giovedì 14 giugno 2018

Fierezza



Fiero di essere lettore fedele di un quotidiano che non guarda in faccia a nessuno, che non ha padroni, che non deve rispondere a chicchessia su articoli scomodi, che non si preoccupa di pestare calli e quant'altro, che perde pubblicità perché attacca senza scrupoli anche le multinazionali, desiderose invece di carezze in cambio di pagine, come da altre parti. 
Unico nel panorama italiano a far emergere scandali senza distinzioni, senza alcun rispetto per supposti amici e presunte linee editoriali. Un suffumigio di libertà.

Così è!



Ragogna


Travaglio


giovedì 14/06/2018
Diversi in che senso?

di Marco Travaglio

La retata romana porta la questione morale nel cuore dei due partiti che hanno appena dato vita al governo: i 5Stelle e la Lega. E questa è la vera novità dell’indagine: che ci siano di mezzo pure esponenti Pd e Forza Italia non è più una notizia. Le responsabilità penali, come sempre, le accerterà il giudice se e quando la Procura le porterà sul suo tavolo con una richiesta di rinvio a giudizio. Quelle etiche e politiche si possono già intuire dall’ordinanza del gip, con le accuse ad arrestati e indagati e con alcuni fatti ritenuti penalmente irrilevanti che però sono politicamente rilevantissimi. C’è un costruttore romano, Luca Parnasi, chiamato dalle giunte Pd Marino e Zingaretti a costruire lo stadio della Roma a Tor di Valle, con una mega-speculazione tutt’intorno. Quando i giochi sembrano fatti, nel 2016 i 5Stelle vincono le Comunali e s’insediano al Campidoglio con Virginia Raggi e la sua squadra. Non sono contrari allo stadio, ma alla speculazione. Dopo un anno di tira-e-molla in Conferenza dei servizi, nel 2017 la giunta Raggi convince la Roma e Parnasi a dimezzare le cubature.

Intanto Parnasi, rampollo di una famiglia di palazzinari abituata – come altre – a ungere le ruote della politica, lubrifica gl’ingranaggi alla vecchia maniera. Non solo a Roma, ma anche a Milano, dove ambisce a costruire lo stadio del Milan. Lì – per tenersi buono, così dice lui, tutto il centrodestra – regala 250 mila euro alla onlus Più Voci, vicina alla Lega di Salvini, che pare l’abbia utilizzata come cassaforte alternativa a quella del partito sequestrata dai giudici dopo le condanne di Bossi e Belsito per la nota rapina di fondi pubblici. Parnasi offre anche una casa a uno del Pd, che però rifiuta: si chiama Pierfrancesco Maran e merita una menzione, in un paese dove i politici che rifiutano favori sono merce rara. Il finanziamento a Più Voci non è illecito, ma non è trasparente perché onlus e fondazioni, anche se legate a partiti, possono schermare i donatori con la scusa della privacy. Poi – sempre per l’accusa – Parnasi promette incarichi professionali per 100 mila euro e procura “buona stampa” (tramite l’eterno faccendiere piduista Bisignani) a Luca Lanzalone, detto Mister Wolf. Avvocato genovese che ha lavorato per Beppe Grillo, Lanzalone è diventato intimo di Casaleggio, che l’ha inviato come consulente prima a Livorno per aiutare la giunta Nogarin a salvare dal crac la municipalizzata dei rifiuti, poi a Roma per assistere la giunta Raggi nel ginepraio dello stadio. Infine è diventato presidente di Acea, il colosso misto dell’acqua e dell’energia, in quota Campidoglio.

E di lì, proprio in questi giorni, consigliava il M5S per le nomine pubbliche. In attesa di capire se Mr Wolf abbia commesso reati (è dubbio che sia assimilabile al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio), se davvero si fece promettere incarichi da Parnasi, si è posto in palese conflitto d’interessi. E si deve dimettere da Acea, non solo perché si trova agli arresti. Più marginale appare la posizione del capogruppo M5S Paolo Ferrara, accusato di aver chiesto al costruttore un progetto gratuito per il restyling del lungomare di Ostia: un’opera pubblica, non una faccenda privata come quelle contestate invece al consigliere regionale del Pd Michele Civita (la promessa di assunzione del figlio) e dei forzisti capitolini Adriano Paolozzi (25 mila euro con fatture false) e Davide Bordoni (promesse di somme imprecisate). La giunta Raggi, che deliberò lo stadio dimezzato, non è coinvolta: o Parnasi ha trovato le porte chiuse, o non ci ha neppure provato.

