martedì 31 marzo 2026

Ho appena aderito

 


Intervista a Giulia Torrini, presidente di “Un Ponte Per”: “Portiamo Leonardo spa e il governo in tribunale: basta armi. Meglio le penali che i tagli al nostro welfare 


di Riccardo Antonucci 

Presidente di “Un Ponte Per”. “Vanno chiusi tutti i contratti con Israele, o è complicità col genocidio”
Intervista a Giulia Torrini, presidente di “Un Ponte Per”: “Portiamo Leonardo spa e il governo in tribunale: basta armi. Meglio le penali che i tagli al nostro welfare


“Il governo spagnolo sta dimostrando di essere in grado di bloccare l’attività Usa nelle basi sul suo territorio. Magari domani scopriremo che legalmente non può farlo, ma intanto sta dando un segnale ai cittadini, dimostra che c’è volontà di agire contro la deriva della guerra a ogni costo”. Giulia Torrini è presidente di Un Ponte per, associazione che con A buon diritto, Arci, Acli, Assopace Palestina e Pax Christi ha citato davanti al tribunale civile di Roma lo Stato italiano e l’azienda Leonardo spa per chiedere l’annullamento dei contratti che il colosso della Difesa italiano ha ancora attivi con le imprese belliche di Israele. “Un ponte per è nata nel 1991 con la prima guerra del Golfo, dopo 35 anni di attività dove siamo stati in Iraq, Libano e Siria crediamo che non abbiamo bisogno di leader che vedono nell’azione militare il primo investimento dell’economia dello Stato, secondo le logiche del capitalismo che alimenta l’economia di guerra andando a conquistare Paesi che, guarda caso hanno il petrolio”.

La vostra iniziativa legale denuncia di fatto il coinvolgimento italiano nell’industria della guerra permanente israeliana…

E nel genocidio, che però è stato l’apice di un processo chiaro da tempo. Israele non bombarda i civili palestinesi dal 7 ottobre 2023, lo fa regolarmente da decenni con armi anche fornite da noi. Associazioni con una lunga storia come la nostra vedono molto chiaramente i termini del problema.

Cosa puntate a ottenere, al di là del dibattito politico che la causa inevitabilmente scatena?

Chiediamo di valutare se i contratti sottoscritti anche prima del 7 ottobre siano validi o no, e chiediamo di valutare la possibilità di sospenderli, applicando quella parte della legge 185 del 1990 che non parla solo di revoca, ma anche di sospensione dei contratti in essere. In fondo la riflessione è semplice: siccome il governo non applica le leggi internazionali sul genocidio, lo facciamo noi società civile con la nostra advocacy. Le controparti mettono la questione sul piano commerciale, chiedono di considerare che quei contratti di fornitura rappresentano fatturato e lavoro. Ma può la libertà di commercio valere più della legge, più della Costituzione e degli accertamenti dell’Onu sulle violazioni dei diritti umani da parte di Israele? Abbiamo l’esperienza dell’Iraq sotto gli occhi, sappiamo bene cosa significa avviare un Paese in una spirale di violenza: il ciclo dittatura, guerra, estremismo islamico. Ci siamo già occupati in passato di come i vari governi italiani abbiano compartecipato alla distruzione di una società civile di un Paese, e l’attuale esecutivo ha compartecipato alla più grande distruzione della società civile della storia, a Gaza. Il problema sono le penali di questi contratti? Si paghino. Meglio che risparmiare sul welfare.

Bloccare i contratti di Leonardo come incide sulle mancanze del governo italiano nel denunciare il genocidio a Gaza?

Il nostro piano è bloccare gli investimenti in armi che vengono vendute nei territori di guerra. Se il giudice civile ci desse ragione sarebbe un precedente importantissimo, questa è una tra le prime cause in Europa che contesta a un’azienda produttrice, non a caso in cui lo Stato è azionista. Spostandola su un altro piano, fino a qualche anno fa sembrava impensabile multare Meta per la mancata tutela dei minori sui social, invece è successo. E la Spagna dimostra che un governo può intraprendere un’altra direzione. Magari in l’Italia serve una causa civile per capire che l’altra direzione è quella giusta, quella che i cittadini vogliono.

Nell’ottica dei governi europei, questo comporterebbe anche l’obbligo di slegarsi dall’alleato degli Stati Uniti, non trova?

