lunedì 26 giugno 2017

Perché



Perché non si può continuare in eterno a usare ideali di facciata, agendo poi nel senso opposto, cedendo consequenzialmente identità e valori in cambio della chimera dell'inamovibilità, del potere fine a se stesso.

Perché il messaggio era chiaro, anche il Clown lo doveva capire: il mescolamento di ideali alla Napolitano avrebbe scollato lo zoccolo duro di un partito oramai a distanza siderale da quello fondante la democrazia in Italia. E quando a Roma durante le amministrative il partito vinse nei seggi dei Parioli, qualcuno con qualche grano di sale in zucca, ammesso che ve ne siano ancora stati, avrebbe dovuto esternare, quasi gridare "ma dove cazzo stiamo andando?"

Perché l'alternanza è necessaria in ogni dove si voglia anteporre il bene comune alle necessità di clan, di caste e di gruppuscoli di ectoplasmi.

Perché non si devono sfanculare le reali necessità delle persone, inventandosi canovacci di panzane e credendo che alla fine l'ignoranza porti il popolino a votarti lo stesso, abbacinato da qualche foto, da qualche sesterzio, da qualche buffetto.

Perché tra razzismo ed accoglienza alla Cara di Mineo, senza una parvenza di formazione per un'ineludibile integrazione, nel rispetto delle regole, non vi è nessuna differenza.

Perché perdere Genova, il baluardo, la fortezza, la coriacea e Sesto San Giovanni, la rossa per antonomasia, fa meno male che averle viste in tutti questi anni trascurate, quasi irrise da lotte intestine senza dignità, da proclami al vento, da promesse di aria fritta, preferendo sinergie nei mondi finanziari e bancari, tanti anni fa al centro della lotta sociale dello stesso partito.

Perché La Spezia non ne poteva più di tanti cialtroni gonfiati all'ombra di ciarlate indegne, figlie di un canovaccio obsoleto per cui si è andati per anni a braccetto con gli avversari politici, prediligendo scelte stridenti il bene comune e, soprattutto, distogliendo l'attenzione cittadina dai gravi scempi ambientali e sanitari, dalle losche costruzioni mai utilizzate ed abbattute assieme alla giustizia, generando un consociativismo esasperato, opificio e laboratorio per il probabile accordo politico a livello nazionale con il sovrano dell'Era del Puttanesimo, rinato grazie all'insana azione del Clown e del suo entourage.

Perché se esistesse ancora la dignità, oggi stesso il Bomba e la sua corte presenterebbero le dimissioni irrevocabili vista l'enorme sconfitta politica avvenuta ieri, visto che questa è una sconfitta politica, pur se la claque del Comico rignanese, oltre a scomparire, ad evaporare, non avendo avuto neppure il coraggio e la dignità di metterci la faccia, sia in campagna elettorale, dove non si sono visti né a Genova, né in altri luoghi, quasi a voler sottolineare l'estraneità al momento, né dopo la debacle, risulta essere impegnata a teorizzare, a formare un partito quasi di centro destra, da amalgamare con quello del Puttaniere, per una nuova era di accozzaglie, trangugianti il bene pubblico.

Perché ora se ne devono andare tutte le muffe generatesi negli anfratti, nei meandri di oltre quarant'anni di statico immobilismo, di inefficienza travestita da operosità, di scelte di pochi senza il beneplacito di molti.


Perché deve tornare la lotta d'opposizione, con nuovi volti, con nuovi spiriti verso una destra infarcita di razzismo, molte volte però simile a questi neo-sconfitti, divenuti carburante per la tanto agognata alternanza, dea riparatrice e rigenerante.

domenica 25 giugno 2017

Articolo di fondo


domenica 25/06/2017
Giornalismo innovativo

di Marco Travaglio

Siamo sempre così a corto di buone notizie che, quando ne arriva una, è meglio sottolinearla con la solennità che merita: “Giornalismo innovativo: ‘La Stampa’ sul podio”. Di chi questo titolo? Della Stampa, che ieri ha chiuso in bellezza le celebrazioni per i suoi 150 anni di storia comunicando di essere arrivata addirittura terza col suo “team” ai “campionati mondiali di giornalismo innovativo”, tenutisi a Vienna per premiare “le redazioni per soluzioni nuove, creative ed efficaci a specifici problemi editoriali”. Gonfi di orgoglio per l’ennesimo successo internazionale del quotidiano della Fiat, e ora anche di De Benedetti (non più Carlo: Marco), ingiustamente sbertulato dalla vox populi come “La Busiarda”, ci siamo inoltrati nella lettura di quello che da sempre è uno dei nostri quotidiani preferiti. Cercavamo notizie – lo confessiamo, siamo un po’ pervertiti - sulla chiusura-indagini a carico del sindaco pd di Milano Giuseppe Sala, svelata il giorno prima in esclusiva dal Corriere. Siccome due giorni prima era giunta una chiusura -indagini gemella, quella a carico della sindaca grillina di Roma Virginia Raggi e La Stampa le aveva dedicato l’apertura della prima pagina (“Abuso d’ufficio e falso: Raggi verso il processo”), eravamo certi che il celebre team, dal podio viennese del giornalismo innovativo, avrebbe confermato anche stavolta la sua proverbiale imparzialità.