Diversamente da altri partiti, M5S e Lega non gridano al complotto togato, all’accanimento giudiziario o alla giustizia a orologeria. Salvini però difende Parnasi, dicendo che è una persona perbene, anche se dalle carte risulta tutt’altro. Di Maio ripete che nei 5Stelle chi sbaglia paga e attiva probiviri. Ma se i due azionisti del governo Conte vogliono dimostrarsi diversi dagli altri, non possono accontentarsi di così poco. Salvini, ora che Parnasi è in carcere per corruzione, deve restituirgli i 250 mila euro versati alla onlus leghista. E pubblicare nomi e importi degli altri donatori. I 5Stelle devono cacciare Lanzalone da Acea, dopo aver preteso l’elenco di tutti gli incarichi professionali ricevuti da quando lavora per loro, per verificare e stroncare altri eventuali conflitti d’interessi. E guardarsi da figure ibride come la sua, destinatarie di ogni genere di attenzione e tentazione. Ma non basta: la maggioranza giallo-verde ha i numeri in Parlamento per fare in modo che scandali del genere non si ripetano, o almeno per renderli più difficili. Come? In tre modi.

1) Riformare la legge Letta che consente ai partiti di occultare i finanziamenti privati fino a 100 mila euro dei donatori che vogliono restare nell’ombra; ed eliminare l’ipocrisia della privacy che copre i foraggiatori delle fondazioni, delle onlus e delle altre associazioni legate a partiti e a singoli politici, aiutandoli ad aggirare l’obbligo di trasparenza sui finanziamenti. Ciascuno può ricevere tutti i soldi che vuole, purché lo dichiari nell’apposito registro in Parlamento, consultabile da tutti i cittadini elettori.

2) Introdurre l’agente sotto copertura che s’infiltri nella PA per testare l’integrità di chi ricopre pubbliche funzioni e di chi vi si rapporta.

3) Varare la legge sui conflitti d’interessi, che faccia tesoro del caso Lanzalone: nessuno oggi può sapere quali incarichi riceve, e da chi, nella sua attività privata, un dirigente pubblico o parapubblico. Una legge seria deve creare un’anagrafe patrimoniale per chiunque tocchi un solo euro di denaro pubblico. Da questi atti si distingue un “governo del cambiamento” da un governo come gli altri.

mercoledì 13 giugno 2018

In ricordo



Un commosso saluto alla signora Luciana Alpi, che per 24 lunghi, interminabili e soprattutto vergognosi anni, ha atteso inutilmente la verità sul l’assassinio della figlia Ilaria, uccisa a Mogadiscio il 20 marzo 1994 assieme al collega Miran Hrovatin, perché vicini, pare, alla scoperta di un traffico di armi. Le sia lieve la terra signora!


Filosoficamente



Situazione travagliata


mercoledì 13/06/2018
Ora siate seri

di Marco Travaglio

Invidiamo sinceramente quelli che, sull’immigrazione, hanno la soluzione in tasca, nell’un senso e nell’altro: accogliere tutti, respingere tutti. Anche noi pensavamo di averla, fino a un anno fa, quando vedemmo – grazie alle inchieste delle Procure di Catania e di Trapani – le immagini di alcune Ong (non tutte) che fungevano da nastro trasportatore di migranti nel Mediterraneo dalla Libia all’Italia, riducendo i rischi d’impresa e aumentando i profitti degli scafisti, con cui coordinavano via telefono le consegne e a cui restituivano financo i barconi. Da allora pensiamo che solo un approccio laico, pragmatico, non ideologico nè emotivo (per quanto possibile, trattandosi sempre di esseri umani in pericolo) può aiutare, se non a risolvere, almeno a gestire il problema. Invece chi ha la soluzione in tasca non rischia mai nulla, anzi ci guadagna sempre, impegnato com’è, dalla sua trincea di bambagia buonista o cattivista, a farsi propaganda sulla pelle dei migranti. Il primo ovviamente è Salvini, ma non c’è solo lui: i berlusconiani e i maroniani che firmarono senza leggerli gli accordi di Dublino; i sindaci che offrono i loro porti come se potessero disporne a piacimento; e le finte anime belle del Pd sono passate in pochi mesi dal renziano “aiutiamoli a casa loro” al mercanteggiamento di Renzi in Europa tra flessibilità sul deficit e monopolio dell’accoglienza (come continua a raccontare, mai smentita, Emma Bonino), dalla linea dura di Minniti alle barricate della nuova Resistenza contro i barbari fasciorazzisti. Per non parlare del governo spagnolo, di quello francese e degli euroburocrati, che fanno i Salvini a casa propria e i samaritani a casa nostra: prima o poi il Cazzaro Verde invierà ai Sánchez, Macron e Juncker una bella tessera della Lega, ad honorem.

