Dopo aver letto questo articolo del premio Nobel Bleuter mi sono sparato nel gargarozzo una sambuca doppia, pur essendo pomeriggio. Non so voi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 16 ottobre 2020
Di Pluto in peggio
Avevo promesso la seconda parte di commenti sulla relazione di Pluto Bonomi di Confindustria-trallàllà, ma depongo le armi per non cadere in tentazione di abbracciare la via della querela. Ritengo infatti Pluto uno sformato ad hoc di tutto quanto si dovrebbe evitare di compiere per non equipararsi ai migliori ribaldi della storia. E mi fermo qui.
Lascio quindi la parola al giornalista Carlo di Foggia che ci narra l'ultimo episodio delle malefatte di Pluto. Il rischio di rovinarsi la giornata è alto a leggere le tremebonde gesta dell'insalubre, ad iniziare dalla frase che a parer mio dovrebbe venir scolpita nel marmo quale monito per le generazioni future, con tanto di avvertimento del tipo "guardate di studiare bene ed in letizia, perché è un attimo rovinarsi interiormente e degenerare come Pluto. La frase? "Il blocco dei licenziamenti è il blocco delle assunzioni."
Un'ultima cosa: Pluto vorrebbe fare il furbo, ma lo abbiamo sgamato: vuole portare il rinnovo dei contratti nazionali, tra cui quello dei metalmeccanici al periodo in cui, terminato il blocco, i suoi compari inizieranno con i licenziamenti. Un desiderio da gerarca, signor Pluto!
Ed ora leggetevi, cercando di star lontano da vasi e bicchieri, l'articolo di Di Foggia.
Di Carlo Di Foggia dal Fatto Quotidiano
Una prima indicazione dovrebbe arrivare in serata, quando il Consiglio dei ministri licenzierà il Documento programmatico di bilancio, una sorta di bozza della manovra, che l’esecutivo invierà a Bruxelles. Ma la guerra per superare il blocco dei licenziamenti è già partita. La campagna martellante della Confindustria, guidata dal neo presidente Carlo Bonomi – arrivata a punte di vero folclore tipo “il blocco dei licenziamenti è il blocco anche delle assunzioni” (lo ha detto davvero all’assemblea di Assolombarda) – ha ovviamente trovato ascolto sui media e in parti rilevanti del governo e riacceso le tensioni mentre salgono i contagi da Coronavirus.
Ieri è toccato alle parti sociali avvertire il governo. Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto di prorogare il blocco in vigore da marzo scorso, ma alleggerito nel decreto agosto, oltre la scadenza di fine anno e fino alla durata dello stato di emergenza. È la risposta all’uscita del ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli: “Ritengo che il percorso fatto fino adesso, Cassa integrazione e blocco dei licenziamenti, non possa essere prorogato ancora”. Un atteggiamento “irresponsabile” per i sindacati, che annunciano battaglia. “Patuanelli immagina un futuro senza occupazione”, l’ha fulminato la leader della Fiom Francesca Re David. L’uscita del ministro divide la maggioranza (LeU e pezzi del Pd sono contrari) ma la strada sembra tracciata. Al ministero del Lavoro, guidato dalla grillina Nunzia Catalfo, puntano a prorogare il blocco dei licenziamenti solo per quelle aziende che useranno la cassa integrazione (come già accade oggi, d’altronde) o la decontribuzione targata “Covid”.
La norma e i numeri
Fino ad agosto scorso il divieto di licenziare era totale, a prescindere dall’uso della cassa integrazione con causale “Covid”, disposta dal governo per fronteggiare l’emergenza. Col decreto Agosto la Cig è stata prorogata per altre 18 settimane e il blocco è stato esteso fino a metà novembre per le aziende che hanno usufruito di tutta la Cig e fino a fine anno per le altre. Si può licenziare però in caso di fallimento, cessazione attività o accordo con i sindacati. Che può succedere da gennaio se salta il blocco? Stime attribuite alla Cgil, che però non le conferma, parlano di un milione di posti di lavoro a rischio. L’ufficio studi della Uil, a luglio, ha stimato che senza rinnovo del blocco sarebbero stati a rischio 850 mila posti nel solo 2020, mentre col blocco la stima scende tra 530 mila e 655 mila posti. Vale la pena ricordare che con la crisi del 2008 si è perso un milione di posti di lavoro in 5 anni. E la crisi attuale sembra, nel medio termine, peggiore (il crollo del Pil stimato nel 2010, -9%, non ha eguali in tempo di pace).
Le vere ragioni
Le stime della Uil sono al netto delle aziende che hanno aperto o apriranno procedimenti di crisi, che devono ricorrere alla Cig straordinaria. La voglia di licenziare sbandierata dalla nuova razza padrona della Confindustria, come se le imprese non potessero reggere senza, nasconde altre esigenze. Nel 97% dei casi, la Cig usata nel 2020 è quella con causale “Covid”, che non aveva costi per l’azienda (per le altre tipologie si paga una sorta di ticket) fino all’estate: insomma è stata usta la Cassa integrazione a costo zero, anche senza aver avuto cali di fatturato (è successo per un terzo delle ore autorizzate, dice Inps). Ad agosto, quando il governo l’ha resa (un po’) onerosa per quelle aziende che non sono in difficoltà è partita la campagna per poter licenziare.
