mercoledì 26 ottobre 2022

Già sufficiente!




Imperterrito

 


Peccato! Il sogno di non vederlo più con quella sua espressione un po' così che abbiamo noi, che avete voi quando trangugiate vodka, si è sciolto grazie all'abbraccio di quel nanerottolo politico vice di Montezemolo e misteriosamente assurto ad ago della bilancia per qualche mese, grazie alle sonore dormite del Lett Tino, che lo ha salvato numericamente dalla scomparsa politica, che egli stesso aveva promesso prima del referendum perduto catastroficamente, ma si sa che questo è il suo modus operandi. 
Ed allora rieccolo qui, a viaggiare per il mondo per conferenze rinascimentali, probabilmente pagato da un megamiliardario mandante di assassinio, come Jet dei ricchi ci informa, a parlare di pace col cognato di Trump, che è poi è un po' come parlare di rispetto del vicinato con Olindo ed Rosa.
Ma a lui non frega una ceppa di nulla e nessuno. E' tornato in patria dopo aver sparso per l'atmosfera qualcosa come 16,7 tonnellate di CO2. Parlerà, o meglio, reciterà in Senato la solita parte dell'oppositore, per poi attenzionare gesti e segnali al fine di salire sulla barca destrorsa del potere, accompagnato dalla Bella Amica Etruriana smaniante di contare qualcosa. 
E noi, come imbecilli, a pagarlo pure 14mila euro al mese. 
Ci meritiamo la catastrofe!    

Number One!

 

Meloni scivola sul merito, il trastullo delle élite (che diceva di odiare)

DI DANIELA RANIERI

Intitolando il ministero dell’Istruzione, oltre che all’Istruzione stessa, anche al Merito, il governo Meloni ha raggiunto tre risultati. Ha dato subito prova di provincialismo: mentre nel mondo anglosassone, dove è nato, il concetto di merito è stato criticato e infine dismesso come sinonimo di impostura ai danni dei deboli, lei recupera questo trastullo delle élite neo-liberiste, che diceva di avere in odio, per darsi un’allure di prestigio. Inoltre, si è data la zappa sui piedi. Nella scuola deve valere il merito che evidentemente non vige in Parlamento e al governo, dove siede gente come Santanchè, ministra del Turismo perché titolare del merito di possedere lo stabilimento balneare dei vip; se vigesse la meritocrazia invece che la democrazia, la stessa Meloni non sarebbe lì, essendo solo diplomata. Il terzo risultato è culturale, e dunque più esiziale. Scartare i candidati meno “performanti”, valorizzare i presunti competenti e le eccellenze: sono tutte parole d’ordine che dalla fabbrica e dal terziario hanno conquistato la società, la politica e, in un inarrestabile cupio dissolvi, la scuola.

Favorire i meritevoli è già un dovere costituzionale dello Stato. L’art. 34 recita: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Quell’inciso – anche se privi di mezzi – è fondamentale; è, si può dire, il cuore dell’articolo; vuol dire che il diritto di laurearsi e specializzarsi è di tutti, e che se qualcuno non nasce con un capitale finanziario, culturale e relazionale spendibile, è compito della Repubblica rendere la sua condizione pari a quella di chi invece nasce con quel vantaggio. Il problema è che in una società iniqua, le condizioni impari all’inizio del percorso scolastico non vengono sanate in seguito, ma confermate, se non (come dicono tutti gli studi, da ultimo il rapporto Caritas) addirittura peggiorate. Al contrario di quanto ha detto Meloni ieri alla Camera, chi nasce in una famiglia povera da genitori non scolarizzati non progredirà negli studi, anche se meritevole (e come si sa, le borse di studio non bastano per tutti). Il gioco è truccato in partenza. Perciò: o l’intitolazione è pleonastica (non è scontato che ogni ministero faccia applicare la Costituzione? È come intitolare il ministero del Lavoro alla “Fondazione della Repubblica”) o è truffaldina.

Meloni è scivolata contro uno spigolo che dovrebbe farle male. “Merito” è una parola neo-liberista. I politici rampanti alla Blair e gli emuli come Renzi (che si riempiva la bocca col merito mentre impostava la rottamazione sul disprezzo per i “professoroni”) ne hanno fatto una bandiera, in assenza di una visione politica che mettesse la giustizia sociale al centro del suo orizzonte. Nel 1958 Michael Young scrisse L’avvento della meritocrazia, una distopia ambientata nel 2033 in cui il merito al potere è il fantasma totalitario di una società ingiusta e classista. Blair, insipiente com’era, fraintese Young, che nel 2001 dovette spiegargli sul Guardian che il suo libro era una satira e lo diffidò dall’usare la parola “meritocrazia” in senso positivo.