Anche stavolta, come sempre, il caso internazionale della nave Aquarius è diventato un derby ideologico fra lanciatori di slogan a buon mercato: “Per i migranti è finita la pacchia” contro “governo razzista che fa affogare le donne incinte e i bambini”. Ciascuno sventola un bel mazzetto di leggi, codici e regole nazionali e internazionali, profittando del fatto che il diritto in materia è ormai un supermarket dove ciascuno può trovare tutto e il contrario di tutto. I fatti però dicono che finora tutto il peso della pressione migratoria si è scaricato sull’Italia e sulla Grecia. Malta è piccola (fuorché per i soldi sporchi, i documenti falsi e i delitti politici) e non può. La Spagna progressista spara a Ceuta e Melilla, però adesso forse ospita 500 migranti e quindi è diventata buona e dà lezioni financo penali all’Italia che ne accoglie centinaia di migliaia.

La Francia fa carne di porco di persone e diritti a Ventimiglia e Bardonecchia, però vuoi mettere quel gran fico di Macron. A questa guerra tra furbastri si erano già ribellati Gentiloni e Minniti, col sostegno di Mattarella e persino del Vaticano: avrebbero chiuso i porti un anno fa, se le solite divisioni nel Pd non li avessero bloccati. Ora il governo Conte fa una mossa politica, che non è la chiusura dei porti (di migranti ne stanno arrivando un migliaio, su una nave della Marina militare, e verranno come sempre accolti), ma una provocazione studiata a tavolino dopo aver verificato la solidità della nave Aquarius e le condizioni dei passeggeri. Per mettere la cosiddetta Europa dinanzi al fatto compiuto: se vale la regola del “porto più sicuro e vicino”, perché dev’essere sempre e soltanto un porto italiano, e non anche maltese, spagnolo, francese? E perché, se le benemerite Ong battono bandiera dei più vari Stati, attraccano sempre e soltanto in Italia? È un azzardo drammatico e gravido di rischi (le condizioni del mare, le donne incinte, i bambini) per forzare la mano ai menefreghisti di Bruxelles in vista del Consiglio europeo di fine mese, che proprio di questo dovrebbe occuparsi dopo il naufragio della riforma Dublino IV. Una mossa di guerra che prende atto del nuovo ricatto tentato contro il nuovo governo italiano da quella che chiamiamo Libia, un coacervo di tribù e milizie tenute insieme con la corruzione da un regime fantoccio. Una mossa che andava provata già un anno fa e che al momento non sappiamo se porterà risultati in Europa oppure no, a parte quello – comunque rimarchevole, e ne va dato atto a Salvini – di smuovere dall’indifferenza un altro Stato europeo.

Ma c’è modo e modo di gestire una decisione così forte. È qui che casca Salvini. E anche Conte. Un governo che sceglie quella strada deve presentarsi in tv con il volto del suo premier e spiegare il perché e il percome con i giusti toni, espressioni e argomenti. Non affidarsi ai tweet ghignanti e oltraggiosi di Salvini, indegni di un ministro dell’Interno, sulla “pacchia” di chi fa una vita d’inferno. O sulla guerra alla Tunisia, uno dei pochissimi Paesi africani che accetta i rimpatri. O sull’alleanza col nazionalista ungherese Orbán, l’ultimo a poterci dare una mano, anzi il primo dei nostri nemici, visto che i migranti vuole lasciarli tutti a noi per non ritrovarseli in casa. È questo che è mancato finora: un discorso serio, da giurista, del premier Conte che illustri con aria grave, senza slogan demagogici il senso e il perimetro normativo del No italiano, e la strategia per il futuro. E renda pubblico ciò che per ora non è affatto chiaro: e cioè se questo è il frutto del lavoro collegiale dei ministri interessati nel quadro di un’azione diplomatica con Ue e Nato, o l’ennesima cowboyata elettorale del Cazzaro. Ieri, mentre altri esaltavano “la lezione spagnola” e dicevano “grazie al socialista” Sánchez che si lava la coscienza una tantum, il Fatto titolava: “Nave in Spagna: e la prossima?”. È una domanda che Salvini, prigioniero dell’eterno presente dei social, non può evadere. Spetta al premier battere un colpo, se c’è.