La crisi morde, ma l’impressione è che Confindustria sia più interessata a scaricare sulle casse pubbliche la riduzione del costo del lavoro via esuberi. Bonomi lo ha detto chiaramente all’assemblea di Assolombarda lunedì: “Riorganizzare vuol dire ristrutturare: vuol dire mandare qualcuno fuori dall’impresa perché non è più compatibile coi nuovi processi e assumere chi è necessitato”. Cioè lavoratori con meno tutele (senza l’articolo 18 eliminato dal Jobs act) e, per così dire, “necessitati” ad accettare salari più bassi. Per chi esce ci sono i sussidi di disoccupazione. È questa la “ristrutturazione” di cui parla Confindustria ed è lo scontro speculare a quello che Bonomi ha ingaggiato coi sindacati sui rinnovi contrattuali, a cui non vuol concedere aumenti salariali. L’unica certezza è l’epilogo. Bonomi ha ammesso che dopo il 31 dicembre quel che verosimilmente avverrà sarà “un numero molto importante di licenziamenti”.
L’obiettivo finale
L’aumento dell’intensità dello scontro svela anche la seconda partita in campo. È probabile che l’andamento dell’epidemia costringerà il governo a tornare sui suoi passi prorogando in parte il blocco. Ad ogni modo nella prossima manovra il capitolo imprese si annuncia come la parte più corposa. La proroga per un anno del taglio del 30% dei contributi dei lavoratori dipendenti dovuti dalle imprese del Sud vale 5-6 miliardi nel 2021, altrettanto vale la torta degli incentivi alle imprese (cosiddetta “transizione 4.0”), a cui vanno aggiunti a 2-3 miliardi di sgravi sulle assunzioni. Sul fronte ammortizzatori sociali, il governo ha intenzione di prorogare di altre 18 settimane la Cig Covid (estendendo pure il blocco dei licenziamenti per chi la usa) con uno stanziamento di circa 5 miliardi: la cifra più o meno equivale ai risparmi che – salvo sorprese o nuovi lockdown – si registreranno sugli stanziamenti messi in campo finora (13 miliardi in totale).
In audizione sul dl Agosto Giuseppe Pisauro, presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio (una sorta di Autorità dei conti pubblici), aveva avvertito il governo di conservare sul capitolo ammortizzatori sociali gli eventuali risparmi proprio per fronteggiare gli aumenti di spesa in sussidi che saranno necessari dando alle imprese libertà di licenziare.
Così, tanto per gradire!
Si, lo so, è solo il primo grado, ma intanto il cosiddetto genio, incensato dai giornaloni quale simbolo dell'audacia dei conducator finanziari che tanto bene - come no! - han fatto a noi popolino che entravamo - ora chi ci entra con questa predisposizione si può definire senza alcuna paura un coglione - nelle sacre stanze della nostra - la consideravamo così - banca convinti di trovarci davanti degli uomini e non degli ominidi, è stato condannato in primo grado a sei anni per manovre, pare, criminali nella famigerata Monte dei Paschi. Il dottor Profumo, probabilmente Olezzo, per l'accusa è responsabile di una serie di misfatti atti a depredare il povero risparmiatore per la nobile causa di portar graniglie negli già stipatissimi forzieri di LorSignori.
Perché non dirci assieme, sedetevi e idealizzate un buon bicchiere di quello buono, che questo inverecondo Sistema, non più satollo nella normale amministrazione dei beni altrui, di per sé già molto remunerativa, ha da molti anni a questa parte cercato, inventato, materializzato delle enormi stanze sodomitiche per estorcere denari alla gente normale, in virtù di quel cazzo - ops! chiedo venia! - di dogma satanico che pretende l'incremento del bottino ingigantirsi di anno in anno?
Perché non ammettere assieme - prendetevi anche due castagne dai! - che ci hanno intorbidito la mente trasformandoci in poveri babbani girovaghi, infarcendoci di postille, codicilli, nozionismo alla cazzo&campana, con l'unico scopo di estorcerci risorse?
Siamo stati depredati da quelli come Profumo, pare sia colpevole, anzi meglio continuarlo a chiamare Olezzo, siamo stati trasformati in devoti fans lacrimevoli dell'agio perpetuo, dell'incremento percentuale che i Raptors incamiciati elemosinano ogniqualvolta raggiungono i loro traguardi briganteschi.
Sono riusciti ad arzigogolare tanto bene il contesto, e quello finanziario non è l'unico campo, da zombizzarci il senno e la ragione al punto da affidare noi stessi alle loro fraudolenti mani.