Da noi il merito è stato spacciato come un rimedio contro i privilegi della “casta”, quando è l’esatto contrario: è, come dice il Papa, una legittimazione etica della disuguaglianza.

Meloni e il ministro Valditara (vicino allo stratega dell’ultradestra trumpiana Steve Bannon e ai Legionari di Cristo, relatore della immonda riforma Gelmini) applicano la bollita logica mercatista all’istruzione per inculcare nei discenti fin dall’infanzia i principi di una società competitiva (ricorderete le tre “i” della Moratti, ministra di Berlusconi: Inglese, Internet, Impresa). Si stabilisce che il migliore su piazza vada premiato grazie allo stigma razziale del privilegio genetico e/o sociale. Ma chi decide cos’è il merito? Secondo quali criteri? Le università d’èlite sfornano meritevoli rampolli del ceto alto, spesso i più furbi. Gli studenti-lavoratori, con un curriculum meno brillante rispetto ai loro colleghi più fortunati, sono costretti a farsi sfruttare dalle start-up o a consegnare pizze per pochi euro in base alle leggi fatte dai meritevoli al potere.

Dovrebbe insospettire Meloni che la trovata dell’intitolazione del ministero sia piaciuta a gente come Calenda (è strano se uno come lui, entrato giovanissimo in Ferrari perché Montezemolo era un amico di famiglia, difende i privilegi dei figli di papà?) e ai renziani, spietati darwinisti sociali che si battono contro il Reddito di cittadinanza perché chi è povero non soffre abbastanza. Una vera destra sociale si occupa di chi resta indietro. Meloni invece adotta la logica del capitalismo per cui tutto deve essere monetizzato, anche il talento e i natali fortunati. Evidentemente un conto è criticare l’egemonia delle élite su Twitter, un altro capire chi conviene favorire quando si è al potere.

Robecchi


I patrioti ideologici. I neo eletti fingono aperture: parole e fatti li smentiscono.

di Alessandro Robecchi

Rimbalza come d’abitudine nel flipper del nuovo governo – tra lingue mulinanti di apprezzamenti, piaggerie da mantenimento del posto, riposizionamenti studiati da mesi – la pallina solita del “non siamo ideologici”, sbandierata qui e là da questo o quel membro del nuovo esecutivo. Ultimo a pronunciarla in un’intervista (“non abbiamo mai avuto preclusioni ideologiche”), il ministro cognato dell’agricoltura (e sovranità alimentare! Wow!) Francesco Lollobrigida, che lo dice a proposito della consulenza di Roberto Cingolani. Ministro prima, consulente oggi, un uomo per tutte le stagioni: non si capisce quale preclusione ideologica si possa avere con uno che si adatta così facilmente.
Ma sia: quella dell’allontanare da sé i sospetti è una preoccupazione molto in voga e la presidente del Consiglio ci sta molto attenta, non vuole passare per figlia della lupa, così come alcuni dei suoi giannizzeri indossano la maschera dei moderati, ragionevoli, neo-atlantisti, pacati, guarda che bravi. Magari giocando facile nel ridurre a macchietta i piccoli reducismi balilla di un La Russa e camerati: folklore, collezionismo, uffa che barba, mentre loro pensano al bene della Nazione.
Ed eccola lì. L’ideologia cacciata dalla porta a parole, rientra dalla finestra proprio con le parole. È un profluvio di “Nazione”, che sostituisce “Paese” (brutto, di sinistra), così come “patrioti” ha sostituito l’impresentabile “camerati”. Camouflage. Mimetismo.
Il cambio di nome di alcuni ministeri, di cui si è molto parlato, denuncia – sempre le parole, maledette! – una densa sostanza ideologica, proprio quella che si vuol negare. Si è detto della natalità, della sovranità alimentare, del ministero del mare (a cui manca colpevolmente “Nostrum”, ma serviva per fregare a Salvini i porti, cosa che non sembra riuscita, per ora). E potentemente si infila – ideologia canaglia – nella carta intestata del nuovo ministero dell’Istruzione, che diventa anche “del merito”, quel glorioso trucchetto delle classi dominanti e dei nati meritati per difendere all’infinito privilegi e diseguaglianze. Esattamente – in barba a tutti i “non saremo ideologici” di questo mondo – un manifesto ideologico di classismo (infatti piace tanto a Calenda). Anche il ministero “delle imprese e del made in Italy” gronda ideologia già nell’enunciato, e manifesta che l’economia del Paese (pardon, Nazione) sono le imprese. Non i lavoratori, le forze produttive, l’insieme di, no, le imprese. Bon. E quel che fa bene alle imprese fa bene alla Nazione, antico refrain oggi benedetto anche dal nome.
Ma se siete in cerca di ideologie a casa di quelli che “non saremo ideologici” (ahah), la lezione migliore viene da Guido Crosetto, tradizionalmente presentato come “moderato”, vezzeggiato e corteggiato dai media, dietro la cui maschera di buono si nasconde il vero tratto ideologico della destra vincente. Ed è un tratto minaccioso assai: Crosetto ammette che “C’è un rischio fortissimo di povertà e disoccupazione. Dunque, di rabbia…”. Ma poi, ecco la sostanza ideologica: “La rabbia cerca sempre colpevoli e le piazze arrabbiate non fanno male ai governi. Ma alle nazioni”. Et voilà, esplicitato per bene per chi ancora non lo vedesse: la piazza, la rabbia, la mobilitazione (eterodiretta, magari da Putin, lascia intendere Crosetto) non è antigovernativa, ma antinazionale. Governo e Stato, governo e Nazione, di fronte a un’eventuale opposizione di piazza, coincidono. La summa, spiegata bene, dell’ideologia sovranista, nazionalista (e un po’ fascista) che si tenta di negare a parole.

