venerdì 9 giugno 2017

Pensierini


Due, solo due pensieri emergono dalla smargiassata di ieri in Parlamento, dove un partito di maggioranza intimorito, come la signora Alexander alla vista del fallo gigante in mano ad Alex in Arancia Meccanica, al solo pensiero di votare l'emendamento che avrebbe oscurato la libido di imporre candidati prescelti dall'Egoriferito e da suo zio Puttaniere (se non facessero "fascisticamente" così chi voterebbe ancora la Bella Etruriana o "ControlC" Madia o Gasparri e brodaglia simile?) decide, fingendo orrore, di ammazzare la legge su uno scoglietto quasi insignificante, l'estensione della spirata legge modello tedesco nel Trentino Alto Adige.
E qui nasce il secondo pensiero: quelle terre tanto spasimanti di abbandonarci, dove quando parli la lingua corrente italica fingono addirittura imbecillemente di non capirti, hanno un partito che si chiama Sudtirole Volkspartei (SVP) il quale vegeta grazie ad un accordo prevedente che in quelle terre solo sulla carta sognanti il teutonico, regni il collegio uninominale che porta più seggi a questi folletti ululanti in pantaloni corti ricordanti i leghisti che mentre sbraitavano Roma Ladrona, approfittavano del sontuoso desco preparatogli dall'amico Pervertito.
La colpa hanno tentato di indirizzarla al M5S, da buoni viscidi. Gli è andata male. I serpenti sono al loro interno. Con vista vitalizio a settembre pagato, al solito, da noi.

Articolo


Una grande Daniela Ranieri ci scannerizza il Bomba Ecologico!


venerdì 09/06/2017
Renzi mimetico: ora è ambientalista

di Daniela Ranieri

È difficile non scrivere una satira (Giovenale: “Difficile est satiranon scribere”) sulla capacità mimetica di Matteo Renzi. È come Alberto Sordi, a cui bastava uscire di casa per assorbire modi di dire e caratteri di Roma. Lui orecchia, annusa ciò che funziona, e poi lo ripropone rimasticato. È una spugna. Un avatar. Un mimo.
Il Renzi che appare, il Renzi fenomeno, sfarfalla sotto i nostri occhi. Egli è Legione. Blairiano, poi obamiano, poi marchionniano, se annusa una sinistra che vince si ricicla sbandieratore rosso; se i sondaggi danno avanti Grillo lui diventa populista (“Vuoi meno politici? Basta un Sì”); se vince Trump, fa l’anti-sistema (“Penso che Trump abbia interpretato il cambiamento in maniera più radicale rispetto alla Clinton”). Adesso è macroniano.
Lo ricordiamo tra i giovani dem vincenti, festeggiare non si sa cosa alla festa dell’Unità di Bologna nel 2014: (quasi) tutti belli, camicia bianca sciancrata in vita, taglio di capelli da generazione Erasmus assurta a capo delle fonderie di idee della sinistra europea. Per niente schizzinosi coi poteri forti, liberisti risolti, sentimentali col popolo, concreti coi padroni, spicci coi sindacati. Si narra che quel giorno al Ristorante Bertoldo Renzi indossasse una camicia celeste, poi rimpiazzata con mossa camaleontica con un capo in popeline bianco per la photo opportunity (se avesse tenuto la giacca avrebbe potuto indossare una pettorina, come Totò quando si finge cameriere). “È il patto del tortellino”, consegnò alle agenzie, un “patto generazionale” per “cambiare verso all’Europa”.
Come nelle barzellette, c’era un francese, un tedesco, uno spagnolo, un olandese e un italiano. Masticavano prosciutto di Parma lanciando parole di sinistra: “Uguaglianza! Compagni! Giustizia sociale!”. Valls, dimessosi da premier, sconfitto alle primarie, ha chiesto asilo a Macron, che l’ha messo alla porta; l’olandese Samsom, che gustava tortellini e gridava “I want my Europe back!”, è uscito a pezzi dalle amministrative del 2016; Sanchez, “il Cary Grantlatino” o, a scelta, “il Matteo Renzi di Spagna” (Le Monde), sfiduciato dal partito si dimise da segretario e da deputato; il tedesco Post è stato tagliato dalla foto come Trotsky. E poi c’era l’italiano. Cinto dall’aura di commedia che si porta sempre dietro. Assediato da groupie in delirio, cameratesco col ristoratore, in una selva di selfie.
Poi vince Macron. Renzi gli copia lo slogan. Si lucida le scarpe. Si pettina. Fosse nelle sue facoltà imiterebbe la parlata da allievo dell’Ena, ma si sente che è di Pontassieve.
Tra i temi della start-up di En marche! c’è la lotta al cambiamento climatico. Renzi ritira fuori il clima dallo scatolone dei trucchi, dove era finito dopo la corsa a sindaco di Firenze e le primarie contro Bersani. Macron invita gli scienziati americani in Francia dopo la scelta di Trump di abbandonare i patti di Parigi; Renzi twitta: “Oggi si stringe il cuore di chi ama il futuro #clima”. Organizza fiaccolate su Instagram. Scrive temini: “Siglare all’Onu l’accordo sul clima è stata una delle emozioni più grandi della mia esperienza di Governo. Quando ho apposto la mia firma… ho provato un brivido”. E poi, nel più totale nonsense: “Noi crediamo al futuro, costi quel che costi”.

