lunedì 24 dicembre 2018

Cinquantesimo



Esattamente cinquant’anni fa alle 17 ora italiana, Bill Anders a bordo dell’Apollo 8 scattò questa foto, Earthrise, con una Hasselblad 500 EL caricata con una pellicola Ektachrome Kodak da 70 mm, diaframma f/11, tempo 1/250. 
Alla faccia dei novelli testimoni di geova, i terrapiattisti, e delle loro fandonie epocali figlie dell’attuale era, quella dell’Allocco in cui si riesce a bere di tutto, ma proprio tutto!

sabato 22 dicembre 2018

Differenze



Dal Don Gnocchi, dove ci sono persone che pagherebbero oro per uscire con le proprie gambe, si vedono le carceri dove c’è gente che potrebbe liberamente passeggiare all’aria aperta e che ha invece scelto di rinchiudersi dentro quelle mura. Così va la vita.

Selvaggia antimatteo


venerdì 21/12/2018
Pur di arrivare a Putin va bene persino Al Bano

di Selvaggia Lucarelli

Immaginate di essere un regista e di dover creare un raccordo tra alcune scene che si svolgono nello stesso periodo storico. Da una parte c’è Giuseppe Conte. Ci sono giornate cupe, faticose a Bruxelles. Negoziati, notti insonni, trattative a oltranza e infine l’accordo con l’Ue. Dalla stessa parte ci sono anche il presidente Mattarella che accoglie la salma di Megalizzi, Mattarella al funerale di Megalizzi, Di Maio che fissa le scadenze del reddito di cittadinanza. Dalla parte opposta, in una bolla trasparente, c’è Matteo Salvini.

Con Al Bano. Col capo ultrà. Con la crespella al formaggio. Con la divisa da Poncharello. Capite bene che perfino un regista distopico come Lanthimos preferirebbe dedicarsi al prossimo cinepanettone piuttosto che tentare di incollare due realtà così discordanti. Intendiamoci. Non che Salvini ci abbia abituati a una comunicazione politica che vada molto oltre un meme di Luca Morisi, ma le polaroid di quest’ultimo periodo cominciano ad essere più grottesche che parodistiche. Il grande comunicatore perde colpi. Mentre Conte evita la procedura di infrazione, lui commette un’infrazione dopo l’altra e per la prima volta riconosce perfino – timidamente – di aver quasi sbagliato. E addirittura i suoi social, da sempre considerati termometro del suo successo, registrano un netto calo. Si parla del 51% in meno di interazioni sul suo Fb dal mese di giugno a oggi.

In pratica, se un suo selfie con una caciotta di pecora sei mesi fa scatenava 10 mila follower, oggi un suo selfie con la felpa Bari e un luccio al cartoccio ne attira meno di 5 mila. Sarà per questo che ci ha tenuto parecchio, nei giorni delle trattative con Bruxelles, ad acquisire autorevolezza, a posizionarsi anche lui nel segmento rapporti con l’estero, ad incontrare al Viminale anche lui un pezzo grosso a livello internazionale: Al Bano. Le foto del cantante pugliese seduto sul divano chester col panama bianco e la pashmina blu accanto a lui sono esattamente quello che serviva all’Europa per fidarsi di quel 2,4 di deficit. È chiaro, soprattutto, che Salvini conta sull’amico di Putin Al Bano per rafforzare l’asse con la Russia dopo le sanzioni ed essere invitato pure lui, finalmente, alle gare di rutti con la vodka a casa di Vladimir. Non è improbabile che le sue performance canore da Costanzo di un mese fa fossero le prove generali per il suo debutto nel mondo della musica al posto di Romina, nella prossima tournée in Russia con il re di Cellino. Un tentativo diplomatico, tra l’altro, che ha portato fortuna: ieri Putin ha minacciato una guerra atomica contro l’Occidente. Ma in fondo, tra le operazioni-credibilità, l’incontro con Al Bano negli ultimi tempi è stata pure la più felice. Sicuramente più felice del tweet in cui il ministro si congratulava con i carabinieri per gli arresti di stranieri grazie a un blitz. Peccato che il blitz fosse ancora in corso. E poi la foto con l’ultras pregiudicato che alle prima critiche ha commentato con la sua consueta spavalderia (“Sono un indagato tra indagati”), per poi, dopo tre giorni, accennare delle mezze scuse: “Se avessi saputo avrei evitato”. Della serie: se fai il ministro degli Interni e non ti viene il dubbio che un capo ultras non sia un volontario di Emergency, forse è meglio se ti dai alle gare di scacchi magnetici. Ma soprattutto, se impieghi tre giorni ad ammettere che abbracciare un tizio che ha reso cieco a un occhio un povero cristo poi morto suicida, sia stato opportuno quanto intitolare una sala doppiaggio a Mario Giordano, forse cominci a perdere colpi. Anche ieri, intanto, la comunicazione di Salvini ha dato suoi frutti: il marocchino accusato di stupro di cui mesi fa scrisse su Fb “nel Decreto sicurezza che ho in testa bestie come lui saranno prontamente rimandate al loro Paese”, è stato scagionato da ogni accusa e rischia invece un processo chi l’ha accusato, ovvero un ragazzo brasiliano. Ora sappiamo che grazie al suo decreto sicurezza manderemo aulicamente a fanculo nel loro Paese gli stranieri innocenti e ci terremo i colpevoli. In mezzo a tutto questo, negli ultimi due giorni, un tripudio di foto riparatorie: la foto della recita della figlia per ispirare tenerezza, quella della notizia del gatto lanciato dalla finestra durante una lite per raccattare due like dagli animalisti, le foto vestito direttamente da poliziotto per farsi perdonare l’abbraccio all’ultrà. Gli manca solo la foto in accappatoio con Putin, ma siamo sereni. Al Bano ci sta lavorando. Felicità.