Olezzo e company cascheranno sempre in piedi! Noi continueremo ad inorridirci, anche grazie al Cazzaro già impelagato nella sparizione di ben 49milioni, per la mela rubata dal "negro" o dal disoccupato; Lorsignori, ridendo della nostra inerme bassezza culturale, continueranno allegramente a houdinizzarci risorse e beltà normalmente a disposizione della collettività, per ottemperare al sacro dogma che i ricchi devono necessariamente divenire sempre più ricchi!
Due opinioni per un unto
Già l'unto! Anche questa definizione può avere diversi significati: il prescelto, lo svincolante dai propri impegni assunti, il ruffiano.
Ma questo blog lascia al lettore la scelta, la possibilità di farsi un'opinione. Ed ecco allora due articoli di oggi, uno di Repubblica cà - cà e l'altro del Fatto Quotidiano.
A voi la scelta!
Da Repubblica
Dal Fatto Quotidiano
Tra Ue, Mise e interessi: l’uomo del fare (nulla)
L’annuncio arriverà a breve, forse già nel fine settimana. E la strategia è chiara: correre a sindaco di Roma presentandosi come “l’uomo del fare” come l’ha definito pochi giorni fa Il Messaggero, il giornale di Caltagirone che, dopo aver fatto la guerra a Virginia Raggi, ormai tifa apertamente per la sua discesa in campo nella Capitale. Insomma Carlo Calenda si presenterà nella veste dell’imprenditore di successo (“Ha lavorato in Ferrari” si vantano i suoi) e del politico che si è sporcato le mani nelle istituzioni. Un mix tra Adriano Olivetti e Charles de Gaulle de’ noantri. Peccato che la realtà sia ben diversa.
Da quando ha deciso di lasciare la poltrona di dg dell’Interporto Campano per abbracciare la politica “come servizio”, Calenda ha cambiato più partiti che mutande accumulando una serie infinita di poltrone. Coordinatore della lista di Montezemolo “Italia Futura”, candidato (non eletto) con Scelta Civica di Mario Monti, poi renziano ma non iscritto al Pd, quindi anti-renziano iscritto al Pd, infine candidato (eletto) con il Pd al Parlamento Europeo prima di uscire dal Pd per fondare il suo partitino “Azione”. Sicuramente avrà cambiato molte volte idea – “Per 30 anni ho detto cazzate sul liberismo” ha ammesso – ma certo, le poltrone sono state un bello stimolo: sottosegretario allo Sviluppo economico del governo Letta, sottosegretario del governo Renzi che a sua volta lo nomina ambasciatore dell’Italia in Ue e poi ministro con Renzi e Gentiloni. Dopo le elezioni del 2018, in cui il Pd renziano crolla, Calenda sta un anno senza poltrona prima di essere eletto come capolista del Pd alle Europee del 2019. Eppure, probabilmente scordando il suo passato, lui continua ad accusare gli altri di “trasformismo”: “Conte è un trasformista privo di valori. Potrebbe governare con chiunque pur di governare” twittava il 6 ottobre. Chissà cosa avrebbe pensato di se stesso quando saltava da una poltrona all’altra.
Un altro mantra del Calenda “uomo del fare” è quello di dileggiare chiunque non la pensi come lui arrogandosi il diritto di mandare gli altri “a lavorare”. “Vai a lavorare Anna” twittava Calenda contro la viceministra alla Scuola Ascani il 10 giugno scorso, mentre il 20 agosto se la prendeva con il commissario Domenico Arcuri che doveva “andare a lavorare, possibilmente in silenzio”. Peccato che lui a lavorare ci vada ben poco. Secondo la piattaforma Vote Watch Europe che analizza il lavoro del Parlamento europeo, Calenda è il quartultimo europarlamentare italiano per presenze nei voti chiave con l’86%: è 72esimo su 75 e peggio di lui fanno solo Aldo Patriciello, Franco Roberto e Silvio Berlusconi. Considerando tutta l’Assemblea Calenda è messo ancora peggio: è 661esimo su 701 europarlamentari. Non proprio uno stakanovista.
E anche quando lavora, i risultati di Calenda sono tutt’altro che positivi. A Bruxelles diversi colleghi hanno storto la bocca per un ipotetico conflitto d’interessi: Calenda è relatore del Rapporto sulla Politica Industriale dell’Ue ma allo stesso tempo “Azione” è finanziata dai più grandi gruppi industriali italiani: gli Arvedi che controllano uno dei più importanti poli siderurgici ma anche Gianfelice Rocca di Techint, Luca Garavoglia di Campari e Almberto Bombassei di Brembo. Anche quando si è occupato di crisi industriali non è andata benissimo: nei due anni in cui è stato ministro, i tavoli al Mise sono aumentati da 148 a 165 a fine 2017 prima di tornare a 144 nel 2018, quando aveva già lasciato il ministero. Sua è l’eredità della crisi di Embraco (data per risolta) mentre dalla sua scrivania sono passate Mercatone Uno (fallita con 1.600 dipendenti cacciati), Alcoa (in vertenza da 11 anni), Alitalia (sull’orlo del fallimento) e l’Ilva di Taranto: Calenda ha aperto la strada ad Arcelor Mittal che non ha mai rispettato gli impegni.

