Brunetta, la disillusione è cocente. La luna di miele di Draghi durerà forse poco e forse niente, di sicuro non tantissimo, e molti già dicono “Era meglio lui”. Laddove il “lui” è Giuseppi. Che ha fatto benissimo a non entrare in questo tragicomico caravanserraglio.
Conte ha un serbatoio di stima e affetto che non ha nessun politico. Ma tutto finisce. E gli italiani hanno la memoria dei gasparrini rossi. Quindi Conte deve dire in fretta, anzitutto a se stesso, cosa voglia fare adesso. Le opzioni sono quattro.
1. Torna alla vita di prima, ricomincia a guadagnare molti più soldi e si allontana dal cicaleccio di certa stampa. È una prospettiva che Conte sta valutando attentamente.
2. Cerca di scalare il Partito democratico, magari passando dalla prima “elezione suppletiva” che passa. Tipo quella del collegio di Siena per sostituire Padoan. La sedicente statista Boschi, con quel suo grazioso parlare in stampatello senza dir mai niente, gli ha però chiuso la porta in faccia. E già questo, tenendo conto che Boschi non fa più parte del Pd, dice molto sull’indipendenza del Partito democratico dalle sciagure renziane. Resta comunque una soluzione che fa acqua da tutte le parti. Chi glielo fa fare a Conte di rinunciare a un ministero sicuro nel governo Draghi per riciclarsi come deputato anonimo del Pd? E come farebbe a scalare il Pd, che è fatto da 876 correnti la metà delle quali lo vorrebbe politicamente morto? Dai, su.
3. Crea un partito tutto suo. I sondaggi lo darebbero al 10-12 per cento. Non è poco, ma in larga parte saboterebbe quel che resta del M5S, che allo stato attuale – giova ricordarlo – non è Movimento 5 Stelle ma Movimento 5 Salme. I partiti personalistici, come insegnano Monti e Renzi, nascono poi di per sé putrescenti. E Conte pare troppo sveglio per suicidarsi come un Ferrara, un Fusaro o un Paragone qualsiasi.
4. Diventa il leader dei 5 Salme, riportandoli al livello di 5 Stelle. Il M5S si è coperto di ridicolo greve e nequizia spinta con la trattativa demente, e ancor più masochista, portata avanti con Draghi. Per tornare a vivere hanno solo una chance: Conte. L’ex premier dovrebbe scalare il Movimento, che essendo al momento morto si scala anche solo in ciabatte. In qualità di membro dominante di quella “nuova segreteria” di cui si parla ormai dai tempi di Badoglio, assurgerebbe a conducator di quel “campo progressista” di cui parlano Bersani e (spero) Zingaretti. Del resto è l’unico pontiere possibile tra M5S e centrosinistra.

L’opzione 4 è la più auspicabile. Quindi, essendo nati per soffrire, non andrà così. Condoglianze. 

Gran bel pezzo!

 

Una perversione chiamata mafia nella solitudine del Mezzogiorno

di Isaia Sales

Oggi in tanti richiamano l’attenzione sul pericolo che le mafie possano diventare protagoniste della complicata fase economica che si è aperta con la pandemia. A volte anche con qualche esagerazione. Ma c’è stato un lungo periodo storico in cui non pochi studiosi, diversi esponenti politici e addirittura una parte consistente della magistratura, ritenevano che le mafie non esistessero come organizzazioni strutturate e che tutt’al più fossero solo espressione di un carattere bollente degli abitanti di alcune regioni meridionali, di una loro arcaica e personale concezione della giustizia. E quando a partire dalla seconda metà degli anni ottanta del Novecento è entrata sulla scena politico-giudiziaria l’antimafia, cioè una risposta finalmente adeguata sul piano legislativo/ repressivo, essa è stata sempre guardata con sospetto e diffidenza da ampi settori della politica, della stessa magistratura e anche della pubblica opinione. Non è stato facile (e non lo è ancora oggi) far capire che le mafie non sono forme criminali fisiologiche come ce ne sono state nel passato e ce ne saranno nel futuro. 
Quando si analizzano le cifre di questo originale fenomeno criminale, si resta impressionati dallo stretto rapporto con la società circostante, con la politica nazionale e locale, con gli esponenti del mondo imprenditoriale e delle professioni, con le forze dell’ordine e spesso con uomini di chiesa. I mafiosi sono i primi criminali nella storia che hanno trasformato la loro violenza in potere stabile e duraturo attraverso le relazioni intrecciate con coloro che avrebbero dovuto isolarli, contrastarli e reprimerli. La loro storia non può essere affatto separata dalla storia delle classi dirigenti del nostro Paese. Semplici organizzazioni criminali, infatti, non sarebbero riuscite a durare tanto a lungo né tantomeno a raggiungere un tale potere se non nel quadro di reciproche relazioni con il mondo politico-istituzionale che ad esse si sarebbe dovuto contrapporre. Sono i dati a consolidare questo convincimento.

