giovedì 26 dicembre 2019

Appunti


“Voi ed io siamo siamo uno dei modi attraverso cui l’Universo conosce se stesso.”

È con questa frase di un astrofisico, di cui ho scordato il nome, che nel post Natale m’intriga comunicarvi delle sensazioni, piacevoli o spiacevoli a secondo dell’angolatura. 
Tempo di festa equivale a visione di film, qualunque sia la credenza o l’astinenza dal farlo che corrobora l’io personale.
Dai film, dalle riprese particolari eseguite come se vedessimo con gli occhi del protagonista, m’aggrada trasporre alla vita il concetto. Quello che vedo, che compio, che assimilo può essere il film del quale sono regista ed interprete. Se m’annoiassi nel vedere, vorrebbe significare quanto la sceneggiatura sia blanda. Viceversa ottime scene visionate da me spettatore significherebbero un’ottima trama. 
Collimo questa sensazione al motivo dell’esistenza di cui sopra: sono un modo per far conoscere l’Universo a se stesso, perché egli vive, si espande, respira, si contempla, quasi fosse divinità. Non ci fosse nessuno non si manifesterebbe nessuna potenza, beltà, stupore, meraviglia.
Ma ci siamo, composti dello stesso materiale sparso da oltre tredici miliardi di anni nell’enormità cosmologica. Siamo polvere condensata e respirante, capaci d’inoltrarci nel mistero, nelle forze di gravità, nella velocità della luce, nel suono del silenzio, persino comprendere il meccanismo dell’Essere. Ciò che muove il movimento di ogni oggetto sopra di noi è il motivo che supporta il tutto. Per rispetto alla bellezza, il film di ognuno non deve portare allo sbadiglio; chi riesce a girare scene interessanti ossequia il sistema vita. 
Mi devo pertanto dar da fare, rendendo grazie alla Vita, festeggiata al meglio dall’angolazione cristiana, la Vita che s’incarna. Sotto certi aspetti un valido motivo per onorare l’Ingranaggio che nessuno saprà mai se essere o no la stessa matrice, il motivo incredibile per cui siamo e un giorno svaniremo nel tutto.  

lunedì 23 dicembre 2019

Rancore natalizio




Mi diverte oltremodo, non facendomi assolutamente innervosire, girare nei siti dei rancorosi, i diversamente cattolici. 
Ecco ad esempio questo sito evidenziare la profanazione delle chiese allorché vengono trasformate in mense per i poveri. 
Vi dono qualche passo, spassoso, dell'articolo:

E con la sardina in chiesa abbiamo chiuso il cerchio. L’immagine di Mattia Santori che stringe la mano al cardinale arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi in una chiesa bolognese per un pranzo coi poveri sant’Egidio style, è l’emblema di come si possa ridurre la Chiesa quando si sdraia a pancia a terra con le ideologie mondane. Verrebbe da dire «che tristezza» e non pensarci più. Invece c'è da ribellarsi perché quanto accaduto nella chiesa dei Servi sabato si ripeterà altrove dato che sia le sardine sia Zuppi-Sant’Egidio sono due formidabili esportatori di format.

Con l’Arcivescovo infatti – per l’evento promosso dalle Cucine popolari – c’erano anche personaggi noti come il comico Alessandro Bergonzoni che ormai segue Zuppi ovunque, manco fosse Polibio con Scipione l’Emiliano e lo scrittore Stefano Benni. E poi l’assessore comunale Matteo Lepore. Vipperie varie, ovviamente intente a partecipare all’evento benefico in favor dei poveri e dell’obiettivo di Repubblica e di Rai Regione Emilia Romagna. Mondanità, ma politicamente corretta dietro il comodo paravento dei poveretti.  

La profanazione, compiuta su mandato preciso dell’arcivescovo, certifica che non c’è niente di più insopportabile dei radical chic che dicono di fare le cose per il popolo. Sabato a quel pranzo non c’erano i bolognesi, la gente semplice che percorre affannata i portici dell’Archiginnasio, ma attori con una parte da recitare: il santo arcivescovo con la sua claque di intellettuali, il salvatore del mondo con la sardina di cartone, le vipperie belle che si muovono in chiesa con la stessa sguaiata arroganza con cui alla sera devono scappare in un capannone per il party di Natale dell'associazione caccia & pesca. “Ma l'abbiamo fatto per il popolo”. Balle. Non si sono mossi per il popolo, ma per la loro narcisistica pretesa di sentirsi dalla parte giusta, pronti col ditino puntato a insegnare agli altri come si fa a stare al mondo: i poveri da sbandierare, la chiesa a uso e consumo, il servizio ai tavoli, il fotoracconto di Rep. Oh yeah...
Con questa pagliacciata spocchiosa, compiuta in un luogo consacrato a Dio per la quale non ci sarà mai riparazione, sua eminenza, ovviamente, dall’alto della sua bontà sancita da docufilm agiografico, considererà le critiche come questa e quelle che si sono sollevate sul web ieri mattina, robetta di cui non tener conto perché frutto di élite dalla dura cervice che non ha capito la rivoluzione della teneressa.
Invece sono il segnale che è grazie a pastori come questi che si allontana il popolo, il quale per queste pagliacciate nella casa di Dio, con annesso spot politico per il movimento amico di turno, soffre e si indigna. Se soffre – e soffre, basterebbe ascoltarlo per accorgersene – vuol dire che una frattura c’è stata e questa frattura qualcuno deve averla prodotta quando ha deciso di portare la chiesa nell’agone politico. Dandole anche già un indirizzo ben preciso. Rosso come la porpora.
Vedete come sono sempre attivi nel rosicchiarsi la coscienza? 
La fobia della profanazione, tipica di chi trasforma la fede in un crogiolo di norme, regole, arzigogolature tendenti ad estromettere molti per far finta di salvarne pochi, i soliti noti dediti al baciapilismo sconsiderato, fuffa per carità ed affini. 
Rosicano, tramano, non sapendo di essere già nel sepolcro imbiancato. 