Il neoliberista sfrenato che invitò gli italiani a non andare a votare al referendum sulle trivelle parla come un attivista di Greenpeace. Il capomastro dello Sblocca Italia, il decreto suo e di Lupi che consente di costruire ovunque, anche sulle coste, stante il silenzio-assenso delle Soprintendenze sempre più esautorate e impoverite, pare un discepolo di Al Gore.

Risultati albionici



giovedì 8 giugno 2017

Chi avrà ragione!


Ecco i due interventi in merito al pasticcio di questa mattina a Montecitorio che ha bloccato l'iter della legge elettorale.

Questo è quello che scrive Beppe Grillo:

Ma dai, PD. Far saltare tutto per il Trentino Alto Adige. Ma potevate dircelo, vi davamo anche la Val d’Aosta. Poi escono questi fantasmi dal passato, questo signore di 90 anni che ancora dà moniti e dice «non bisogna andare alle elezioni». Poi c’è De Benedetti, un imprenditore che ha causato catastrofi naturali nelle sue aziende, che dice «non bisogna andare a votare». 
Dai Pd, siate sinceri. Diteci il perché. Ci sfugge un po’ questa cosa. Se ce lo dite, noi ci ritiriamo, e vi fate una leggina con lo psico-nano, con Dudu. Vi fate una bella leggina, democratica, meravigliosa, e fate quello che volete, coi vostri franchi, genuini e liberi tiratori. Prodi se li ricorda, eh!
Ditecelo, noi ci ritiriamo e vi fate una bella leggina come piace a voi. Democratica… Certo, non tutta l’Italia sarà coinvolta nella legge elettorale. Noi volevamo esagerare, avevamo pensato di coinvolgere tutta l’Italia. Ma noi siamo ancora indietro, voi siete avanti col pensiero. 
La colpa? Non lo so. Questa è psicologia, è paranoia, siamo nel campo degli psicodrammi. Quindi, per seguirvi dovrei chiamare il mio neurologo che adesso è dall’analista.
Dai, ditecelo. Mandatemi anche due righe, giuro che non le pubblico. Ma spiegateci. Non volevate andare a votare? È colpa del maggioritario? Del proporzionale?
Sarebbe stata una legge perfetta. Bella. E voi avreste goduto, anche. Ma siete masochisti, lo so. L’avevamo proposta noi e questo, per voi, era una gastrite neurologica. Non potevate sopportarlo. 
Dai, fatemi una telefonata. Me lo dite, e noi ce ne andiamo in Trentino.

E questo è quanto sostiene il PD per bocca di Ettore Rosato.

