giovedì 21 giugno 2018

Travagliatevi!


giovedì 21/06/2018
Operazione Lavatrice

di Marco Travaglio

Se la Rai fosse un acquario o un rettilario, varrebbe la pena di pagare il biglietto e sedersi lì davanti in osservazione, per godersi uno spettacolo che nessun cinema, teatro, serie tv sono in grado di offrire. Purtroppo bisogna accontentarsi degli spifferi che escono dai corridoi di Viale Mazzini e Saxa Rubra: alcuni troppo belli per essere veri e altri troppo veri per essere belli. Provate a immaginare centinaia di tapini paracadutati o promossi nel ventennio berlusconiano perché credevano – o almeno così dicevano – nella famosa rivoluzione liberale: foto di Silvio sulla scrivania, bandierone di Forza Italia a coprire il tricolore e – per le donne – farfallina dorata di ordinanza appesa alla catenina al posto del crocifisso. Poi venne giù tutto e si scoprirono tutti montiani o bersaniani. Poi rivenne giù tutto e si convertirono, con gran consumo di lingue, costole e rotule, al renzismo. Andavano alle Leopolde, vestivano Zara come la Boschi, portavano i boccoli à la Madia, stravedevano per la rottamazione (altrui), erano sempre al telefono con Epurator Anzaldi senza mai muovere un sopracciglio alle cacciate di Gabanelli, Berlinguer, Giannini e Giletti. Pensavano che la pacchia durasse almeno vent’anni, per riposare un po’ le lingue, le costole e le rotule fino alla pensione. Invece il 4 marzo è di nuovo crollato tutto e ora rieccoli lì a cercarsi un posto al sole sul carro dei nuovi vincitori.

Dei 5Stelle non sanno chi chiamare: mezzibusti grillini non se ne conoscono e Freccero, indicato in Cda dal M5S, non risponde a ordini (e manco ne riceve). Quindi passano da un Matteo all’altro e si buttano tutti sulla Lega, che proprio nuova non è visto che nacque nel lontano 1989 e sbarcò al governo, e dunque in Rai, nel lontano ’94 per non andarsene più. I più avvantaggiati sono i leghisti: gli basta passare da bossian-maroniani a salviniani-isoardiani e il gioco è fatto. Ma pure i berlusconidi non se la passano male: il Caimano resta pur sempre alleato del Cazzaro Verde, anche se questo gli mette le corna per un po’ con l’odiato Di Maio. E poi Salvini è uno di bocca buona e stomaco forte: nella Lega-non-più-Nord sta riciclando fior di fascisti della Roma ladrona, di vecchi arnesi Ancien Régime siciliani e calabresi. Non buttando via niente e può digerire senza neppure un ruttino qualche forzista da riporto. Dell’Operazione Riciclaggio s’è incaricato Gennaro Sangiuliano, eterno vicedirettore del Tg1 fin dal 2009 (èra Minzolini), che ha messo su una specie di tintoria per l’ammollo, il lavaggio e la riverniciatura degli ex berlusconiani folgorati – il 4 marzo sera – sulla via del salvinismo.