Grande è stato il nostro stupore nel non trovare l’atteso titolo di apertura: “Due falsi in atto pubblico e una turbativa d’asta: Sala verso il processo”. Anzi, di non trovare la parola Sala in tutta la prima pagina. È vero, la giornata era pregna di notizie ben più clamorose e imprescindibili, tipo “Oggi l’allarme ondate di calore”, “Caldo e look, due mondi inconciliabili”, “Le balene pedinate col Gps”, “Nell’oasi dove i frati fanno marmellate”, “Sorel: che noia essere bello, ora farò l’odioso”, “New York, cambia lo shopping tra vintage e outlet”. E niente, mancava proprio lo spazio per il sindaco di Milano. Che - lo ricordiamo, non essendo per nulla innovativi - rischia il processo non per i fatti gravissimi della Raggi (una nomina convalidata da Cantone e una frase detta su un’altra nomina), ma solo per aver truccato l’appalto più grande di Expo per favorire un’impresa al posto di un’altra. Una non-notizia, giustamente confinata a pag. 11 in basso a destra. Un quarto dello spazio dedicato ai veri fatti del giorno: “I veleni di Marra al telefono: ‘Virginia non ha le palle’” (accusa che costerà presto alla Raggi una nuova imputazione per millantata virilità) e “Allarme caldo in 10 città”.

Si badi bene, solo in 10 città: in tutte le altre o fa un freddo porco, oppure si dà irresponsabilmente per scontato che d’estate faccia caldo. È una vera sfiga che i mondiali di giornalismo innovativo fossero appena finiti: ancora 24 ore e, con questa prima pagina, La Stampa non arrivava terza, ma prima. Come minimo.

Non che il giornalismo innovativo sia un’esclusiva della Stampa, anzi. Da quando Elkann e De Benedetti sono saliti all’altare malgrado la differenza di età (come Macron e Brigitte), con affettuosi scambi di quote e di direttori, anche Repubblica ne risente per contagio. Infatti mercoledì apriva con uno squillante: “Falso e abuso, Raggi verso il processo”. Ieri avrebbe potuto fare altrettanto col sindaco di Milano. Ma sarebbe stato giornalismo antico e pure monotono: non innovativo, ecco. Così Repubblica ha deciso di non scrivere una riga in prima pagina su Sala. Poi però deve avere scoperto che lo faceva anche La Stampa, e allora ecco un surplus di innovazione: zero tituli su Sala e ben due sulla Raggi. Massì, abbondiamo, abbondantis abbondandum! “Marra: ‘Raggi più principessa che sindaca’” (presto la nuova accusa di millantato credito) e “Il falso mito del dilettantismo” (vibrante intemerata contro il M5S incapace di governare: mica come gli altri, capacissimi di indebitare Roma per 15 miliardi, Torino per 3, l’Italia per 2.270).

Ma, si sa, a far a gara a fare l’innovativo, troverai sempre uno più innovativo che ti innova. Tipo il Messaggero: nessun titolo in prima su Sala e due sulla Raggi, come Repubblica. Ma con un quid d’innovazione in più: uno dei due titoli è falso. “‘Marra gestì la nomina del fratello’. Così Romeo smentisce la Raggi”. In realtà Romeo non smentisce una cippa: la Raggi rivendica a sé e all’assessore Meloni la valutazione e la scelta di Raffaele Marra alla direzione Turismo; Romeo dice che Raffaele Marra, “da direttore Risorse umane, diede concreta attuazione a tutta la procedura di interpello voluta da Virginia Raggi che ha portato, tra l’altro, alla nomina di Renato Marra sotto Meloni”. L’interpello riguardava la rotazione-promozione di decine di dirigenti disposta dalla Raggi: Marra eseguiva e forniva i pareri normativi e tecnici, come tutti i capi del Personale del mondo. Fantastico poi il titolo del Messaggero a pag. 7, innovativissimo: “L’avvocato di Grillo: ‘Se Virginia patteggia, M5S le toglie il simbolo’”. Siccome la Raggi ha già smentito propositi di patteggiamento, con la stessa logica si potrebbe titolare: “L’avvocato di Renzi: ‘Se Sala svaligiasse una banca, il Pd sarebbe perplesso’”. Per fortuna, oltre al Fatto, anche il Giornale e Libero, ben poco innovativi, sbattono Sala in prima pagina. Ma solo per assolverlo. Sallusti: “Sala non è la Raggi e l’efficienza non è reato”. Giusto: truccare appalti non è reato, è efficienza. Senaldi (Libero): “Indagano Sala perché ha fatto l’Expo”. Come dire, per il medico che squarta i pazienti: “Lo indagano perché fa il chirurgo”. O, per il marito che ammazza la moglie: “Lo indagano perché s’è sposato”. L’Unità è momentaneamente in ferie: la sostituiscono il Giornale e Libero.