Migliaia e migliaia di morti ammazzati dal 1861 in poi, di cui almeno 10.000 negli ultimi 30 anni del Novecento. Almeno 1000 civili caduti, tra cui 84 donne e 71 bambini. Centinaia e centinaia di imprenditori, commercianti, sindaci, amministratori locali uccisi. Settanta tra sindacalisti e capilega ammazzati tra il 1905 e il 1966. Quindici magistrati uccisi (più dei 10 caduti per mano dei terroristi rossi e neri), e centinaia di vittime tra le forze dell’ordine, tra cui diversi in attentati mirati. Nove giornalisti ammazzati, tanti ancora oggi minacciati e intimiditi. Secondo i calcoli di Enrico Deaglio, a Palermo e provincia solo tra il 1981 e il 1983 ci sono stati più di 1000 morti. A Napoli, Caserta e Salerno si sono verificati 1598 omicidi solo tra il 1975 e il 1985. A Catania 1000 e a Reggio Calabria 2000 nel periodo 1980/1993. E la mattanza è continuata tra la fine del Novecento ad oggi con altri 3000 delitti commessi nonostante l’enorme calo registratosi in Sicilia. E non sono mancati delitti di mafia al Centro- Nord (il primo eccellente è quello del magistrato Bruno Caccia a Torino nel 1983) con Lombardia, Piemonte, Liguria ed Emilia- Romagna che hanno assunto un ruolo centrale negli equilibri mafiosi, in particolare di quelli ?dranghetisti. La nazionalizzazione delle mafie, cioè il loro vasto radicamento nel Centro-Nord, è sicuramente il fenomeno politico-criminale più significativo dell’ultimo trentennio.
Dal 2004 al 2020 sono stati arrestati 76.600 affiliati alle diverse organizzazioni mafiose, di cui almeno 10.000 condannati a lunghi anni di carcere; 759 sono oggi reclusi al 41 bis, il carcere speciale per i mafiosi. È stata adottata una legislazione speciale che non ha analogie in nessun’altra nazione in tempi di pace. Ben 209.108 sono i beni interessati a misure di sequestro e confisca per un valore di 21,7 miliardi di euro, di cui 97.378 immobili e ben 15.059 aziende. Ci sono stati, infine, ben 352 decreti di scioglimento di comuni (tra cui una città capoluogo, una Provincia e diverse aziende che gestiscono la sanità pubblica) in cui il nemico ha fortemente condizionato la gestione della vita amministrativa di intere comunità.
Sono solo alcune cifre di una tragedia nazionale che non è finita affatto e che continua con almeno 10.000 soldati di questo esercito criminale ancora in azione, che continua a detenere una forza economica impressionante. Il ministero dell’Interno, in un recente studio, ha stimato le attuali entrate economiche della camorra in 3750 milioni di euro, quelle della ?drangheta in 3491, mentre Cosa Nostra si attesta a 1874 milioni di euro e la criminalità pugliese a 1124.

Ciò che colpisce delle mafie è, appunto, la loro lunga durata storica, una presenza che si protrae inarrestabile da due secoli, dai Borbone allo Stato unitario, sopravvivendo al fascismo e ripresentandosi in grande stile nel secondo dopoguerra fino a segnare alcuni dei tratti fondamentali della nostra storia contemporanea. Le mafie sono una forma di arcaicità che ha avuto successo, un residuo feudale che si è trovato a proprio agio nella contemporaneità. Un caso di assoluta originalità e di apparente inspiegabilità: potremmo definirla la più impressionante dinamica della permanenza (per usare le parole di Lucio Caracciolo) nella storia e nella società italiane. Come mai hanno resistito tanto a lungo? Come mai non sono state eliminate nonostante la fortissima repressione a cui sono state sottoposte negli ultimi tre decenni e mezzo dopo aver goduto di più di un secolo di una incredibile impunità?
Tutte le forme criminali che hanno contrapposto il loro potere armato allo Stato moderno sono state sconfitte. L’Italia post unitaria sradicò il brigantaggio in meno di un decennio (causando più morti di tutte le guerre di indipendenza messe insieme). Nel secondo dopoguerra ha debellato il terrorismo etnico in Alto Adige, il separatismo siciliano, il terrorismo politico delle Brigate Rosse e dei neofascisti, il banditismo in Sardegna, i sequestri di persona. Le mafie no.
È imparagonabile, ad esempio, ciò che l’Italia ha fatto contro il terrorismo p olitico tra gli anni ’70/’80 del Novecento (che aveva causato un numero di vittime inferiore a 100, escludendo le stragi) rispetto a ciò che ha fatto contro le mafie. Anzi la lotta al terrorismo politico fece passare sotto silenzio in quegli anni il problema delle mafie al Sud. I migliori investigatori furono usati contro le Brigate Rosse. E fu proprio in quel periodo che la mafia siciliana, indisturbata, aprì delle proprie raffinerie di droga nell’isola e assunse un ruolo centrale nel narcotraffico internazionale e, contemporaneamente, i clan camorristici e le ?drine calabresi divennero protagonisti sulla scena criminale. Ma perché lo Stato è apparso efficiente contro il terrorismo (e contro le precedenti forme criminali) e non contro le mafie? La risposta è molto semplice. I terroristi erano esterni allo Stato, volevano abbatterlo. I mafiosi no, non sono in guerra contro di esso, o in ogni caso non sentono lo Stato avversario, ma solo singoli uomini che lo rappresentano. Inoltre, il terrorismo in genere non è una componente dell’economia mentre le mafie sì. L’economia criminale è contro le leggi dello Stato ma non contro quelle di mercato. Il ricorso ai mafiosi negli affari comincia a presentarsi come una risposta strutturale alle esigenze di una parte dell’economia di mercato.