Lui, Genny ’a Poltrona, in queste cose è maestro: il primo a passare in tintoria fu proprio lui. Da giovane era fascista: nel profilo Fb pubblica una sua foto da studente con Almirante con scritto “Credo nelle mie idee”, che peraltro sono molte. Subito dopo infatti si scoprì liberale e divenne direttore de L’Opinione del mezzogiorno per grazia ricevuta del ministro della Malasanità De Lorenzo. La svolta moderata di Fini con An non lo colse impreparato: finiano di osservanza Gasparri (suo testimone di nozze dieci giorni fa), ma anche un po’ Laboccetta. Infatti, essendo gasparriano e laboccettiano, se la tira da intellettuale e scrive libri: dalla storia del Terzo Reich alla stroncatura di Hillary Clinton alle agiografie di Trump e Putin. Intanto passa al Roma di Tatarella e poi a Libero, come vice di Feltri. Quando Fini molla B., Genny molla Fini e resta con B. E si inabissa per un po’, infatti conserva la poltrona anche con Orfeo, messo lì dal governo Monti e poi promosso da Renzi addirittura a dg. Appena Matteo nostro perde il referendum, Genny rimette fuori il capino ed esalta la vittoria del No paragonandola a quelle della Brexit e di Trump: “Una triade hegeliana di riappropriazione della sovranità”. Strano: il Tg1 di cui è vicedirettore era spalmato sul Sì. Il 6 marzo, con ben due giorni di ritardo sulla vittoria grillo-leghista, posta su Fb un selfie con Salvini (“caro amico”) e altre foto che ritraggono Matteo suo sprofondato nella lettura della sua Putin story. Ora, in suo nome, recluta truppe cammellate per la squadra leghista-sovranista che dovrà prendere il potere nella nuova Rai, ma forse l’ha già preso, visto che i Genny Boys sono lì da più di una vita e sanno già dove mettere le mani, al contrario dei grillini, che rischiano anche qui di non toccare palla.

Salvini, immemore del contratto di governo che promette una Rai senza partiti, ha già detto che questi tg non gli piacciono. E in effetti sono tutti renziani e fanno pure ribrezzo, ma definirli “come quelli degli anni 20 e 30” è un po’ eccessivo: anche perché negli anni 20 e 30 la televisione non era stata ancora inventata. Genny, in qualità di storico, glielo spiegherà. Sempreché Matteo suo abbia tempo da perdere, fra una sparata e una processione di postulanti che chiedono un posto al sole. O al sòla. Si racconta che il problema di Elisa Isoardi, in piena crisi mistica, non sia che posta su Instagram preghiere alla Madonna: è che si crede lei stessa la Madonna, perché non era mai stata così salutata, osannata e santificata in vita sua. Si narra financo che il direttore già renzianissimo di un tg, non proprio il primo, si sia fatto presentare a Salvini da un autore della Isoardi. Ed è tutto un cercare zie, cugini, cognati, conoscenti, parrucchiere, truccatrici della First Sciura per avere un contatto, e magari un contratto. Non vale più neppure la regola del fu bipolarismo, raccontata a suo tempo da Francesco Storace, che dalla Vigilanza ne aveva viste tante: quella dei mezzibusti che conservavano e all’occorrenza esibivano la foto di un nonno fascista alla marcia su Roma e quella dell’altro nonno (o forse era sempre lo stesso) partigiano rosso al collo. Ma si può vivere così?

Oggi inizia, e allora...



mercoledì 20 giugno 2018

Eppure...


Non per far polemica, tutt’altro! Ma nel passato i nomadi furono già censiti... ehm...





Insipirare...


Cerco di stare calmo, di non sbroccare pur ricevendo insulti di ogni tipo, fino al razzismo, da una brigata radical chic che mi chiedo dove cazzo fosse allorché una nemmeno diplomata ministro della pubblica istruzione, rigorosamente minuscolo per mancarle di rispetto, veniva servita a tavola da giovani studenti in ricerca ansiosa di crediti scolastici. Ma devo star calmo.

Robecchi


mercoledì 20/06/2018
PIOVONO PIETRE
Le polpette di Salvini per i cani di Pavlov. Tanto i padroni fanno festa

di Alessandro Robecchi

Storiella vecchia ma sempre valida: sul tavolo ci sono dieci panini, il padrone se ne mangia nove, e poi ammonisce i lavoratori: attenti, che il rom vi frega il panino! È un giochetto vecchio come il mondo che paga sempre e porta le classi subalterne a vedere il pericolo sotto di loro e non sopra. Eppure non ci vuole un esperto di flussi di consenso per scoprire il gioco di Salvini: una sparata feroce ed estremista, alti lai e lamentazioni di chi gli si oppone, una minima correzione di rotta per dire: lo avevate già fatto voi. Cos’ho detto di male?

