venerdì 3 aprile 2020

L'Isola Mento - giorno 21



E' forte il rombo della Locomotiva, il suono arrembante delle vaghe idee di socialismo (cit.) che impastano le ore solitarie, per fortuna, in balia della mente. 
S'accaniscono rimbotti d'ogni specie, le frattaglie emergono dal limbo per venir spazzate dal risveglio di questa opportunità epocale, mentre tutt'attorno è pianto e stridore di denti. 

Forti sono gli spunti con cui l'alba farcisce il piatto della cognizione al punto che, a volte, mi soggiace la passione per tutto quello che credevo svanito, evaporato. 

Sul Corriere ad esempio il Premio Nobel Olga Tokarczuk scrive uno straordinario racconto sul suo isolamento. Alcuni brani:

"O non sarà forse che siamo tornati a un normale ritmo di vita? Che non è il virus l'alterazione della norma, ma proprio l'opposto - che nel mondo febbrile di prima del virus era anormale? 
Il virus del resto che ha ricordato qualcosa che abbiamo negato con passione - che siamo esseri fragili, costruiti della materia più delicata. Che moriamo, che siamo mortali. Che non siamo separati dal mondo con la nostra "umanità" ed eccezionalità, ma il mondo è parte di una grande rete alla quale apparteniamo, collegati agli esseri tramite un invisibile filo di responsabilità e influenza. 

Sappiamo inoltre che il virus ci ricorderà un'altra vecchia verità, quanto davvero non siamo uguali. Alcuni di voi volano con aerei privati a casa su un'isola oppure stanno isolati nel bosco, altri rimangono in città per lavorare in una centrale elettrica o in un acquedotto. Alcuni guadagneranno con l'epidemia, altri perderanno i risparmi di una vita intera. 

Davanti ai nostri occhi si dissolve come nebbia al sole il paradigma delle civiltà che ci ha formato negli ultimi duecento anni: che siamo i signori del Creato, possiamo tutto e tutto appartiene a noi.
Stanno arrivando tempi nuovi." 

 E la scrittrice Annie Ernaux si è così rivolta al nipotino di zia sua, Macron:

«Si guardi, signor Presidente, dagli effetti di questo periodo di confino. È un tempo propizio per desiderare un mondo nuovo. Non il suo, non quello in cui i politici e i finanzieri già riprendono senza pudore l’antifona del “lavorare di più”, fino a 60 ore la settimana. Sappia, signor Presidente, che non ci lasceremo più rubare la nostra vita, non abbiamo che questa e nulla vale quanto la vita»

Per ultimo, incitando tutti ad usare al meglio di questo tempo, riporto il pensiero di Vito Mancuso su Repubblica oggi, una meravigliosa galoppata attorno alla preghiera (la mia Era del Coniglio per intenderci)