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Asinite



sabato 21 dicembre 2019

Auguri di alta professionalità



A proposito


A NATALE
Da Monicelli a Mauss, storia di un regalo diventato “sacrificio”
CACCIA ALL’IDEA - IN ORIGINE ERANO OFFERTE DESTINATE AI DEFUNTI ORA È UN MASSACRO DI ASPETTATIVE DELUSE, GELOSIE E INVIDIE

di Daniela Ranieri

Dovrebbe farci riflettere che i doni fatti a parenti, amici e bambini nel periodo di Natale, quando la natura muore e rinasce, erano originariamente offerte destinate ai defunti. E che sotto i personaggi mascherati, come Babbo Natale, si nascondono i morti che tornano tra i vivi per celebrare la vita tenuta al buio sottoterra, dove germinano le sementi. Del resto l’albero di Natale era già nel ceppo che ardeva tutta la notte e nelle decorazioni vegetali sugli edifici durante i Saturnalia romani, feste delle larvae, i morti per causa violenta.

Non sappiamo più niente di questo legame, quando ci infiliamo per giornate intere nei centri commerciali, dove avviene il vero rituale dello scambio natalizio (ci danno in oggetto in cambio di denaro); e il rito della notte di Natale è un massacro di aspettative deluse, gelosie, invidie, competizione (sempre attuale Parenti serpenti di Monicelli), altro che scambio di ramoscelli dal bosco dedicato a Strenia, la Dea della salute (da cui “strenna”).

L’unico sacrificio che si celebra in questi giorni è quello del buon senso. Per Giorgio Manganelli il Natale è “crapula demente”, che porta con sé “una tetraggine che ha dell’astronomico”.

Totalmente avulso dall’ordine cosmico, lo scambio di regali è una celebrazione del vero e unico re del mondo (il denaro) capace di silenziare temporaneamente il caos.

La versione odierna del Natale non inventa nulla: ricombina in modo sincretico una celebrazione antica. Se nei secoli l’elemento sacro è stato la divinità della natura, il ritmo delle stagioni, il culto del Sol Invictus o la nascita di Gesù, oggi è il consumo di merce come sostituto dei sentimenti.

Lo scambio di doni assume dimensioni agonistiche. Come nel potlach dei tobriandesi studiato dagli antropologi, è tutta una competizione di classe, o almeno di status, tutta una distruzione di risorse. Su cosa regaliamo, poi, sono stati scritti saggi illuminanti (uno per tutti: Il regalo di Natale. Storia di un’invenzione, di Martyne Perrot). Theodor Adorno scrisse a proposito: “La decadenza del dono si specchia nella penosa invenzione degli articoli da regalo, che presuppongono già che non si sappia che cosa regalare, perché, in realtà, non si ha nessuna voglia di farlo”. La regola con cui procediamo di solito secondo Adorno è questa: “Uno regala quello che gli piacerebbe per sé, ma di qualità leggermente inferiore”. È chiaro che al cospetto del dono siamo in guerra. Walter Benjamin ci offre un vademecum in un saggio del 1928, Cosa regalare a uno snob, che inizia così: “Fare un regalo a uno snob significa impegnarsi a una partita a poker. L’anima dello snobismo è infatti il bluff”. Il benestante arriva a mani vuote, o al più regala un oggetto simbolico. Il povero, fateci caso, si presenta a Natale in casa di altri con cornucopie di regalie, spesso lussuose in modo kitsch (“Credo che la volgarità - canzoni, cartoline, certi regali - sia essenziale alla sopravvivenza del Natale”, sempre Manganelli). Il povero sa che non è il pensiero che conta.

Secondo Benjamin c’è un modo per rispondere a questa disparità. Posto che sottrarsi a ogni occasione del genere è sempre la scelta più sana, “donare è un’arte pacifica. Ma nei confronti dello snob va tratta in maniera marziale”. Benjamin non si accontenta della versione agonistica del regalo, quella teorizzata da Marcell Mauss nel saggio sul dono: essendo un filosofo di prim’ordine, massimalizza il genio del povero: “Gli snob vanno provocati. Quanto più grande è il disprezzo con il quale usano ispezionare i regali natalizi tanto più superfluo dovrà essere il dono prescelto”. (Massimo della raffinatezza e della crudeltà: regalare allo snob Cosa regalare a uno snob).

In realtà, ancora oggi non ci scambiamo doni: offriamo dei regali alla morte. Il Natale è un alibi che ci diamo per credere ancora in qualcosa: in Un Natale di Maigret, Simenon costruisce il racconto attorno a una bambina che riceve una grande e costosa bambola da un ladro vestito da Babbo Natale, ed è un momento di puro incanto, di grazia umana e divina.

Scrisse Lévi-Strauss in Babbo Natale giustiziato: “Al fondo di noi veglia il desiderio che sia possibile una generosità senza limiti. I regali natalizi rimangono un sacrificio autentico alla dolcezza di vivere, la quale consiste innanzitutto nel non morire”.