Con una fava, due piccioni: si sposta l’asse del dibattito verso destra (perché non prendersela coi rom? Siamo rom, noi? No, e allora che cazzo ce ne frega?…) e al tempo stesso si fa passare chi si oppone per il vecchio un po’ bolso cane di Pavlov. Il cane di Pavlov, come al solito, ci casca con tutte le scarpe: quando leggi che quelli del Pd si vantano che loro sì avevano fermato i flussi migratori (stoppandoli in confortevoli lager libici), capisci che da lì non si esce, perché si pone un’infamia contro un’infamia e alla fine un popolo spaventato, impoverito, insicuro sul suo futuro, sceglie l’infamia peggiore perché gli sembra quella più tranchant e secca: via le Ong, schediamo i rom, i neri pussa via. La domanda da farsi è: chi riuscirà a fermare questa deriva? Chi si è inventato il daspo per i barboni (decreto Minniti, brutta fotocopia del decreto Maroni del 2008, quello delle “ordinanze creative” che dimostrò come anche i sindaci possono essere parecchio scemi)? Oppure chi oppose al grottesco “aiutiamoli a casa loro” delle destre una ridicola variante: “Aiutiamoli davvero a casa loro” (cfr, Matteo Renzi).

Insomma, sia messo a verbale che è assai difficile opporsi al salvinismo, malattia analfabeta del fascismo, se sei mesi fa si dicevano – con altri toni e vestiti meglio – più o meno le stesse cose. E questo riguarda chi sta in basso, cioè, i capri espiatori, variabili e numerosi, da additare al proprio pubblico plaudente: sei pagato tre euro l’ora, licenziabile a piacere, demansionabile, sfruttabile fino all’osso, ricattabile, umiliabile, ma lasci che qualcuno indirizzi la tua rabbia verso chi sta peggio e non verso chi sta meglio e ti sta derubando. Ti incazzi con un poveraccio che ruba un po’ di rame e ti dimentichi di quello che si è messo in tasca 600.000 euro in una notte grazie a una dritta di Renzi sulle banche popolari. Un classico.

Grazie alle sue armi di distrazione di massa, e al cane di Pavlov che ci casca con tutta la ciotola di crocchini, di Matteo Salvini si finisce a guardare soltanto la vena nazional-manganellista, decisamente schifosa, ma che è solo una delle due fasi. L’altra fase, mentre si picchiano gli ultimi, è lisciare il pelo ai penultimi. L’ovazione ricevuta da Confcommercio, per esempio, chiosava un discorso di Salvini articolato come un semplice sillogismo. Uno: niente limite ai contanti. Due: via l’Imu per i negozi sfitti. Risultato dell’equazione: si affitteranno negozi in nero (contanti); negozi che ufficialmente risulteranno sfitti (quindi esentasse): questo sì che è un regalone, mica due detrazioni piazzate qui e là. E ancora una volta il piccolo Scelba lumbard potrà dire: cos’ho detto di male? Il tetto ai contanti non lo avevate alzato anche voi? Scacco matto.

Finché si starà a questo gioco, Salvini avrà davanti un’autostrada (senza autovelox) e chi non è d’accordo verrà ridicolizzato (compresi quelli che già si sono molto ridicolizzati da soli, travestendo da “gauchiste” politiche da destra liberale) oppure mangiato lentamente (una forza con 32 per cento che si fa comandare a bacchetta da uno col 17). Il cane di Pavlov abbaia, gli altri tutti contenti: il rom non gli ruberà più l’unico panino gentilmente lasciato sul tavolo dal padrone, contento come un agrario nel ’22.

