Sfido chiunque a non parteggiare per il figlio maggiore, quello che lavorando con il padre si è fatto un mazzo così e per ricompensa non ha avuto nenche un capretto per far festa con gli amici!
Eppure il brano del Vangelo di questa domenica, stravolge risentimenti, rancori, figli nobili, anfratti ove sentirsi salvi e al riparo, logiche notarili, combutte, giustizialismo sommario. Un rimescolamento provocante dissapori ed invidie, condiviso solo perché scritto nel Libro e a noi non appartenente, rivolto com'è a quella sfera tanto comoda ed usata da fungere da ottimo sentiero praticato dal nostro pressappochismo: "gli altri".
Immaginarsi un tale ragionamento da presentare a qualche riunione famiiare ove ci si scanna per un pugno di terra o ad un Rotary, ad un incontro massonico, ma anche in un semplice ambiente vieppiù genuflesso, dona certezza di derisione, di scherno simile a quella di S.Paolo all'Areopago ateniese.
La parabola del Padre Misericordioso riesce a flashare nell'animo nostro il suo Amore senza limiti, l'enormità della sua ricerca, la pazienza per il ritorno a casa di tutti coloro che, dissipando fortune e talenti, svuotandosi di ogni dignità, sono disposti a tutto per risentire l'Affetto, l'insenatura gratificante, la carezza senza fine, che riportando alla dimensione di figli, sprona il cuore ad intravedere bellezza e soavità. Quel braccio al collo gioioso, quell'abbraccio paterno al ritornante, squarciano il nostro buio al pari della manifestazione sul Tabor, ove Pietro uscendo fuori di testa, straparla godendo della visione. Cosi in questa parabola, dopo aver travalicato la prima reazione di diniego, percepiamo tutta l'immensa accoglienza, la voglia di far festa che il Padre ci proporrà, indistintamente, senza remore né preconcetti.
E quel fratello maggiore, che chiama "tuo figlio" e non "mio fratello" il dissipatore di fortune ritornante a casa, siamo noi quando non ci capacitiamo che i nostri pensieri non siano i suoi pensieri. La nostra giustizia, il giudicare gli altri dall'alto di chissà cosa, è anch'esso un partire, un distaccarsi dal regno del Padre, dissipando altresì ogni dono acquisito nel mare scuro del rincrescimento, della differenziazione generatrice caste, disparità, sofferenza e povertà. Ogni tanto occorrerebbe guardare alto, sfrondando muri e concetti ancoranti noi stessi nella mefitica e soporifera normalità. Guardare lontano per intravedere il Padre che ci sta attenendo per mangiare, assieme, il vitello più grasso. Per far festa per il ritorno di noi, ancora qui in preda ad un'atavica fame inconcludente, senza più risorse e oramai già distolti dalle ghiande destinati ai porci.
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 6 marzo 2016
Scuola italiana
Il despota Erdogan commette un'imperizia pacchiana, commissariando il giornale Zaman, il più diffuso della Turchia e contrario alle sue scellerate politiche. Sarebbe bastato che lo avesse fatto comprare da potentati economici a lui compari è tutto si sarebbe risolto con qualche buffetto amichevole.
Bastava ci telefonasse, che siamo maestri nel genere e tutto si sarebbe risolto senza clamore! Sing!
Bastava ci telefonasse, che siamo maestri nel genere e tutto si sarebbe risolto senza clamore! Sing!
sabato 5 marzo 2016
Bill?!!!
Bill vedi come ci si riduce a lasciare la Band? Loro sono in America Latina, il 25 Mick e gli altri suoneranno a Cuba!!
Time are on their side, Bill!
Time are on their side, Bill!
Per amore?
No, non è il padre della sposa bensì il neo marito, Rupert Murdoch. Lei è Jerry Hall, ex moglie di Mick Jagger.
Jerry è innamoratissima del re dei media. Pare veda il suo sorriso stagliarsi nel cielo anzi, in the Sky!!!
Jerry è innamoratissima del re dei media. Pare veda il suo sorriso stagliarsi nel cielo anzi, in the Sky!!!
