mercoledì 4 marzo 2026

Micron

 

La deterrenza di Macron è Doc, come il camembert 


di Daniela Ranieri 

Mentre gli Usa e Israele bombardano l’Iran per acquisire egemonia globale (gli Usa) e regionale (Israele), cosa fanno i leader europei? Quelli saggi, come lo spagnolo Sánchez, si rifiutano di fornire aiuto militare; quelli rintronati e servitori di due padroni, come Meloni, inebetiscono, barcamenandosi tra i pasticci dei loro ministri in gita a Dubai sotto le bombe; i più lacchè, Merz e Starmer, offrono a Trump (l’aggressore) immediata “assistenza difensiva”; e Macron tira fuori, verbalmente e visivamente, l’arma più spaventosa: la bomba nucleare.

“Macron lancia l’ombrello atomico”, titola Repubblica. Al di là dell’Iran, che il nucleare non ce l’ha, c’è pur sempre, dice l’articolo, “la costante minaccia russa”, come da risibile risoluzione del Parlamento europeo a sostegno del piano di riarmo della Von der Leyen, in cui la Russia è indicata come “la più profonda minaccia militare” all’integrità territoriale della Ue “dalla fine della Guerra fredda”. Senza gli occhiali da sole con cui si era presentato al Forum di Davos e che lo facevano somigliare terribilmente al Peter Sellers del Dottor Stranamore (sottotitolo: Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba), Macron sceglie di parlare dalla base militare dell’Île Longue, dove sono custoditi i 4 sottomarini lanciamissili nucleari di Francia.

“L’evoluzione delle difese dei nostri concorrenti…”, inizia così il suo discorso, e già è chiara una cosa: non avendo, noi europei, nemici, Macron mette in guardia dai nostri “concorrenti”; è un talent showdella potenza ostentata, non a caso condotto dal re delle sfide televisive, Trump. Continua: “Tutto ciò, dopo un attento esame, mi ha portato a questa conclusione. Ho ordinato di aumentare il numero di testate nucleari del nostro arsenale”. Già nel 2024, Macron, che voleva mandare truppe Nato in Ucraina, aveva evocato la “deterrenza nucleare” modello-base, ancorché “completa, sovrana e francese” dop, come il camembert; oggi parla di “deterrenza nucleare avanzata”, formula croccante prontamente adottata dai nostri media mainstream. La prima, consistente di 290 testate nucleari, serviva a “preservare la pace”; quella nuova, coi numeri secretati, “offrirà ai partner europei la possibilità di ospitare gli aerei militari francesi in grado di portare testate nucleari” (Corriere); pensate che fortuna, non bastavano le basi americane a farci stare tranquilli.

Allora fu Marine Le Pen a ricordargli che per la Costituzione il nucleare poteva essere usato solo per difendere la Francia, non l’Europa; ora sarà difficile trovare ostacoli a questa nuova e spericolata avventura, anche perché (e la nipote di Le Pen, Marion, applaude) il bottone resterà nelle mani del presidente francese. Eccitatissimi il tedesco Merz e il polacco Tusk. Macron deve condire di retorica un bisogno che le élite belliciste europee cercano di indurre da 4 anni nella popolazione riottosa: “Per essere liberi, bisogna essere temuti, e per essere temuti, bisogna essere potenti. Questo aumento del nostro arsenale ne è la prova”. Il ragionamento di Macron è tecnicamente un falso sillogismo: perché si basa su una premessa falsa, cioè che per essere liberi bisogna essere temuti (vedi Svizzera); e perché Macron esibisce la sua decisione come prova del fatto che per essere temuti occorra essere potenti, il che è un nonsense, visto che non può esservi prova del fatto che la Francia sia temuta per una dichiarazione che Macron non aveva ancora fatto. La logica recede di fronte all’ostensione del nostro vero difensore: mentre Macron minaccia “chiunque avesse intenzione di attaccare la Francia”, alle sue spalle troneggia Le Téméraire, uno dei 4 sottomarini lanciamissili nucleari della Marina francese. L’orribile totem è un puro feticcio freudiano, metonimia di un ideale fallo europeo, che, dice Macron, “tra qualche giorno scomparirà al largo in assoluta discrezione e svolgerà nell’ombra il suo ruolo di custode supremo della nostra indipendenza”. Ecco dov’erano finiti “i nostri valori”: dentro quella ferraglia mortifera. Quindi annuncia la costruzione di un sottomarino nucleare di terza generazione, L’Invincible, che “porterà mille volte la forza nucleare delle prime bombe atomiche”, altro che la festicciola pirotecnica di Hiroshima e Nagasaki.