Consolazione



martedì 19 giugno 2018

Scanzi


D’accordissimo, come sempre!

 martedì 19/06/2018
IL COMMENTO
L’ultima impresa di Renzi la lince
CE L’HA FATTA - È RIUSCITO NELLA MISSIONE IMPOSSIBILE DI DIVENTARE (A SINISTRA) ANCORA PIÙ INDIGESTO DI SALVINI

di Andrea Scanzi

Gioiamo tutti, giacché Egli è tornato. A furia di sentir parlare Salvini, c’era il rischio che per contrasto il centrosinistra uscisse dalla crisi. Così, per stroncare ogni speranza, è intervenuto il curatore fallimentare di sempre: Matteo Renzi. Domenica la Diversamente Lince di Rignano ha di nuovo raso al suolo il Pd, prima da Lucia Annunziata e poi con un post mitologico. Leggiamolo insieme: “Colpisce, semmai, il silenzio degli intellettuali, delle cantanti, degli attori, dei commentatori che in questi mesi ci hanno spiegato che i Cinque Stelle erano la vera sinistra. Mentre Beppe Grillo che stacca un biglietto per Pontida è il vero rappresentante, francescano si direbbe, del proletariato. Tesi suggestiva. Chissà se qualcuno di questi intellettuali-cantanti-attori-commentatori sentirà il bisogno di dire qualcosa nei prossimi giorni”. Perculando milioni di persone che hanno creduto nel M5S, Renzi si è garantito il loro disprezzo eterno. Strategia finissima. Le sue parole contengono poi quell’antico paraculismo che è cifra distintiva della Lince Guizzante del Valdarno: prima ha tifato per il tanto peggio tanto meglio, bombardando l’eventuale dialogo Di Maio-Martina. Ora finge di dolersi che i 5 Stelle siano diventati fascisti, nazisti e magari anche fan di Nardella. Genio. Ogni volta che parla, Renzi riesce a stare sulle palle a tutti. Impeccabile il commento di Alessandro Robecchi, certo non un fan del governo Salvimaio: “Niente da fare, non ci ha ancora capito un cazzo”. Parlare ancora di Renzi è come sparare sulla Croce Rossa. Un giorno dice che smette, quello dopo si dà al tennis, quello dopo ancora fa conferenze in giro per il mondo (dove, e qui sì che c’è del talento, si fa pagare per insegnare agli altri come distruggere un partito). Se ogni crollo ha la sua immagine che racchiude la fine di un’era (?), quella di Renzi è accaduta al Senato quando si votava la fiducia: lui che parlava, appesantito e sbiadito, mentre Di Maio sghignazzava e Salvini lo guardava con supponenza definitiva. Una mattanza. Al post di Renzi, che ce l’aveva anzitutto col Fatto

, si potrebbe rispondere in tanti modi. Che il Salvimaio era l’unico governo possibile, stante i numeri e i (suoi) veti. Che ha detto più cose di sinistra Di Maio sul caso rider/Foodora che Renzi in tutta la sua vita. Ma sarebbe tutto gasparrico, cioè inutile. La situazione, al netto della propaganda piddina, è molto chiara: l’appiattimento dei 5 Stelle nei confronti della Lega ha polarizzato pareri già esistenti. Ha cioè fatto sì che i grillini fossero ancora più odiati da chi già non li votava: elettori Pd, Leu, Potere al popolo, astenuti di sinistra. Il caso Aquarius ha spostato poco in ottica consensi 5 Stelle, che casomai crolleranno se si scoprirà che “rubano come gli altri” e se non concretizzeranno battaglie identitarie (conflitto di interessi, anticorruzione). “I commentatori” stanno zitti perché sapevano che sarebbe andata a finire così. E tutto sommato gli va bene così: senza fare cortei, ma gli va bene così. Detta ancora più chiaramente: costretti a forza, gli elettori di sinistra vicini al M5S non avrebbero dubbi su chi scegliere tra Renzi e Salvini. Invece di cinguettare come un bimbominkia tardivo e al tramonto, Renzi dovrebbe riflettere su questa sua ennesima impresa: essere riuscito a divenire persino più indigesto di Salvini, e non agli occhi di Borghezio ma a quelli di milioni di elettori provenienti dalla sinistra. A suo modo, un capolavoro. Daje Matteo.