Tutto ciò ci porta a dire che vanno espulse dal lessico pubblico sulle mafie tre valutazioni sbagliate: che c’è stata una vera guerra tra Stato italiano e mafie; che le mafie rappresentano un antistato; che esse sono espressione di una arretratezza economica.

La lotta alle mafie è un campo dove il linguaggio militare non ha nessuna efficacia per spiegarne gli interessi in gioco, seguirne gli andamenti e individuare i contendenti. Questa lotta ha sicuramente i tratti di una guerra civile perché i soldati sono italiani, e di una guerra totale perché miete vittime da più di un secolo e mezzo e ultimamente in tutto il territorio nazionale. Ma le analogie con la guerra si fermano qui. D’altra parte l’impegno repressivo dello Stato è cominciato seriamente solo qualche decennio fa e in diversi territori si può tranquillamente affermare che si è a lungo protratto un duopolio nell’uso della violenza e un duopolio della tassazione (tasse allo Stato e pizzo alle mafie). E poi, che guerra è questa se i nemici spesso sono amici? Se i nemici con i loro voti hanno contribuito a fare eleggere in ruoli istituzionali i loro amici? E se il nemico è foraggiato con i soldi che lo Stato investe nei lavori pubblici? Che guerra è questa se le attività economiche illegali (contrabbando di sigarette, prostituzione e traffico di droga) fanno parte ufficialmente del Pil nazionale, concorrono cioè alla ricchezza del Paese? Che guerra è questa se il nemico si rafforza economicamente spostandosi tranquillamente da un territorio all’altro, si radica nel Centro-Nord e lì costruisce nuove casematte di consenso? Insomma, non è affatto una guerra quella in cui i nemici dichiarati hanno relazioni permanenti con coloro che dovrebbero combatterli!
Scriveva argutamente Giovanni Falcone: «Il dialogo Stato-Mafia, con gli alti e bassi tra i due ordinamenti, dimostra chiaramente che Cosa nostra non è un anti- Stato, ma piuttosto una organizzazione parallela», un potere riconosciuto e legittimato nel corso del tempo da chi il potere istituzionale lo esercita ufficialmente. Se è esistita una politica senza mafia, non è mai capitato che si consolidasse un potere mafioso senza un rapporto con la politica e le istituzioni. Esistono Stati senza mafie, ma mai una mafia che non utilizzi i rapporti con lo Stato e i suoi rappresentanti.
Purtroppo il rapporto perverso tra violenza e potere non è stato mai risolto definitivamente in Italia. È questo uno dei buchi neri della nostra democrazia e della nostra fragile statualità. Il canone del potere in Italia sembra oscillare tra giustificazione della violenza, furbizia e spregiudicatezza, tra Il Principe di Machiavelli e Todo modo di Sciascia. Girolamo Li Causi, il dirigente comunista siciliano che la lotta alla mafia la fece in prima persona, diceva: «Se vuoi capire l’Italia, studia la mafia, interrogati sul suo successo ». E aveva ragione.