Effettivamente...



Mah!


Che poi a ben vedere sostituendo questi Kim con una Nike, uno smart, un Dolce, una technodisco, una Ferragni, una slide, uno spread, un gattino, uno shopping, una rovesciata, il prodotto, forse, non cambierebbe mica di tanto. Ad ognuno il suo Kim!

Dixit


“Quando ero bambino, persone come mio padre e mia madre esitavano a votare tra la destra e la sinistra. Era un modo di dire “chi mi sosterrà? Chi mi renderà visibile? Chi lotterà per me?” 
Dunque che vocabolario userò? Dirò “soffro per colpa dei migranti” o “soffro per le diseguaglianze e il classismo?”
La gran parte delle persone che ha votato per l’estrema destra lo ha fatto perché da tempo la sinistra non si preoccupa più di loro e ha smesso di parlare di povertà, di durezza delle condizioni di lavoro, di precariato. È così i poveri, i lavoratori, hanno cominciato a votare per l’estrema destra.”

(Éduard Louis)

Avvocati travagliati


sabato 22/12/2018
Il Coniglio Superiore

di Marco Travaglio

Che la Spazzacorrotti del ministro Alfonso Bonafede, appena approvata dal Parlamento, non piaccia all’avvocatura associata è quasi ovvio, per una questione di sopravvivenza. Gli imputati colpevoli, senza più la speranza di strappare la prescrizione al posto della condanna, non avranno più alcun interesse a far durare i processi in eterno, non foss’altro che risparmiare sulla parcella del difensore. Dunque eviteranno inutili e pretestuose impugnazioni in appello e in Cassazione. Anzi, molti preferiranno non andare proprio a processo, patteggiando a fine indagini in cambio dello sconto di un terzo della pena. Così si faranno molti meno processi, e quelli che si faranno dureranno molto meno. Dunque gli avvocati perderanno anni di parcelle e molti di loro rischieranno la disoccupazione. Non quelli bravi, che continueranno a svolgere una funzione decisiva per la democrazia e lo Stato di diritto. Ma i “parafangari”, quelli che consigliano i loro clienti ad avventurarsi in cause perse e in ricorsi infondati pur di spremere qualche spicciolo dall’infinito contenzioso italiota. A metà degli anni 80 gli avvocati italiani iscritti all’albo erano 48 mila: oggi sono 243 mila, il 500% in più di 30 anni fa. Quattro ogni mille abitanti, il triplo del resto d’Europa. Il confronto con gli altri Paesi è sconfortante: in Francia gli avvocati sono 60 mila (meno del totale di Lazio e Campania), in Germania 160 mila, in Gran Bretagna 188 mila e solo la Spagna ne ha più di noi (253 mila).