I giorni del congiuntivo
di Vito Mancuso

I milioni di persone davanti alla tv per il Papa e per il rosario segnalano un bisogno di pregare che forse si riteneva superato. Ma cosa significa pregare? Nel 1916 Wittgenstein si trovava sul fronte orientale della Prima guerra mondiale mentre si scatenava il più grande attacco nemico, la cosiddetta Offensiva Brusilov. In mezzo a perdite altissime la sua azione ebbe un certo rilievo, visto che il 1° giugno venne promosso caporale e il 4 decorato. Pochi giorni dopo, l’11, colui che diventerà uno dei più grandi logici e filosofi del Novecento, annotava: "Il senso della vita, cioè il senso del mondo, possiamo chiamarlo Dio… Pregare è pensare al senso della vita". Nelle trincee del fronte, tra il sangue e la sporcizia, Wittgenstein pregava pensando al senso della vita.
Ma pregare è veramente pensare al senso della vita? Pregare viene dal verbo latino precari da cui anche l’aggettivo "precario". Ovvero: chi non ha problemi non prega, chi è nella precarietà prega. Le parole non mentono. A sua volta l’etimologia del verbo pensare viene da pesare : chi pensa pesa, soppesa, pondera, dà un peso alla realtà.
Che peso ha la realtà? Prendiamo la natura che in questi giorni ci mostra il suo volto terribile: che peso ha?
Domandarselo significa fare della mente una bilancia che pondera i vari argomenti a favore del senso o del non-senso della natura, del suo essere madre o matrigna. Lo stesso vale per la vita, la morte, l’amore, la bellezza, il diritto, il divino e chissà che altro: che peso hanno tutte queste cose? E che peso dare loro nella nostra esistenza? Porsi queste domande significa pensare, pensare al senso della vita. Ma perché allora Wittgenstein scriveva che "pregare" è pensare al senso della vita?
Il rigore del pensiero esige che si valutino i singoli argomenti in modo obiettivo, senza sbilanciarsi a favore del bene o del male, ma piuttosto collocandosi "al di là del bene e del male".
Noi però non siamo solo freddo pensiero: siamo anche passione, desiderio, volontà. E quando in noi si afferma questa dimensione calda, il pensiero non è più puro ma diviene di parte, parteggia, si fa partigiano. Chi prega è un partigiano della realtà: del suo senso e della sua carica positiva. Se la mente di chi pensa è una bilancia che pesa in perfetto equilibrio, la mente di chi pensando prega è una bilancia sbilanciata a favore del bene rispetto al male, della vita rispetto alla morte, del senso rispetto all’assurdo.
Per questo la preghiera è al congiuntivo. Se fosse puro pensiero, e ssa sarebbe all’indicativo, come Emanuele Severino ritrascriveva il Padre nostro : "Padre nostro che sei nei cieli, è santificato il tuo nome, viene il tuo regno, è fatta la tua volontà". Ma la preghiera di Gesù è al congiuntivo, un modo verbale che non si limita a indicare ma vuole congiungere, unire ciò che unito non è. Che cosa non lo è? La volontà di Dio e lo stato del mondo. Il mondo nella sua libertà spesso non rispecchia la volontà di Dio e per questo Gesù insegnò a pregare al congiuntivo: "Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà". L’indicativo è neutrale, il congiuntivo è partigiano.
Io penso che oggi, quando siamo così separati che non possiamo più neppure darci la mano, tutti abbiamo un grande bisogno di sentirci congiunti, di sperimentare la forza congiuntiva del pensiero che prega, cioè parteggia a favore del bene. Questi sono i giorni del congiuntivo.
La preghiera può essere rivolta a un Dio o a una Dea, a un santo o a un saggio, a una montagna o al mistero muto dietro le stelle. Può essere fatta di parole o di silenzi. Può essere religiosa o laica. In tutte le sue forme essa si manifesta come forza congiuntiva. E noi abbiamo un bisogno immenso di essere congiunti per far pendere il piatto del nostro amato Paese a favore della salute, dell’armonia, dell’unità. Perché la vera differenza, diceva Norberto Bobbio e ripeteva il cardinal Martini, non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa. Pregare significa pensare al senso della vita, perché venga, perché sia fatto, in qualunque modo ne siamo capaci. Come un secolo fa aveva intuito Wittgenstein.

In alto i cuori, le menti in ricordo dei tanti che ci hanno lasciato e per rinnovare tempi e modalità di vita quaggiù! 

Besos en la nuca! 

(21. continua... Tourmalet permettendo...)

Pensierino


Il fatto che si continuino a costruire ad minchiam i famigerati F-35 e non si riesca a dotare ogni cittadino di idonee mascherine contro un nemico invisibile, mi fa sorgere il sospetto di aver delegato troppo, probabilmente tutto, ad idioti pusillanimi i quali, avendoci infettati, tanto per restare in tema, con la loro dabbenaggine, stordendoci, mascherarono e mascherano in rampante, gloriosa, moderna, sfavillante, appagante, ciò che in verità è solo pura e immarcescibile cachistocrazia.