Si possono combattere le mafie senza leggi speciali? E senza mettere in campo una reazione più ampia di quella militare-repressiva? Coniugare diritti fondamentali con l’esigenza che lo Stato faccia sul serio lo Stato è una questione aperta e non banale. Ma se la sfida si pone a questa altezza è necessario rivedere alcuni cardini della strategia contro le mafie. A partire dalla norma sullo scioglimento dei consigli comunali: c’è una discrezionalità troppo ampia nella sua applicazione, i funzionari prefettizi non sempre sono all’altezza dei compiti loro assegnati come commissari, in molte realtà gli organi dello Stato appaiono inflessibili più verso i piccoli comuni che verso i grandi. Quando poi si arriva a constatare che ben 78 comuni sono stati sciolti più di una volta, e a volte per ben tre volte (e si potrebbe arrivare addirittura alla quarta!) vuol dire che la legge non è più efficace. Le leggi in genere devono fornire senso dello Stato non paura dello Stato agli amministratori onesti, altrimenti si arriva ad una eterogenesi dei fini: si allontanano i migliori dalla politica locale. Così come si deve radicalmente cambiare passo nell’utilizzo dei beni confiscati, dando la massima attenzione agli aspetti economici della questione: su migliaia di imprese confiscate pochissime sono state rimesse sul mercato. È impressionante la sproporzione tra il valore della ricchezza sottratta ai mafiosi e il ritorno economico per i territori interessati. Finora non è stato dimostrato (nonostante encomiabili eccezioni) che sottraendo i soldi alle mafie si aumenta la ricchezza collettiva.
La lotta antimafia non è un pallino di orde di fanatici che si sono inventati un pericolo che non c’è o che l’hanno ad arte esagerato. E in ogni caso meglio un eccesso di attenzione alle mafie che quel negazionismo su di esse che ha segnato i primi trent’ anni dell’Italia repubblicana. Caratteristica del movimento antimafia negli ultimi decenni è l’affiancamento a chi è preposto all’azione di contrasto di un originale movimento d’opinione prima inesistente. Che questo affiancamento civile abbia potuto generare forme di fanatismo, o di disconoscimento delle garanzie minime di uno Stato di diritto, è fuori dubbio. E vanno assolutamente riportate a sobrietà tutte le persone che operano nel campo, a partire dai magistrati. Ma non si può rimpiangere minimamente la situazione precedente.

Per esempio, come non si fa a cogliere il valore dirompente dell’organizzazione dei familiari delle vittime. Il dolore privato si è trasformato in dolore pubblico, rompendo un altro tabù in base al quale la morte violenta doveva essere tenuta dentro le pareti domestiche. I familiari hanno invertito la rassegnazione e la dimensione privata delle loro tragedie, spingendo le istituzioni a intitolare strade, aule, biblioteche ai loro cari caduti, scrivendo biografie, ispirando mostre, romanzi, film, opere teatrali, canzoni. Sulla base di esperienze fatte in altri contesti (le madri e le nonne dei desaparecidos in Argentina e in Cile) il movimento antimafia si è impegnato a che nessuna vittima innocente debba essere dimenticata. E quando il dolore privato si espone sulla scena pubblica ci possono essere eccessi e qualche protagonismo di troppo (dovuto anche alla non totale elaborazione del lutto da parte di alcuni familiari). Ma meglio il valore dirompente e a volte non equilibrato del dolore pubblico che la rassegnazione privata. Nel Sud tutto ciò è ancora più significativo perché si è dimostrato che in queste terre ci sono state sì le mafie, ma anche chi le ha combattute. In Italia gli eroi civili del secondo dopoguerra sono quasi tutti meridionali, e la lotta antimafia rappresenta il più originale contributo della società civile meridionale ai valori condivisi della nazione.

lunedì 15 febbraio 2021

Pensierino

 Siamo dunque alle solite: da una parte i tecnici, gli scienziati, i virologi ad informarci, a suggerirci azioni tempestivi in grado di bloccare la probabilissima recrudescenza pandemica. Dall'altra il classico manipolo di ignoranti, capitanati dal Capitano di 'sta ceppa, indomito a cavalcare l'onda di sdegno di chi effettivamente sta pagando un prezzo alto per le misure restrittive. Ma non vi è alcuna possibilità di mediare, di addolcire la triste realtà che a volte siamo portati a dimenticare. Per di più è acclarato che le varianti del Bastardo sono già presenti nel nostro paese. Di conseguenza è inutile che Cazzari ed ebeti culturali, s'affannino ad emergere col il lamento proprio di chi bada esclusivamente al sodo, la famigerata percentuale di consensi, infischiandosene altamente se tra non molto ripiomberemo nel pozzo profondo della contagiosità, circondati da decessi e ricoveri in alta intensità. La patata bollente ora è in mani dragoniane, l'uomo per bene è alla finestra, ad assistere alla logica degli interventi, al mugugno dei manigoldi, e alle future restrizioni. Cazzaro permettendo.