Oggi #M5S ha dimostrato cosa vale la loro parola: nulla, nulla, NON VALE NULLA! E lo dice chi più di altri si è speso dicendo che era possibile parlare con un gruppo parlamentare in maniera normale, pensando che ci potessero essere degli interlocutori che avessero a cuore l'interesse del Paese prima che l'interesse di parte. Questo non è accaduto"





Fatto di cultura




Il problema è che sono ricchi, ricchissimi e possono far quel che vogliono. Nella foto il minuto di raccoglimento per i morti di Manchester prima della partita di qualificazioni mondiali Australia - Arabia Saudita. 
Notate nulla di strano? 
Gli arabi, incuranti, se ne stanno allegramente sparpagliati in campo, senza un minimo di rispetto. Diranno in seguito che non fa parte della loro cultura la commemorazione. 
Bene! Intanto però li sbatterei fuori dal mondiale. Ma siccome sono ricchi, ricchissimi nessuno dirà nulla in merito, il pazzo con lo scoiattolo in testa men che meno! 
Gli ha appena venduto un centinaio di miliardi di armi! 

Che dire se non vaffanculo? (ce l'ho nella mia cultura)

Uso rigenerante


A volte è salutare leggere articoli solo in apparenza arzigogolati. Prendiamo quello di oggi su Repubblica cultura dello scrittore Paolo Di Paolo. 

Ve lo propongo:

Ma quanto sono saggi i veri romanzi
PAOLO DI PAOLO

Che cosa ci aspettiamo, oggi, da un romanzo? La risposta — con un po’ di sincerità e di coraggio — sarebbe questa: poco. Genere ipertrofico e tutt’altro che moribondo, stinge comunque nella calca di narrazioni diverse, più convinte e ipnotiche. Quale lettore va in libreria aspettandosi qualcosa in più che “una storia”? Parecchi scrittori, d’altra parte, tendono a smarcarsi da qualunque ufficio che non sia quello di puri storyteller: raccontiamo storie — ripetono come dischi rotti — non vi aspettate altro, non ci chiedete idee, impegno, interpretazioni, non ci chiedete niente. È giusto così? Di sicuro suonerebbe insolito, se non paradossale, sentir teorizzare nel 2017 una volontà di «dominio intellettuale sul caos dell’esistenza» attraverso il romanzo. Eppure — come racconta Stefano Ercolino, docente di letteratura comparata a Seul — a narratori come Robert Musil, Thoman Mann o Hermann Broch, cent’anni fa, pareva tutt’altro che assurdo. 
Nelle dense pagine di Il romanzo saggio (Bompiani, traduzione di Lorenzo Marchese, pagg. 300, euro 13), Ercolino esplora il passaggio che, dalla crisi del romanzo naturalista ottocentesco, porta a una forma nuova e più ambiziosa: quella in cui assorbe un contenuto saggistico. Il romanzo resta romanzo, resta finzione narrativa, ma assorbe uno strato concettuale e argomentativo, un nucleo di idee; lo mimetizza, lo camuffa, lo cala nei dialoghi fra personaggi. Il decadente Huysmans, a inizio ventesimo secolo, confessa l’urgenza di «infrangere le barriere del romanzo, di farvi entrare l’arte, la scienza, la storia», di usarlo come una cornice in cui «inquadrare lavori più seri». Si tratta di un’ansia condivisa: la necessità di aprire la letteratura a diverse esperienze conoscitive — nuove dottrine filosofiche, biologia, scienza politica — di sentirsi meno impotenti di fronte alle trasformazioni sociali, alla complessità — questa la parola chiave — del presente.