giovedì 2 aprile 2020

L'Isola Mento - giorno 20


I fattori irritanti, i modi di dire di prima si sono capovolti durante questo tempo pandemico: prendete l'aggettivo "positivo": chi d'ora in poi riuscirà ancora a francobollarlo accanto a qualcosa di bello, gioioso, efficiente, proficuo? Da quando ci stanno irrorando con le maledette positività è cambiato il subliminale in tal senso. 
Ieri andando a far la spesa al supermercato, quello che un tempo ritenevo una scocciatura infausta, la coda, l'ho apprezzata oltremodo, visto che mi permetteva di stare all'aria aperta, al sole, in pace con me stesso. Mi è venuta pure voglia di scambiare il mio numero con qualcuno venuto dopo di me, ma ho desistito per non dar nell'occhio. 

Si delinea sempre più nella martoriata Lombardia, un quasi impalpabile procedere, sottobosco, per fini elettorali. Un subdolo tentativo di portare acqua al proprio mulino, approfittando della tragedia epidemica. 
Gallera alle 18 oltre a snocciolare i tremendi dati, enfatizza lo sforzo, che c'è stato ci mancherebbe, della regione, insinuando però anche velate polemiche col governo centrale. Certe volte si ha proprio la sensazione di assistere ad un comizio. 
Un altro mistero è legato alle mascherine: il commissario Arcuri ha dichiarato di averne inviato ingenti quantitativi in Lombardia, con tanto di certificazione di spedizione. Fontana e la sua faccia mascherata continua invece a evidenziarne la mancanza. Non sarà che giacciono da qualche parte per fini adombranti l'incredibile sforzo che stanno compiendo ministri e Protezione Civile? 

Ieri è anche arrivata una lettera firmata da molti sindaci lombardi, tra cui per Milano Sala, Gori per Bergamo, Del Bono per Brescia, Galimberti per Cremona, per Lecco Brivio, per Mantova Palazzi, per Varese Galimberti. Mancano le firme di altri cinque sindaci, quelli di Como, Sondrio, Pavia e Lodi, tutti di centrodestra. 
Nella lettera vi sono alcune domande rivolte alla Regione: 
Quando saranno disponibili le mascherine il cui arrivo è stato promesso da tempo? 
Casa sta facendo la regione per proteggere il personale sanitario e gli ospiti delle Rsa? 
Si stanno facendo i tamponi per i purisintomatici e i monosintomaciti come ha annunciato il governatore? 
Perché la Regione non segue le direttive del ministero e dell'Istituto superiore di sanità che prescrivono di sottoporre a tampone i sintomatici e, qualora questi siano positivi, i loro familiari e i contatti recenti? 
Perché la Regione non ha accora autorizzato l'avvio della sperimentazione dei test sierologici che altre regioni come il Veneto e l'Emilia-Romagna hanno attivato? 

Infine un'intervista al virologo Giorgio Palù sul Corriere della Sera alla domanda "Perché la Lombardia ha un tasso di mortalità che ha raggiunto il 14% mentre il Veneto è fisso sul 3,3%?" ha risposto tra l'altro con questa raggelante verità:"Il Veneto ha ancora una cultura e una tradizione della Sanità pubblica, con presidi diffusi sul territorio. La Lombardia, molto meno."
Chiede l'intervistatore: "Sono stati fatti degli errori?"
Risposta: "Non sta a me dirlo. Ma in Lombardia hanno ricoverato quasi tutti, il 60% dei casi confermati, esaurendo presto i posti letto. Da noi, i medici di base e i servizi d'igiene della Asl hanno fatto filtro: solo il 20%. Tenendo a casa i positivi asintomatici si è evitato l'affollamento degli ospedali e la maggiore diffusione del contagio." 
Ed infine spiega pure la differenza: "Un nuovo virus, nei confronti del quale la popolazione è vergine, va affrontato in primo luogo con le misure preventive, con l'isolamento, bloccando il contagio. Non con l'automatismo Pronto soccorso-ricovero. Una forma mentis. In Lombardia esiste da molti anni una sana competizione pubblico-privato. Dove si evince la maggiore differenza di ognuno? Dalle persone accolte in Pronto Soccorso. Ricoverando, si è voluto dimostrare efficienza in ambito clinico. Ma così non si è fatto nessun argine al virus."