Lecita domanda


 

Ancora!



Urgenza


 

Articolo commemorativo


- Sempre dalla parte giusta, quindi sempre fuori da tutto -
Un signore e un amico. Da tempestare ogni giorno per interviste, pareri, consigli. E lui faceva i salti mortali per non farci mai mancare la sua voce

di Marco Travaglio | 24 giugno 2017

“Marco, come sta tua figlia? Dammi notizie!”. Stava già malissimo, il 5 giugno. Eppure, appena lesse che la mia Elisa era rimasta schiacciata nella ressa di piazza San Carlo, mi telefonò per avere notizie, con la solita voce squillante e calma, cantilenante e ottimista. Come se stesse benissimo.
Stefano Rodotà era anche questo: un vero signore e un amico caro. Mio e del Fatto. Uno di famiglia, da tempestare ogni giorno per interviste, pareri, consigli. E lui ogni volta faceva i salti mortali, tra una conferenza e una galleria (era spesso in treno), per non farci mai mancare la sua voce. Fino all’ultimo, il 23 maggio, quando ci spiegò perché era giusto e doveroso mettere in pagina l’intercettazione dei due Renzi su Consip perché “di assoluto rilievo pubblico”.
Trovava sempre le parole, i toni, gli argomenti giusti. Quando immaginiamo a chi vorremmo somigliare, il primo che ci viene in mente è lui: un hombre vertical intransigente ma pacato, combattivo ma sereno, politico ma etico tanto da non sembrare nemmeno italiano. E quando sentiamo proprio il bisogno di invidiare qualcuno, pensiamo ancora a lui.
Un uomo sempre dalla parte giusta: quella della Costituzione (contro Craxi e gli altri corrotti di Tangentopoli, contro B. loro degno epigono, contro la Bicamerale di D’Alema&B., contro le presunte riforme scassa-Costituzione di B. e poi di Renzi) e dunque della laicità, della legalità e dei diritti.
E dunque, nel Paese più bigotto, corrotto e autoritario d’Europa, sempre fuori da tutto. Non credete ai politici e ai tromboni del cordoglio automatico e del lutto posticcio: a quelli Rodotà non piaceva, e ricambiava.
Il vuoto della sua scomparsa lo avvertiranno molti cittadini, ma i politici e gl’intellettuali da riporto sentiranno solo un grande sollievo: una spina nel fianco in meno. Quand’era presidente del Pds e nel 1992 fu candidato alla presidenza della Camera, a sbarrargli la strada per conto della peggior partitocrazia fu Giorgio Napolitano.
Lo stesso che gli fu naturalmente preferito nel 2013, quando il popolo della Rete votò Rodotà fra i tre presidenti della Repubblica preferiti alle Quirinarie dei 5Stelle e, dopo le rinunce di Gabanelli e Strada, Grillo lo candidò al Colle con l’appoggio di Sel e della base del Pd.
Un gesto che, se anche fosse l’unica cosa fatta dai 5Stelle in tutta la loro storia, potrebbe già bastare e avanzare per non renderla vana. Per qualche giorno gli eterni padroni d’Italia furono pervasi da un brivido di terrore: ma come, un uomo colto e perbene che non si può né comprare né ricattare, un nemico dei compromessi al ribasso, un cultore dei beni comuni, un innamorato della Costituzione e del popolo sovrano, insomma un “moralista” e “giustizialista” (lui, vero garantista a 24 carati) sul Colle? Ma siamo matti?
Quanti di noi, in questi quattro anni, hanno provato a immaginare come sarebbe l’Italia se il Parlamento avesse eletto lui: forse avremmo conosciuto la nostra prima rivoluzione, quella della Costituzione.
Certo non avremmo rivisto al governo B., Alfano, Verdini e altre sconcezze. 
Certo non avremmo questa Rai di regime. 
Certo avremmo ancora lo Statuto dei Lavoratori. 
Certo il governo non avrebbe potuto truffare 3,3 milioni di cittadini col trucco dei voucher.
L’ultima battaglia referendaria in difesa della Carta fu un onore e un privilegio, anche perché ci consentì di combattere al suo fianco e, tanto per cambiare un po’, vincere.
La sera del 2 dicembre, al teatro Italia di Roma, eravamo tutti insieme per dire che “La Costituzione è Nostra”. Stefano si alzò nel teatro gremito e fu sommerso dai cori “Presidente! Presidente!”. Sarebbe stato un perfetto capo dello Stato, ma anche un ottimo premier, ministro, giudice costituzionale.
Tutte cariche dovute, dunque mai ottenute. Grazie, Stefano: sarai sempre il Presidente che non ci siamo meritati.

Dissero