Il nostro record, che continua ad aumentare in maniera esponenziale, si regge prevalentemente sull’inefficienza della giustizia: più i processi sono lunghi, numerosi e farraginosi, più avvocati ci campano. E la prescrizione, checché ne dicano, non riduce il numero e la durata dei processi, ma moltiplica l’uno e l’altra. Perciò i loro sindacati si oppongono alla sua abolizione dopo la prima sentenza, con scioperi tragicomici e appelli farseschi a Mattarella perché non firmi la Spazzacorrotti. Ma anche per un altro motivo: a molti, i peggiori, piace vincere facile. Gabellare per processi vinti non solo quelli finiti in assoluzione, ma pure in prescrizione. Celebre la pantomima di Giulia Bongiorno (ora ministra, per fortuna non della Giustizia) che, mentre il suo cliente Andreotti veniva dichiarato colpevole di associazione per delinquere con Cosa Nostra fino al 1980, reato “commesso” ma “estinto per prescrizione”, strillava giuliva “Assolto! Assolto assolto!”. E l’intera stampa italiana se la beveva. Scorriamo la lista dei 100 giuristi (quasi tutti avvocati) che han firmato l’appello delle Camere penali a Mattarella.

E troviamo decine di artefici di prescrizione eccellenti. Compresi gli esimi professori Amodio e Pecorella (vedi alla voce Berlusconi, 8 volte prescritto). Intendiamoci: il difensore deve fare di tutto per salvare il cliente dall’arresto, dalla condanna e dagli altri effetti collaterali del processo. Anche usando le mille tecniche dilatorie consentite dal nostro Codice di procedura. Anche propiziando la prescrizione, quando proprio non si può sperare nell’assoluzione. Sono pagati apposta e, se non fanno fino in fondo gli interessi del cliente, anche quando magari la loro coscienza si ribella, rischiano l’infrazione disciplinare. Spetta al legislatore levarli da questo imbarazzo (almeno quelli che lo provano) e disegnare il processo a misura non più dei colpevoli, ma degli innocenti e delle vittime, oltreché dell’interesse dello Stato a dare giustizia. È quel che ha fatto il ministro Bonafede con la legge Anticorruzione, raccogliendo il meglio delle esperienze estere e delle proposte avanzate per trent’anni da magistrati e giuristi (inclusi diversi avvocati). Eppure, sorpresa: sulle barricate, accanto ai sindacati avvocateschi, tuonano l’Associazione magistrati e la gran parte del Csm (eccetto i togati davvero indipendenti Davigo e Ardita e i tre laici in quota M5S). Dopo aver chiesto, implorato, reclamato, invocato per vent’anni questi strumenti di puro buonsenso contro la corruzione, peraltro vigenti in tutti i Paesi più avanzati, ora che a vararli è il governo gialloverde fanno la faccia malmostosa e rinnegano tutte le loro battaglie. In questo, sono il perfetto specchio di una classe dirigente e intellettuale marcia e decrepita che non s’è ancora riavuta dalle elezioni e non giudica sul merito, ma sul partito preso.

Quante interviste abbiamo letto di magistrati frustrati perché il loro lavoro e quello della polizia giudiziaria andava in fumo per la prescrizione, perché le vittime restavano senza giustizia, perché nessun colletto bianco pagava mai per i propri delitti, perché i condannati per tangenti tornavano regolarmente a lavorare per lo Stato, perché mancavano gli strumenti per scoprire le corruzioni, perché non esistevano incentivi alla collaborazione di corrotti e corruttori, perché non potevano usare agenti sotto copertura (diversamente che per i reati di droga) o il Troyan per intercettare, per la scarsa trasparenza sulle donazioni e i finanziamenti a partiti e società collegate? È dal settembre 1994, quando il pool Mani Pulite presentò a Cernobbio le sue proposte anti-mazzette (insieme ad alcuni grandi avvocati), fra gli applausi dell’Anm, del Csm, del centrosinistra e di pezzi del centrodestra, che si parla di norme come queste. Poi destra e sinistra hanno sempre fatto il contrario, incorrendo nei fulmini delle autorità europee (soprattutto per il demenziale sistema di prescrizione). E ora che finalmente, dopo mille leggi Procorruzione, ne arriva una Anti, sono tutti contro. Salvo, naturalmente, i due terzi abbondanti degli italiani che – secondo Openpolis – la apprezzano più di tutte le altre leggi approvate nell’ultimo anno. Devono essere quelli che non rubano.