Per quanto riguarda l'indegno blocco del sito Inps per le numerose richieste di assistenza dei possessori di partita Iva: nessuno ha mica controllato che nei pressi non ci fosse Casaleggio? 

(20. continua ... Tourmalet permettendo...)  
   

In effetti...


Travaglio e la Fontana elettorale


Miracolo a Milano
di Marco Travaglio | 2 APRILE 2020
A scanso di equivoci e a prova di cretini (che il coronavirus sta preoccupantemente moltiplicando), noi siamo strafelici per il nuovo ospedale inaugurato alla Fiera di Milano. Come saranno strafelici i malati di coronavirus che fra cinque giorni, quando la struttura aprirà, vi troveranno finalmente un posto letto di terapia intensiva, fra le migliaia di lombardi che attendono invano da giorni o da settimane un ricovero o anche solo un tampone, sempreché siano nel frattempo sopravvissuti. Il numero dei fortunati vincitori è ancora incerto, ma non appare comunque esaltante: il prode assessore Gallera garantisce “tra i 12 e i 24 posti”. Cifra piuttosto misera da qualunque parte la si guardi. Misera in termini assoluti: i posti di terapia intensiva della sola Lombardia sono passati in un mese di emergenza da 700 a 1600: dunque l’ospedalino in Fiera aggiunge appena uno 0,7-1,4%. Misera in rapporto all’enfasi da Minculpop dei media forzaleghisti, roba da battaglia del grano, da bonifica delle paludi pontine e da conquista di Addis Abeba. Libero: “La resa del Conte. Il Nord combatte il virus per conto proprio. Lombardia e Veneto in rivolta. Fontana si fa l’ospedale da solo”. Il Giornale: “Miracolo a Milano: finito il superospedale”, “Abbiamo creato un modello per tutto il Paese” (editoriale di una firma super partes: Bertolaso), “L’ospedale simbolo della riscossa dove chi si ammala ritroverà il respinto”, “Un hub post-emergenza”. La Verità: “Milano e Bertolaso fanno il miracolo: ‘La più grande rianimazione d’Italia’”.
Misera, soprattutto, rispetto al budget (50 milioni e rotti) e agli annunci. Il 12 marzo il geniale “governatore” Attilio Fontana parlava di “un ospedale da campo modello Wuhan da 600 posti letto di terapia intensiva in una settimana”. Il 13 era già sceso a “500 letti”, ma accusava la Protezione civile di “non voler fornire quanto promesso” e s’impegnava a “fare da soli con fornitori internazionali”. Il 16 ingaggiava per la bisogna Guido Bertolaso che – assicurava il garrulo Gallera – “ha una fama internazionale e un nome che ha un peso sulla scena mondiale e può avere accesso a rapporti con aziende e governi”. Intanto Fontana, quello che faceva da solo, tornava a piatire dalla Protezione civile. Il 17 B., dal confino in Costa Azzurra, donava 10 milioni e San Guido, ringraziandolo per il “gesto d’amore”, diceva che la somma bastava per il “reparto da 400 posti di terapia intensiva in Fiera”. I posti scendevano e i fondi crescevano (10 milioni da Caprotti, 10 da Moncler, 10 da Del Vecchio, 2,5 da Giornale e Libero, 1,5 dell’Enel e molte donazioni private anonime) e i respiratori arrivavano.
Ma non grazie a Bertolaso, bensì alla famigerata Protezione civile (“ce ne mandano 200”, trillò il loquace Gallera) e all’orrido commissario Arcuri (“ci ha assicurato materiali”, ammise l’acuto Fontana). Il 29 marzo Salvini twittò giulivo: “Promessa mantenuta, miracolo realizzato: 53 posti letto che possono arrivare a 241”, come se 600 o 500 fosse uguale a 241 o a 53. Ma era ancora ottimista, perché anche i 53 restano un sogno: il dg del Policlinico, Ezio Belleri, ricevendo in dono cotanto prodigio, precisa che i 53 si vedranno forse “alla fine della prima fase dei lavori”, mentre al momento siamo fra i 12 e i 24. Che il sagace Fontana, facendo buon peso, porta a “28 posti”. Non proprio la “terapia intensiva più grande d’Italia” strombazzata all’inaugurazione dell’altroieri dal governatore mascherato. A proposito: che diavolo hanno inaugurato l’altroieri, visto che il grosso del presunto ospedale è ancora un cantiere e i letti “pronti subito” (cioè fra cinque giorni) sono tra un ventesimo e un decimo della metà di quelli annunciati? Nello stesso lasso di tempo (14 giorni) le donazioni private di Fedez, Ferragni &C. han consentito di ampliare di 13 posti la rianimazione del San Raffaele senza tanto clamore. Ancor meglio ha fatto il Sant’Orsola di Bologna, che in soli 6 giorni ha creato un nuovo padiglione di terapia intensiva da 30 posti senza rompere i maroni a nessuno né consultarsi con Fontana&Bertolaso. A Bergamo, in meno di due settimane, gli alpini con l’aiuto di russi, cinesi e cubani han tirato su un ospedale da campo da 140 posti, fra terapia intensiva e subintensiva, che è il decuplo del miracolo a Milano (quindi, col metro di Fontana&C., dev’essere il più grande della galassia). E l’han fatto in silenzio, senza grancasse, trichetracche e cotillon. E senza cerimonia di inaugurazione, cioè senza quell’immondo e contagioso assembramento di assessori, politici, giornalisti, cineoperatori, fotografi, saprofiti, umarell e professionisti del buffet accalcati l’uno sull’altro visto alla Fiera di Milano: roba che, se fosse avvenuta per strada, li avrebbero arrestati tutti in blocco per epidemia colposa o forse dolosa. Subito dopo, Attilio The Fox s’è scagliato contro la ministra Lamorgese, pericolosamente competente e rea di aver precisato che i bambini hanno diritto al passeggio almeno quanto i cani.
Quindi noi restiamo strafelici se a Milano c’è un nuovo ospedale, sia pure da 12/24 posti che si riempiranno in tre secondi. Ma, con 50 milioni di donazioni, si poteva fare qualcosina in più (o è normale che ogni posto letto costi 4 o 2 milioni?). Avremmo preferito se chi ha inaugurato il Berto-Hospital non ne avesse chiusi a decine nell’èra Formigoni e ne avesse aperto qualcuno coi miliardi regalati alle cliniche private. E ora preferiremmo che la giunta lombarda si assumesse le proprie responsabilità, anziché tentare goffamente di nascondere dietro le parate e le trombette il record mondiale di morti della Lombardia e la Caporetto della sua “sanità modello”. Gli ospedali, anche di un solo posto letto, sono utilissimi. Purché i mercanti in Fiera non li trasformino in baracconate elettorali.