Così il Napoleone dell’Ena, ormai detestato in patria, con questa sbruffoneria si reinventa ministro della guerra d’Europa. Non si capisce chi ci dovrebbe attaccare, se a possedere l’atomica in Medio Oriente è solo Israele; gli unici ad aver usato l’atomica sono gli Stati Uniti; e l’Iran, bombardato dai due, non ha ancora costruito la sua prima testata. Forse la Russia? Gli accordi di Helsinki sulla Sicurezza, firmati in piena Guerra fredda da Usa, Urss e Stati europei, prevedono il “Non ricorso alla minaccia o all’uso della forza”. Se non è una minaccia di forza parlare con un sottomarino lanciamissili nucleari dietro, diteci voi cos’è.

Robecchi

 

Commedie. Crosetto e Tajani divisi a Dubai: Totò e Peppino erano meglio


di Alessandro Robecchi 

Non si placa, purtroppo, la triste polemica sul ministro della Difesa italiano in gita privata a Dubai durante lo scoppio di una guerra di cui erano a conoscenza il mio elettrauto, la portiera del civico 9, il ragazzo del bar, tutte le cancellerie del mondo e quasi ogni bipede senziente. Non mi soffermerò su questo punto che è già stato sviscerato dai media con numerose varianti. C’è chi sostiene (Crosetto) di essere volato a Dubai per questioni di famiglia, e poi c’è chi sostiene (Crosetto) di aver avuto impegni istituzionali ad Abu Dhabi, suggerisco un confronto all’americana tra i due.

È comunque rassicurante sapere di avere un ministro della Difesa così informato da restare bloccato in aeroporto come un turista qualsiasi. E anche questo si è detto. Però, boh, vai a sapere se un ministro della Difesa può andare in giro qui e là senza dirlo a nessuno, né alla Farnesina, né ai servizi segreti. Infine, in una riunione al Senato che sembrava Hellzapoppin’, ha giocato la carta del cuore di padre, la mozione degli affetti che funziona sempre, infallibile. Ma a un certo punto, dal dramma privato del ministro Crosetto si è passati al dramma nostro, di tutti noi, che è quello di avere come ministro degli Esteri Antonio Tajani, il quale, interrogato in proposito, è caduto dal pero, ha detto che lui della guerra è stato avvertito dopo, e che sta assistendo gli italiani bloccati a Dubai, ai quali consiglia di non avvicinarsi alle finestre se vedono dei droni. Il che – suppongo – è il massimo che Tajani possa fare, ma non nella situazione particolare, credo in generale e in assoluto.

La sensazione di sicurezza e fiducia – parlo da cittadino italiano – fornita dal combinato disposto di ministro della Difesa e ministro degli Esteri è inebriante almeno quanto il peso dell’Italia sulle questioni internazionali: forse tra poco sapremo delle Cinque Giornate di Milano o dell’attentato di Sarajevo, sempre che gli alleati si ricordino di avvisarci. Insomma, un paio di giorni fa, con la comparsa in scena di Tajani, la grande commedia italiana ha vinto ancora, e siamo passati da Mamma ho perso l’aereo a Totò e Peppino divisi a Berlino (1962, soggetto di Age e Scarpelli, per dire il genio), una storia di magliari e geopolitica. I nostri eroi vengono catturati a turno dagli americani, poi dai russi, poi addirittura dai cinesi, il tutto senza sapere né capire nulla della situazione, senza notizie, senza la minima consapevolezza di niente. E anche senza giornali che il giorno dopo chiedano proprio a loro, Totò e Peppino, analisi e riflessioni su una situazione con tutta evidenza a loro sconosciuta.