Comatosi e lettori
Quindi un'unica voce a caratteri si alzerà dalla
Liguria, dopo l'unione di Repubblica, Secolo XIX e La Stampa.
Gran brutto segnale per gli spiriti liberi, pessimo
presagio per la stampa cosiddetta libera.
Gli Agnelli che lasciano il Corriere è il lampante
esempio di come possedere un quotidiano importante, sia indispensabile per chi
deve proseguire il saccheggio arbitrario capitalistico sino a quando ne veda
l'utilità.
Loro, poveracci, sono dovuti volare in altri lidi con
le loro proprietà non perchè più nobili o socialmente all'avanguardia, ma in
quanto più economici sul fronte tasse.
De Benedetti acquista un potere editoriale senza pari
in Italia, simile a quello mediatico del suo avversario politico di sempre,
l'oramai esausto Pregiudicato.
La Repubblica, trasformatasi da qualche tempo in
mansueto servitore per le scellerataggini del Bimbo Arrogante Toscano, sarà il
valido appoggio per le campagne di "induzione alla palla", arte
nobile del potere fiorentino vigente.
Non comprare più Repubblica, dopo oltre trent'anni di
lettura, è scelta che ritengo saggia, eccezion fatta per l'edizione domenicale
ove la sezione cultura è ancora inarrivabile dalle altre testate.
L'editoria italiana, silenziosamente, pare aver
accetto questo monopolio nascente, questa corsa del potere alla ricerca di armi
per iniettare positività e pseudo soluzioni pregne di fittizia energia mai
scalfente gli atavici problemi peninsulari.
L'unico giornale che ancora ritengo tale è il Fatto
Quotidiano, che si autofinanzia autonomamente e su cui spesso leggo notizie,
introvabili in altri quotidiani, descriventi situazioni da malato terminale di
questa nostra nazione che corruzione, consociativismo sfrenato e indecenza
politica hanno devastato nel corso di questi beceri ultimi anni.
Passera
L'ex banchiere Passera, in cerca di visibilità e linfa
politica, ha pubblicato il libro "Ricomincio da Cinque" che avrà un
impatto letterario simile ad un intervento della Picierno alla Sorbona.
Durante la presentazione della fatica libraria, nulla
al confronto della parossistica sensazione che proverranno gli audaci lettori,
ha posato con la moglie, in attesa del quinto figlio.
Da notare come la
prudenza anche per un ex banchiere non sia mai troppa! La consorte infatti
preferisce portarsi al collo le fortune di famiglia!
Inimitabile
Selvaggia Lucarelli commenta la finale di Masterchef.
Al solito un articolo inimitabile!
LA FINALE
Masterchef 5, la “scarpetta” trionfa sulla cucina
fighetta
HA VINTO LA CONCORRENTE CHE SEMBRA USCITA DA UN ORTO
di Selvaggia Lucarelli
La finale della quinta edizione di Masterchef ha
provocato un’indignazione nel paese che non s’era vista neppure ai tempi di
Mani Pulite. Non escludo neppure che di qui a pochi giorni si organizzino lanci
di monetine di cioccolato fuori da Villa Crespi, per punire il Bettino Craxi di
Masterchef 5: Antonino Cannavacciuolo. È lui infatti il principale bersaglio
del pubblico perché ritenuto colpevole di aver favorito spudoratamente la
vincitrice Erica, una che a detta di chi non ha perso una puntata del talent
culinario, capisce così tanto di cucina che riuscirebbe a infornare a 200 gradi
l’insalata. Una che preparerebbe piatti banali, fuori tema, immangiabili come
se poi questo non fosse l’unico talent al mondo in cui lo spettatore non sa
proprio una beata cippa della materia valutata dai giudici, visto che fino a
prova contraria sono loro ad assaggiare, a masticare, a ingurgitare piatti in
cui finiscono troppo sale o troppo pepe o troppe lacrime e in qualche caso pure
qualche pelo.È per questo che a me la finale di Masterchef 5 non solo è
piaciuta parecchio, ma l’ho trovata onesta e liberatoria, perché ha sancito in
via definitiva la dittatura del gusto (e quindi dei giudici) contro quella
dell’estetica, della tecnica e della cucina fighetta (e quindi del pubblico
petulante che solo “guardando” pensa di saperne più di chi assaggia e pure con
qualche stella Michelin appuntata sul petto).