mercoledì 1 aprile 2020

L'Isola Mento - giorno 19



Eppur qualcosa si muove! L'astinenza dall'ostentare, lo stazionar in luoghi solitari, sta provocando impercettibili movimenti tellurici, speriamo sfocianti in un globale cambiamento sociale. 

Prendiamo questo commento: 

Malebolge
Aldo Nove

Fraudolenza

L’unico cerchio della Divina Commedia ad avere un nome è l’ottavo. Quello, appunto, delle 'Malebolge'. Ha qualcosa di mediocre. Non suscita in Dante alcun moto di compassione per chi ha umanamente sbagliato (come nell’episodio di Paolo e Francesca, nel cerchio II) né genera il disgusto assoluto per chi, nel cerchio successivo, la Ghiaccia di Cocito (cerchio IX) s’approssima alla nefandezza assoluta del loro principe, Lucifero. Vi ci sono costretti ruffiani, lusingatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordie, falsari. 
Ossia chi vive tradendo chi non se l’aspetta. Parrà dunque evidente che, a XXI secolo avanzato, tale cerchio, rispetto ai tempi di Dante, è in crisi di sovraffollamento e che, già crepato a metà strada per il terremoto causato dalla morte di Cristo, sarebbe tutto un susseguirsi di pietre, di spuntoni addossati uno dopo l’altro. Cosa che è forse puntualmente accaduta. Nelle modernissime tribù di subumani benestanti
e di umani sfruttati da secoli, il Verbo marcio del profitto impone la fraudolenza. La pubblicità è fraudolenza. Un agguerrito e sempre più accentratore libero mercato è fraudolenza. La competitività come valore principale è fraudolenza.
L’allucinazione di Stato è fraudolenza.