Il punto è che quello che è successo a Gaza ha dimostrato che Israele è stato un grandissimo fallimento per la politica americana, che oltretutto aumenta l’antisemitismo nel mondo. O gli Usa si sganciano da Israele o saranno travolti dalle conseguenze.


Dal grande passato

 

Una voce poco fa 


di Marco Travaglio 

“Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da condizionamenti… Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane”. Sembrano parole dette oggi per spiegare la bocciatura della schiforma Nordio-Meloni. Invece sono di 35 anni fa: 28 luglio 1981. Le pronunciò Enrico Berlinguer nell’intervista a Eugenio Scalfari sulla “questione morale”. Parlava del referendum abrogativo della legge sull’aborto, promosso dal Movimento per la vita e vinto dal No col 68% (affluenza del 79), insieme alla solita raffica di referendum radicali, tutti bocciati: “Sia nel ’74 per il divorzio, sia ancor più nell’‘81 per l’aborto gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai proletari… Per l’aborto quasi il 70% ha votato No. Ma, poche settimane dopo, il 42% ha votato Dc… (I partiti) sono macchine di potere e si muovono soltanto quando è in gioco il potere: seggi in comune, seggi in parlamento, governo centrale e governi locali, ministeri, sottosegretariati, assessorati, banche, enti. Se no, non si muovono. Quand’anche lo volessero, così come i partiti sono diventati, non ne avrebbero più la capacità”.

Quella lezione dall’oltretomba è più che mai valida oggi per partiti diversissimi da quelli di allora. Ma dovrebbe riguardare anche gli elettori, abituati a considerarsi infallibili perché nelle democrazie sono come i clienti degli hotel, dei ristoranti e dei negozi: “Hanno sempre ragione”. Sia che vadano a votare, sia che si astengano. Ma non sono infallibili. Il loro errore più frequente è di sottovalutarsi: sia quando votano partiti e candidati impresentabili per ricambiare un favore o per riceverne uno in futuro, pensando che “in fondo non cambia nulla”; sia quando restano a casa, pensando che “in fondo sono tutti uguali”. Negli anni 90 e nei primi 2000 i partiti di centrosinistra facevano di tutto per confermare quei luoghi comuni: in Parlamento inciuci e bicamerali per le schiforme “condivise”; in piazza la vera opposizione dei girotondi, dei pacifisti e degli altri movimenti fino a Grillo. E l’unica alternativa al regime era un berlusconismo light. Ora però un’opposizione che si oppone c’è. E chi vendeva il suo voto o proprio non lo usava non può più dire “sono tutti uguali”: il 22 e 23 marzo ha provato l’ebbrezza di farne buon uso in assoluta libertà e di veder cambiare subito molte cose. Se lo rifarà alle elezioni politiche dipenderà dai partiti, ma anche da lui.

lunedì 30 marzo 2026

Boom!

 

Va beh, siamo ben oltre ogni immaginazione! E la ducetta l’ha definita una leggerezza…. Si vola!



Pre e Post

 



Lo sdegno nero

 

Meloni e gli altri “sdegnati”: finora tutti zitti sul genocidio a Gaza 


di Tomaso Montanari 

Il governo di Israele che impedisce di celebrare la messa della domenica della Passione del Signore al Santo sepolcro, e ferma per strada il patriarca latino di Gerusalemme e il custode di Terrasanta, compie l’ennesimo atto di arbitraria violenza. Ma si rimane senza fiato a leggere le parole di Giorgia Meloni, che si scaglia come mai aveva fatto finora contro il governo di Netanyahu, accusandolo di “un’offesa non solo per i credenti, ma per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa”. E mentre Tajani convoca l’ambasciatore di Israele alla Farnesina, ed esprime lo “sdegno” (poi cambiato in “protesta”…) del governo italiano, l’altro vicepremier Salvini giudica “inaccettabile e offensivo” l’operato del governo di Tel Aviv.