E vai con gli sfottò!

 


Totalmente estraneo

 



Inizio travagliato

 

Con che facce
di Marco Travaglio
Scusandoci con i merlettai che discettano sull’articolo “il” e si stupiscono se una premier di destra dice e fa cose di destra, proviamo a concentrarci su dettagliucci più trascurabili.
Caro-bollette. Non è una sorpresa dell’ultima ora: è iniziato un anno fa ed esploso con la guerra e le autosanzioni. Giorgia Meloni quando l’ha scoperto, visto che solo ora si dice costretta a rinviare le promesse di agosto e settembre? Perché, in 70 minuti di discorso, non dice nulla di preciso su cosa farà sulla prima emergenza? Cingolani non l’ha risolta, l’ha aggravata: sbagliava lei a fargli l’opposizione o sbaglia lei a volerlo suo consulente sull’energia?
Pace e tregua. Possibile che le sole citazioni della pace e della tregua nel discorso di Meloni siano riferite al condono fiscale per non chiamarlo col suo nome?
Povertà. Ha mai chiesto a un povero se condivide gli slogan, tipo “la povertà non è mancanza di soldi” e “il Reddito di cittadinanza è una sconfitta”? Se lo facesse, si sentirebbe rispondere che è una sconfitta solo per chi lo perde.
Clientelismo. Se Meloni accusa i 5Stelle di aver introdotto il Rdc (che esiste in tutta Europa) “per fare cassa elettorale” tra i poveri, come definirebbe chi promette e poi fa condoni fiscali (che esistono solo da noi) per fare cassa elettorale fra i delinquenti?
Libertà. L’Italia fu il primo paese Ue a subire la pandemia e dunque, col Conte2, a varare il lockdown. Ma lo fece presto e bene, infatti non ne varò altri, mentre quasi tutti gli altri ne vararono due o tre. Dunque l’attacco e le minacce di indagini sulle “misure più restrittive d’Europa” deve riferirsi al Green pass per lavorare e all’obbligo vaccinale per gli over 50, imposti da Draghi: allora per che cosa l’ha ringraziato?
Osare. È giusto ricordare “le donne che hanno osato”, da Iotti ad Anselmi, da Fallaci a Levi Montalcini, da Alpi a Cutuli. Ed è sbagliato domandarsi che diavolo ci azzecchino Casellati e Cartabia: per sostenere che Ruby è la nipote di Mubarak e concepire la schiforma dell’improcedibilità, ci è voluto un bel coraggio.
Mattei. Bello ricordare il partigiano che creò l’Eni. Ma ebbe contro gli atlantisti così cari a Meloni per il multilateralismo verso l’Est e il Sud del mondo. Ed era un alfiere dell’industria di Stato e dell’economia regolata: il “non disturbiamo chi vuol fare” non s’ispira a Mattei, ma a Guzzanti: “Nella Casa delle libertà facciamo un po’ come cazzo ci pare”.
Borsellino. Bello citare anche lui, un po’ meno stare con B., Cuffaro, Dell’Utri, Schifani.
Merito. Mentre Meloni lo esaltava, le telecamere indugiavano sui ministri tutt’intorno a lei: un gerontocomio e un inno al demerito. Diceva Leo Longanesi: “Non mi spaventano le idee, ma le facce che le rappresentano”.