Ebbene è pubblicato oggi non su il Manifesto ma su Avvenire! 
Il Verbo umano del profitto impone la fraudolenza. 
La competitività come valore principale è fraudolenza. 

Bene, benissimo! Muoviamoci, inneschiamo la scintilla, solleviamo i cuori, apriamo le menti, prepariamoci ad aggredire la "anormalità" vendutaci da lustri come "normalità" 

Corsi e ricorsi di questa storia che si ripropone nelle azioni e reazioni: 


Per il resto occorre resistere, sperare in un nuovo futuro e essere vicini a chi ha sempre vissuto per l'apparire. Quei tempi, per fortuna, sono finiti. 

(19. Continua ... Tourmalet permettendo...)

Trravaglio!!!





Stasera sul Nove appuntamento alle 21:15 "Accordi  Disaccordi" con Travaglio, Scanzi, Sommi. Ospite il Presidente del Consiglio e nella seconda parte Carlo Verdone. 
Non mancate!!!

Clownterapia
di Marco Travaglio | 1 APRILE 2020
Uno dei motivi del boom degli ascolti tv, oltre agli arresti domiciliari forzati per milioni di italiani, è il balsamico diradarsi degli ospiti politici. In particolare, di quelli che non hanno niente da dire, cioè quasi tutti. Non che per ciò stesso ne guadagni l’autorevolezza dei programmi, anzi: quando uno vede Toni Capuozzo travestito da Savonarola con le Samsonite sotto gli occhi che ci ricorda che dobbiamo morire o la suffragetta dei due Matteo agghindata da prima della Scala fuori stagione in décolleté e visone sulla spalla, vien da rimpiangere pure Scalfarotto e la Santanchè. Però il nostro pensiero corre affettuoso e solidale ai plotoni di politici morti di fama, non tanto perché costretti alla quarantena (lì la solidarietà va ai familiari che li hanno tra le palle h 24), quanto perché forzati all’astinenza da telecamera. Come passeranno le giornate? Come sopperiranno alla carenza di primi piani? Quali droghe, vista l’oggettiva difficoltà degli approvvigionamenti, li aiuteranno a resistere? Costringeranno figli, nipoti, coniugi e genitori a improvvisare talk show domestici per dire la loro su virologia, Ue, Mes, Draghi e governo prima e dopo i pasti? Comizieranno dai balconi molestando i vicini in cerca di silenzio e aria buona? Sappiano che siamo con loro, purché a debita distanza: non di 1 metro, di 1 chilometro.
Lo strazio, se possibile, aumenta quando pensiamo a due sedicenti leader che potrebbero stare a Palazzo Chigi o nelle vicinanze ma, per opposte circostanze avverse, sono confinati al ruolo di peli superflui: Salvini, che il famoso 8 agosto ’19 si autoconfinò all’opposizione; e l’Innominabile, che dal 4 dicembre ’16 non fa che suicidarsi e nessuno capisce come faccia, visto che l’omicidio di un morto è già complicato, ma il suicidio di un morto, per giunta reiterato, è tecnicamente impossibile. Avendo molto tempo libero, i due Matteo passano le giornate a elemosinare interviste. Il primo, più fortunato, può offrire un book completo di gag da vecchio guitto, tipo l’intervista con rosario incorporato, trovando almeno una D’Urso che ci casca. L’altro, più sfortunato e monotono, propone sempre lo stesso sketch: “Che ne dite se vengo e sputtano il governo? Vi faccio il numero del ‘riapro subito’? Viene ganzo, l’ho provato e riprovato allo specchio del bagno! Interessa l’articolo?”. E finisce come il Verdone di Un sacco bello che chiama freneticamente i quattro-cinque nomi che ha in agenda, compresi l’elettrauto, la sarta, i centralini delle Ffss e dello stadio (registrato sia con la O di “Olimpico Stadio” sia con la S di “Stadio Olimpico”): regolarmente sfanculato.