Ora, chi prova a seguire le parole di vita del Vangelo sa bene che Dio “non abita in templi costruiti da mani d’uomo” (Atti, 17, 24), e che ogni persona umana è “il tempio del Dio vivente” (2 Corinzi, 6, 16). Ebbene, quanti templi di Dio il governo di Israele ha deliberatamente distrutto, macellato, smembrato a Gaza, e in Cisgiordania e ora in Libano, Iran, e in tutta la regione? Da pochi giorni è uscito (presso le Edizioni della Meridiana) il documento su Gaza del movimento cristiano interconfessionale palestinese Kairos, dal titolo Un momento di verità. La fede in tempo di Genocidio. Nella lingua del Vangelo – quella del sì, sì, no, no – i cristiani di Terrasanta si rivolgono a noi: “Coloro che negano il genocidio commesso contro il popolo palestinese a Gaza – nonostante le prove schiaccianti, le testimonianze e persino le dichiarazioni degli stessi sionisti – negano l’umanità stessa del popolo palestinese. Abbiamo quindi il diritto di chiedere: come si può parlare di fratellanza o comunione cristiana mentre si nega, si sostiene, si giustifica o si tace di fronte al genocidio, specialmente quando tali atti sono commessi in nome di Dio e delle Scritture?” Sono parole che pesano come pietre sulla condotta dei politici che si proclamano cristiani quando si tratta di usare il presepe come simbolo identitario, e si avvolgono nei rosari per accendere il fuoco dell’odio contro i migranti. Se lo ‘sdegno’ contro Israele è la reazione ad un odioso divieto a pratiche di culto, cosa avrebbero dovuto dire quegli stessi governanti contro il genocidio? Ma di quel genocidio sono stati, e sono, complici: e le mani sporche di sangue non si lavano difendendo le pietre delle chiese. I cristiani di Palestina chiedono, con un filo di voce, “ai governi del mondo di esercitare pressioni affinché i criminali di guerra, chiunque essi siano, siano perseguiti dalla Corte Internazionale di Giustizia e dalla Corte Penale Internazionale; e di adoperarsi per il ritorno immediato degli sfollati attraverso la ricostruzione di Gaza e il rafforzamento della tenacia del suo popolo”. Come tutta risposta, Giorgia Meloni consente a Netanyahu di sorvolare impunemente l’Italia per tutta la sua lunghezza ogni volta che vuole, e appoggia il coloniale Board of Peace. E questa – perpetrata da chi si dice ‘cristiana’ – è un’offesa incomparabilmente maggiore di quella oggi platealmente rimproverata a Israele. E così, in questa Settimana Santa affondata nel sangue, sentiamo ancora una volta risuonare queste parole: “Anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità”. Le ha dette, ai farisei del suo tempo, Colui nella cui memoria si dovrebbero celebrare le liturgie della Passione. Ascoltarlo, invece di usarlo, sarebbe cosa buona e giusta.

Ma guarda un po'!

 

Iran, insider trading di guerra: quelle ombre sulla Casa Bianca 


di Martine Orange 

Se fosse confermato, sarebbe gravissimo: è vero che c’è chi, nell’entourage di Donald Trump, era venuto a conoscenza di informazioni confidenziali per speculare sui mercati e realizzare ingenti profitti il 23 marzo scorso? Quel lunedì flussi di operazioni insolite sono stati registrati nei mercati. Tutte le principali piazze finanziarie mondiali avevano aperto in forte ribasso dopo l’ultimatum che il presidente degli Stati Uniti aveva lanciato contro l’Iran, minacciando Teheran di distruggere le infrastrutture elettriche del Paese, mentre i prezzi del petrolio toccavano record storici. Teheran aveva risposto minacciando a sua volta di colpire le infrastrutture energetiche e di desalinizzazione presenti nei Paesi del Golfo. Poi, alle 7:05, Trump ha annunciato sul suo Truth Social che avrebbe rinviato di cinque giorni gli attacchi grazie a colloqui “costruttivi” con Teheran.