Il romanzo-saggio, da Controcorrente a La montagna incantata, frena — spiega Ercolino — «il dipanarsi dell’intreccio, determinando un effetto di sospensione, di dilatazione, di rarefazione o, in certi casi, anche un’esplosione dell’intreccio». Una sorta di esorcismo formale, così la chiama lo studioso, della pressione del tempo storico, «talmente ambiguo e minacciosamente complesso da richiedere una reazione sia difensiva, che critica».
Vi ricorda qualcosa? In un’epoca di turbolenze altrettanto forti, pochi cercano risposte nei romanzi. Pur amandoli, oggi diamo quasi per scontato che esse non siano lì. E tuttavia, scrittori meno contagiati dal disimpegno dominante, compiono ancora uno sforzo non dissimile da quello, mettiamo, di Mann: «Fornire un’immagine di un mondo sull’orlo del precipizio», un mondo la cui complessità è percepita come schiacciante. Il fatto è che — da lettori o da critici — ce ne accorgiamo poco e male, né lo rileviamo a dovere: tutt’al più, ci concentriamo su reportage narrativi e cosiddetta non fiction. Ma interamente fiction è, per esempio, Exit West (Einaudi): Mohsin Hamid resta nel territorio dell’invenzione, e da lì prende di petto il presente. Migrazioni globali, terrorismo, identità, confini: nella storia d’amore fra Nadia e Saeed c’è tutto questo, ma l’attualità non raggela — come spesso si teme — la narrazione, semmai la intensifica e dà sostanza a uno straordinario romanzo fiabesco- politico, a un saggio emotivo travestito da romanzo: «Aveva la sensazione di essere emigrata anche lei, che tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, perché non possiamo evitarlo. Siamo tutti migranti attraverso il tempo». Non c’è un solo nodo di questi anni che Hamid non sfiori e non renda più visibile, in una storia che gioca con l’invisibile, con il magico, con l’irreale.

Su temi vicini, un coetaneo dell’anglo-pakistano Hamid, il francese Mathias Énard, aveva costruito con Bussola (e/o) un’impressionante meditazione sui rapporti fra Occidente e Oriente. Adoperando uno fra gli stilemi più tipici del romanzo- saggio: la dissertazione dialogica, e facendo interagire «due fumatori d’oppio ognuno dentro la sua nuvola». Énard alza parecchio l’asticella, costringe il lettore a un tour de force speculativo, ma senza perdere di vista un pur esile sviluppo di trama amorosa.
Ercolino, nel suo libro, non si spinge fino ai nostri anni: si limita a citare in un elenco Infinite Jest di Wallace e Le particelle elementari di Houellebecq, scrittore,
quest’ultimo che nel più recente e discusso Sottomissione non solo mette in gioco i rapporti fra Islam e Francia contemporanea, ma offre al lettore uno strepitoso saggio implicito — guarda caso — su Huysmans. Mentre Rushdie e Shteyngart promettono ciascuno un romanzo su Trump (Howard Jacobson, con Pussy, l’ha già scritto), l’infaticabile Joyce Carol Oates ha appena pubblicato A Book of American Martyrs, in cui fa esplicitamente i conti con aborto, religione, pena di morte, terrorismo.

Si potrebbero aggiungere alla lista narratori sempre pensosi come Coetzee e Naipaul, o l’Amos Oz di Giuda, l’iperletterario Vila- Matas, che in Kassel non invita alla logica ragionava sull’arte contemporanea e in Mac y su contratiempo, ora in cima alle classifiche spagnole, insiste ancora una volta sul rapporto tra realtà e finzione. Ma non si tratta di canoniche digressioni: Jeffrey Eugenides, con La trama del matrimonio, riesce a nascondere dentro un romanzo tradizionalissimo un illuminante saggio di narratologia (nel titolo, la parola “plot” non è casuale). Zadie Smith, con la stessa naturalezza del precedente Sulla bellezza (titolo apertamente saggistico), in
Swing Time, uscito per Mondadori, ragiona sulla costruzione dell’identità attraverso la danza. Ercolino lo definirebbe un saggio «in indiretto libero», perché il racconto che la protagonista fa di sé, la sua “confessione” assorbe e adatta la zona saggistica del testo.
Azzarda anche di più il trentenne olandese Joost de Vries: titolo saggistico pure in questo caso — La Repubblica, uscito per Bompiani — per uno pseudo-thriller accademico che si rivela via via un saggio filosofico centrifugato in cui la Repubblica di Weimar, i baffi di Hitler, i neutrini, Woody Allen e una ragazza coltissima servono a ragionare su verità e immaginazione. «Ci rifletti mai su queste cose?» domanda un personaggio a un amico, a brutto muso, ma forse lo sta chiedendo soprattutto al lettore. Per non lasciargli pensare che un romanzo sia solo una storia.