Ieri il Cazzaro Verde ha trovato ospitalità sul Giornale e, intervistato nientemeno che da Sallusti, ha lanciato il suo farmaco anti-Covid: “pace fiscale e pace edilizia”, cioè condono tombale, “reset totale”. E poi, a fine crisi, un bel governo con lui, i malcapitati “Draghi, Tremonti, Sapelli” e altre “persone intelligenti” scelte da lui, noto talent scout. Per ora, trovandosi in tasca “200 miliardi” e non sapendo che farsene, vorrebbe tanto offrirli al governo Conte, perché “il mio riferimento oggi è Conte, voglio lavorare con lui”. Ma purtroppo “non mi sembra interessato al nostro contributo”. Chissà mai perché.
L’Innominabile, frattanto, appare più in affanno. Domenica, per miracolo, aveva trovato udienza su Avvenire. Poi ci è cascato il Corriere con la solita Meli, ma lì giocava in casa. Ieri s’è dovuto accontentare del rag. Cerasa sul Foglio. Che, com’è noto, non butta via niente, nemmeno la gag di terza o quarta mano del “Riaprire l’Italia prima di Pasqua”. Meno frusta la seconda trovata che eguaglia per cialtroneria la Costituente di Sala: una “commissione d’inchiesta per capire cosa è andato storto tra gennaio e febbraio. Cosa non ha funzionato, chi ha fallito”. Già, perché lui a gennaio, cioè un mese prima del Paziente 1 di Codogno, aveva già capito tutto sul coronavirus (anche se, schivo com’è, se lo teneva per sé): e con lui i famosi “esperti” che “ci dicevano che il virus sarebbe arrivato presto da noi”. Tipo l’amico Burioni, che il 2 e l’11 febbraio dichiarava: “In Italia il rischio è zero. Il virus non circola”, “Dobbiamo avere paura del coronavirus così come abbiamo paura dei fulmini”. Quindi vuole una commissione d’inchiesta per impiccare Burioni (dopo quella sulle banche che incenerì la Boschi). Il tutto perché, assicura, “le polemiche vanno messe in quarantena”. Ma c’è pure una battuta inedita, da scompisciarsi: “L’Europa sta facendo tutto il possibile per aiutarci” (ad affondare). Già sentita invece quella di “rimettere in sesto e in sicurezza tutte le scuole d’Italia”: ma non l’aveva già detto e soprattutto fatto lui nei famosi “cento giorni” del suo prodigioso governo? L’ideona del giorno però è un’altra: “Chiedo a Gualtieri un miliardo per rifare le strade”, che oggi come oggi è proprio quel che ci vuole, e comunque ci pensa lui con la betoniera di babbo e mamma. Casomai Gualtieri avesse il braccino corto, il cantoniere di Rignano può sempre farsi dare il miliardo da Urbano Cairo o da Salvini, che sono di manica più larga: infatti sparano botte di 2-300 miliardi al giorno (devono aver messo su una stamperia clandestina come Totò e Peppino). Alla fine il Rignanese oppone al coronavirus l’arma segreta: clownterapia. Una freddura via l’altra, a raffica. “Non cerco visibilità” (se no non parlerebbe a un giornale clandestino). “Non mi interessano i sondaggi” (adesso che è sotto a +Europa). “Non mi interessa il consenso” (bella forza: non ce l’ha). “Le mie idee sono open source, aperte a tutti, fate finta che non siano di Renzi” (come se fosse facile trovare un altro che spara simili cazzate). “Sia chiaro che un competente non vale come un incompetente” (quindi, per fortuna, lui è spacciato).