Era una gara tra due mondi: i piatti di Alida li
guardavi, quelli di Erica li mangiavi e pulivi pure il piatto. Ed è per questo
che alla fine Erica ha prevalso
E poi diciamolo. Erica sarà pure arrivata in finale
con qualche inciampo di troppo, ma è quella che la finale se l’è giocata
meglio. Gli altri due, Lorenzo e Alida, hanno messo nei piatti le loro paure
(Lorenzo quella di non avere abbastanza personalità e ha cucinato piatti
anonimi, Alida quella di non essere perfetta e ha cucinato piatti troppo
sofisticati), Erica il suo riscatto. Lorenzo il macellaio poi, partiva con uno
svantaggio notevole, ovvero, rispetto alle altre due, il non aver avuto
tragedie familiari con cui commuovere il pubblico. Né un lutto recente, né una
fidanzata scappata con un cubano, né un mignolo affettato per sbaglio mentre
spellava un pollo, niente di niente.
Alida in compenso era una tragedia con la coda di
cavallo. Una a cui Cracco diceva “la pasta è un po’ scotta” e piangeva come se
Cracco le avesse ammazzato il cane in retromarcia.
Erica poi non ne parliamo. Ragazza madre, aria da elfo
spaurito, qualsiasi cosa cucinasse la chiusura non era mai “è troppo cotto” o
“la prossima volta metti meno olio” ma “non hai avuto una vita facile”.
Eppure, in finale, Erica ha vinto con una certa
facilità. Dopo che Lorenzo è uscito tentando di replicare un piatto che aveva
più ingredienti e componenti della bomba H, dopo che Alida ha tentato di
replicare una salsa al cetriolo che ha devastato la sua autostima perché “il
verde era meno verde dell’originale” e pur di azzeccare quel tono di verde
c’avrebbe frullato pure sei cimici dentro, lei ha cucinato le animelle latte
limone a caffè con sorprendente maestria. Tra parentesi: io piuttosto che
mangiare animelle e caffè mando giù le pastiglie per la lavastoviglie.
La sfida finale con Alida è stata tutta in discesa.
Mentre l’altra battezzava la sua idea degustazione “Equilibrio e sinestesie”
manco fosse una tesi di laurea anziché un menu e in piena sindrome da prima
della classe affumicava e preparava tisane e sorbetti ed era tutto un tripudio
di spezie e germogli, l’altra tagliava il pomodoro. Mentre Alida presentava una
ricciola affumicata al legno di faggio con alga wakame, l’altra serviva un
cocktail di scampi nel bicchiere del Martini, roba che mancava solo
l’ombrellino e un trenino con “Brigitte Bardot” in sottofondo. Mentre Alida era
accompagnata da un fidanzato che pareva il cummenda con giacca sartoriale e
mocassino senza calze e una suocera che la gasava manco fossero state le Olimpiadi,
Erica era lì con mamma e papà che parevano strappati dall’orto e dalle balere
romagnole.
Insomma, era una sfida tra due mondi, più che tra due
cuoche. Era la guerra cucina-fighetta contro cucina con scarpetta, perché
questo va detto, i piatti di Alida li guardavi, quelli di Erica li mangiavi e
pulivi pure il piatto. Ed è per questo che alla fine Erica ha trionfato. Perché
i giudici i suoi piatti li divoravano, quelli di Alida li analizzavano,
toccando con prudenza gli ingredienti con la forchetta e spostando le alghe e i
germogli come quando col bastone in mano si cerca la serpe nel cespuglio.
Erica ha vinto perché come Alida non ha avuto una vita
facile, ma in finale, s’è resa la vita più facile. E sì, anche un po’ perché
doveva vincere un cuoco amatoriale e ha vinto un cuoco amato, molto amato da
Antonino Cannavacciuolo che fin dalla prima puntata l’ha guardata come fosse
una faraona ripiena. E se ha vinto la sua cocca, tutto sommato la conclusione è
solo una: Masterchef 5 forse non ha sancito il miglior vincitore, ma di sicuro
ha sancito chi comanda.
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