lunedì 2 ottobre 2017

Udente


Attendendo l’orario per recarmi dal dottore, mi siedo su una panchina di un piccolo parco cittadino. Accanto a me giovani, giovanissimi, aspettano non si sa cosa parlando del più e del meno. Mi colpisce una di loro, una biondina si e no sedicenne, con giacca della tuta bianca, gonna non coprente quasi l’ombelico che intercala tra una parola e l’altra delle udibilissime bestemmie molto particolari. I discorsi ruotano attorno a quisquilie trasformate in macigni, forse insuperabili, che provocano discussioni forgiate su piattaforme scivolose. Comprare una giacca alla moda discutendo sul colore. Ecco il nocciolo. Mi rattristo perché avverto nella blasfemia un bisogno d’aiuto estremo per incamminarsi su un sentiero consono alla sua età e, soprattutto, costruttivo.

In effetti



Osservazione



Catalogna?


Referendum, Catalogna?
Non mi schiero perché, come in tutte le cose, occorrerebbe principalmente:

Documentarsi sulla storia, del perché cioè la Catalogna, da tempo immemore, smania di staccarsi dalla Spagna.

Cosa significhi culturalmente questo atto divisorio.

Quale siano le motivazioni spagnole all’impedimento dell’uscita di Barcellona dalla nazione.

Cosa comporti questa scissione in termini economici, le ripercussioni politiche che scaturirebbero da tale scelta.

Approfondito quanto sopra potrei esprimere un parere in tal senso.
Comunque, dovunque essa sia: viva la libertà dei popoli! E visto che ci siamo: sarebbe bello chiedere ai popoli un parere su questo servilismo alla tecno-rapto-crazia che sta soggiogando milioni di persone ovunque nel globo. Per quel referendum avrei le idee molto più chiare. E combatterei, democraricamente parlando.

Continua


Non faccio questa ricerca perché sono grillino. Anzi attualmente sono deluso dal movimento e, probabilmente, se le cose rimanessero così, probabilmente non avrei neppure a votare. 

Questa premessa è d'obbligo perché sto particolarmente seguendo le prime pagine dei maggiori quotidiani romani ed italiani, per evidenziare lo scempio culturale con produzione di fandonie, insabbiamenti di verità, quasi ossessive nei confronti del Movimento 5 Stelle. 

Fosse capitato a qualcun altro forse avrei fatto la stessa cosa. La stampa in generale è sempre stata al servizio del potente di turno, fatta eccezione per sparuti quotidiani e il pensare questo m'intristisce ulteriormente in quanto penso con malinconia a quante baggianate mi bevetti in tempi addietro. 
Ora sto più accorto e valuto, navigo, confronto al fine di leggere una notizia certa e farmene un'opinione. 

Detto questo passiamo alla Ragogna Stampa (l'ho chiamata così) di oggi:


Credo non occorra aggiungere altro, anche perché il Giornale di famiglia, credetemi in quanto a volte lo leggo per farmi del male, è sempre e da sempre un ottimo esempio di cosa non debba mai diventare un giornalista. 

 

domenica 1 ottobre 2017

Articolo immondo


Su l'Espresso in edicola oggi un articolo che apre uno squarcio su un mondo immondo, diabolico e vergognoso: il traffico di organi. Sapevate ad esempio che dall'inizio della guerra circa ventimila (ventimila confermo) siriani hanno dovuto cedere un pezzo del proprio corpo, quasi sempre un rene?

Questo mercato occult, costituisce solo un 10% dei trapianti ma è in costante ascesa,  genera un giro di affari tra 840 e 1,7 miliardi di dollari. 
Compaiono, come in tutte le tratte, figure di biechi bastardi che chiameremo "mediatori" e che hanno provocato un aumento del 500% del costo illegale di un trapianto. 
Oltre alla Siria, i pezzi umani arrivano anche da Libano, Giordania, Turchia, Iraq, nord Africa. Sono sorte centinaia di cliniche private dove, tanto per non perdere la mano, si praticano anche aborti. 
Molti vendono per sopravvivere, altri per compiere i viaggi che tanto rompono le palle a noi occidentali. I broke, che Dio li strafulmini, reclutano, convincono, persuadono. Sono carogne viventi di questo sporco gioco che, alla fonte, prevede illuminati chirurghi lesti alla rapina e solerti nell'installazione nel corpo di un pagante. 
Una storia merdosa, come tante, troppe oramai affoganti buon senso, socialità e solidarietà.

Se avessimo un organo internazionale efficiente, attento alle carogne che oramai sono ovunque, vi sarebbe almeno una forma accennata di lotta. 
Ma l'Onu ha oramai la stessa importanza di una salumeria di un centro città, vive solo per distribuire dollari a quelle migliaia di infiascatori che lavorano dentro al palazzaccio di vetro newyorkese. 

Ma torniamo ai maledetti broker: agguantano la preda, fanno gli esami per verificarne la compatibilità con il compratore, indi mandano il venditore sotto i ferri per la nefrectomia. 

Successivamente il tutto tende a comparire ufficialmente come una semplice donazione, contento di consenso firmato. Il costo dell'operazione viene saldato da un terzo incomodo e gli accordi tra venditore e compratore sono saldati all'oscuro di tutti, nell'indifferenza generale. Un trapianto di rene costa al compratore tra i 20 e i 100mila dollari. Al poveretto che lo dona vanno solo dai 3 ai 5mila dollari. Oltre al danno anche la beffa dello sfruttamento! L'altro denaro viene inviato, tramite piccoli pagamenti incolti stati tra cui Francia, Germania e Stati Uniti. Il profitto degli ospedali egiziani ad esempio è di circa un milione di dollari a settimana. 
Il povero donatore una volta lasciato il rene, viene fatto sloggiare quasi subito dall'ospedale e la convalescenza comporta sanguinanti, immobilità e dolori, dolori. 

Immaginare i trafficanti sbattersi per trovare una casa al nuovo donatore, falsificare documenti, accordarsi per l'intervento, saldare con una miseria il poveretto insomma, muoversi nei meandri del mondo come un impiegato del turismo, mette ansia, rabbia e voglia di maledire chiunque attenti alla dignità dell'altro. 
Ripeto, senza una guida ed un controllo internazionale queste sono autentiche parole al vento, chiacchierate in osteria in una giornata plumbea. Non servono a nulla. Neanche oramai a piangerci sopra.