La reazione dei mercati è stata immediata. A Wall Street si è innescata una repentina inversione di rotta e anche le Borse europee ancora aperte hanno finito col chiudere in rialzo. Il prezzo del barile è tornato in pochi minuti sotto quota 100 dollari, con un calo del 14%. Alcuni trader e analisti hanno tuttavia rilevato che delle operazioni anomale erano state effettuate una quindicina di prima della pubblicazione del post di Trump. In due minuti sono stati scambiati circa 6 milioni di contratti relativi a oltre 6 milioni di barili di Brent e West Texas Intermediate, i principali benchmark energetici, per un valore di oltre 660 milioni di dollari. Il volume eccezionalmente alto dei volumi di scambio tutti nello stesso momento ha attirato l’attenzione degli operatori del settore. Fino a quel momento i volumi erano stati ai minimi: la media dei contratti trattati nella stessa fascia oraria nei cinque giorni precedenti non superava i 700 lotti, pari a circa 700 mila barili di greggio. Nello stesso momento è stata registrata anche un’impennata nella vendita di futures S&P 500, uno dei principali indici azionari di Wall Street. In due minuti sono stati scambiati 4.497 contratti. Anche in questo caso i volumi risultavano anomali rispetto alla media delle ultime sedute. Il valore complessivo dei contratti era stato pari a circa 1,5 miliardi di dollari: la più fruttuosa operazione della giornata. Finché le autorità di vigilanza non avvieranno un’indagine ufficiale, nessuno è in grado di stabilire se operazioni analoghe siano state effettuate su altri derivati finanziari, né di identificare chi si cela dietro queste transazioni anomale. Con il passare delle ore, però, aumentano i sospetti di insider trading. Chi poteva essere a conoscenza dell’annuncio di Trump con quindici minuti di anticipo al punto da scommettere su un totale ribaltamento dei mercati? Tutti gli sguardi sono puntati sulla Casa Bianca, che smentisce ogni irregolarità: “Qualsiasi accusa, priva di prove, secondo dei responsabili sarebbero coinvolti in simili attività è infondata”, ha dichiarato un portavoce, accusando i media di “giornalismo irresponsabile”. La smentita ufficiale non è stata totalmente convincente. Anche perché non è la prima volta che trader e investitori segnalano un nesso tra movimenti anomali sui mercati e gli annunci di Trump.

A febbraio, pochi giorni prima che Stati Uniti e Israele lanciassero i raid sull’Iran, sulla piattaforma di “prediction market” Polymarket, che garantisce il totale anonimato, sono state registrate puntate vincenti sul 28 febbraio come data di inizio dei bombardamenti. In pochissimo tempo scommettitori particolarmente “fortunati” hanno incassato oltre 330 mila dollari grazie al loro intuito “visionario”. Scommesse analoghe erano state registrate anche in occasione del rapimento a sorpresa del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Donald Trump non attribuisce particolare peso a queste derive. Anzi, nell’aprile 2025, si era anche pubblicamente congratulato con il finanziere Charles Schwab per aver guadagnato 2,5 miliardi di dollari scommettendo in anticipo su un’inversione dei mercati, poco prima che il presidente Usa annunciasse una parziale marcia indietro nella sua guerra commerciale contro il resto del mondo. Una scommessa vincente, ufficialmente, frutto del caso: secondo il Wall Street Journal, invece, sarebbe stato proprio Charles Schwab, durante un pranzo con Trump, a convincere il presidente a rivedere la sua politica doganale. Secondo alcune stime, le plusvalenze realizzate con le ultime operazioni su petrolio e S&P 500 potrebbero sfiorare 1,5 miliardi di dollari. Gli investitori “ispirati” che si sono mossi pochi minuti prima dell’annuncio di Trump si sono subito affrettati a vendere mentre i corsi erano favorevoli. L’effetto dell’annuncio, infatti, è stato di breve durata. Il regime iraniano ha smentito poco dopo qualsiasi negoziato in corso con Washington, accusando Donald Trump di “manipolare i mercati finanziari e petroliferi”.

La prospettiva di una tregua si allontana mentre Israele e Iran continuano a bombardarsi reciprocamente. Già dal 24 marzo le Borse hanno ripreso a scendere, mentre il Brent è tornato sopra i 100 dollari al barile, con il rischio di una crisi energetica globale sempre più concreto. Il volume delle operazioni speculative condotte sui mercati finanziari e petroliferi in una fase di tensione geopolitica ed economica estrema rischia ora di innescare numerose reazioni. Negli ambienti finanziari diversi operatori stanno apertamente esprimendo la loro irritazione per quelle che considerano “evidenti manipolazioni del mercato”. Da mesi inoltre l’opposizione democratica, ma anche alcuni repubblicani, denuncia il clima di affarismo che domina alla Casa Bianca, favorevole ad alimentare corruzione e abusi. Dalla ricostruzione di Gaza allo sviluppo dei criptoasset, passando per investimenti in società che ottengono poco dopo contratti con il Pentagono, il gruppo Trump, la sua famiglia e il suo entourage risultano finanziariamente coinvolti in numerose operazioni legate a decisioni della Casa Bianca o dell’amministrazione federale. Secondo Forbes, la presidenza di Donald Trump è “la più lucrativa della storia americana”. Il patrimonio personale di Trump è passato da 2,3 a 6,5 miliardi di dollari tra il 2024 e l’inizio del 2026.

Traduzione Luana De Micco