Tra gli storici maestri del genere, l’Huysmans di “Controcorrente” e il grande Thomas Mann Ora a tenere alta questa tradizione ci sono Hamid, Vila-Matas, Eugenides e Amos Oz.

Salutare perché? 
Perché anzitutto mi pone difronte alla mia ignoranza letterale. Mi indispone mentalmente, portandomi nuovamente nelle terre della dispersione cognitiva, luogo abitato da tutti coloro, come il sottoscritto, che han trascorso gran parte della vita ad infiascare aria, cioè a cibarsi del nulla. 
Scorrendo gli autori richiamati da Di Paolo m'agghiaccio dinanzi alla mia imperizia, alla staticità mentale, alla disinformazione culturale che m'abbraccia da sempre e che purtroppo, visto il cammino ancora da fare, mai riuscirò a riempire, a conoscere, a comprendere in toto. 
Si dirà che è impossibile saper tutto di tutti, che il riempirsi di ciò che l'Uomo buono è riuscito ad estrapolare alle Arti, è cosa umanamente impossibile. Si, è vero. I tuttologi esistono soltanto nelle fiabe. Qui però sono difronte ad un'urticante sensazione di sfacelo intellettivo frutto di lustri trascorsi ad aspettare sera, a non contar il tempo perduto, ad evitar di colmare il saccello elargitomi fin dalla fondazione del mondo. 
Non conosco quasi nessuno degli autori citati da Di Paolo. E mi dolgo di non averlo fatto, di non essermi abbeverato per poter svicolare degli anfratti adiposi incombenti ogni dove del Nulla, scorticante dignità e sopratutto sinapsi. 
Verrebbe da chiedersi, ogniqualvolta capiti tale sciagura, del perché comportamentale visto che la gioia dell'apprendere ha pochi eguali in fatto di soddisfacimento personale. Rimanere nell'attenzione, nel ruminar pensieri, nell'apprezzare paragrafi scatenanti guerre intestinali e personali tra chi, nella psiche, vorrebbe un "Io" guerriero e la parte di chi lo pretende sfiduciato, vinto, prostrato. Questa è la battaglia quotidiana, lo sforzo perenne, il movimento all'immoto. 
Vorrei gridarlo a tanti, troppi, giovani di oggi che vedo ricalcare le mie miserrime orme: non imitatemi! Ed abbeveratevi alla Cultura. Per voi e, soprattutto, per noi. 



Lui raddoppia


Difficile trovare negli annali degli incompetenti di tale vastità e portata, come i ministri, i sottosegretari di questa Era rignanese. 
Cassate riforme costituzionali, per fortuna, mandate al macero riforme della pubblica amministrazione, quelle di "ControlC Madia", ecco stagliarsi in questo brodo primordiale un signore della vecchia politica, un uomo per tutte le stagioni, un totem dell'immobilismo più becero, Dario Franceschini il quale, in tema di figuracce addirittura raddoppia!
Dopo aver fatto sbellicare il mondo con la nomina dei direttori dei musei bloccata dal Tar per via di una legge di inizio millennio, voluta dallo stesso, ecco un'altra stangata per il ras ferrarese: la creazione del parco archeologico del Colosseo accorpato alla Domus Aurea e al Palatino.
Fermo restando l'inadeguatezza sua al ministero della Cultura, si assiste ad un altro scempio: l'assenza di decorose dimissioni da parte di tali politicanti vogliosi dell'inamovibilità.
Si sa, la vergogna non è più presente nel loro mondo; tutto continua a girare, come se nulla fosse, incurante di sberleffi e attacchi alla dignità personale, anzi: prevale l'insensibilità, la tritatura delle malefatte, l'insofferenza per i commenti avversi e, soprattutto, la smania di proiettarsi verso nuovi orizzonti, verso le scontate rielezioni per un'immortalità politica regnante solo in queste nostre povere lande oramai solitarie, ove codesta casta immorale continua a vegetare negli agi, alle nostre spalle naturalmente!