Sullo sfondo, giusto per metterci un po’ di cinepanettone, che non guasta mai, la Dubai degli influencer e dei sedicenti maghi della finanza, i cantori del qui-non-c’è-la-burocrazia e non-si-pagano-le-tasse, signora mia, di colpo incupiti per la situazione internazionale e per l’improvviso scarseggiare di crêpes al buffet della colazione. Tutti però ancora felici di vivere in una specie di Disneyland del Capitale.

Assistere a tutto questo mentre fuori – fuori dalla commedia, intendo – infuria una guerra di aggressione coloniale di Usa-Israele, è piuttosto spiazzante, ma bisogna anche considerare che lo si fa per liberare dal velo le donne iraniane, e si pensa di aiutarle bombardando una scuola piena di bambine, non fa una piega. Intanto, da qui, “monitoriamo la situazione”, che è la cosa che sappiamo fare meglio, sempre che Tajani e Crosetto riescano ad accendere un monitor.

La Trippa

 

Antonio La Trippa


di Marco Travaglio 

Da tre anni e più sentiamo ripetere da chi ci capisce che sulle questioni interne il governo Meloni è un po’ così, ma in politica estera vuoi mettere: non ne sbaglia una. Basta vederlo all’opera sulla nuova guerra scatenata dagli amici Donald e Bibi. Qual era l’unico Paese europeo ad avere un ministro nel Golfo prima e durante l’attacco all’Iran? Il nostro, grazie a Crosetto. Sì, vabbè, i due “alleati” si erano scordati di informarci, ma lui è telepatico: li ha bruciati sul tempo ed è volato a Dubai con la famiglia. Poi, è vero, ha un po’ pasticciato con le versioni: “Ero lì per un periodo di ferie”, “Ero lì anche per incontri istituzionali”, “Ero lì per mettere in salvo la mia famiglia in pericolo”, “Ero lì perché non c’erano rischi”. Ma solo perché non poteva dire la verità: stava girando il nuovo cinepanettone Vacanze a Dubai. Avercene, di ministri così. Intanto la Meloni condanna l’Iran aggredito e difende gli aggressori perché l’attacco israelian-americano è dovuto alla “crisi del diritto internazionale, figlia dell’attacco russo all’Ucraina”: prima – com’è noto – la Nato non aveva attaccato Serbia, Afghanistan, Iraq e Libia né provocato la Russia, come lei stessa diceva fino al 2022 contestando le sanzioni a Putin, felicitandosi con lui per la democraticissima rielezione e incolpando Biden per la guerra in Ucraina. In pratica, se Trump e Netanyahu attaccano l’Iran, ha stato Putin.

Poi c’è Tajani, ministro degli Esteri fino a un certo punto. Che fosse il più sveglio della compagnia l’avevamo già intuito quando risolse brillantemente il giallo di Crans Montana (“Evidentemente qualcosa non ha funzionato”); spiegò che il Ponte sullo Stretto servirà “per l’evacuazione in caso di attacco da Sud”, tipo dal Madagascar; e si esibì nel ballo dell’insaccato “Chi non salta comunista è”. Ora detta alle migliaia di italiani abbandonati nel Golfo una tecnica di sopravvivenza a prova di bomba: “Se vedete un drone, non affacciatevi alla finestra e non andate per strada”. Idem per i missili: se fate in tempo a vederne uno, scansatevi. Messi al sicuro i connazionali, Antonio La Trippa s’è dedicato a Conte, intimandogli di vergognarsi per due peccati mortali. 1) “Andava in ginocchio da Trump e dalla Merkel” (infatti a Trump disse di no sulla Via della Seta e su Guaidó e alla Merkel sul Mes, facendole ingoiare il Pnrr, cioè i 209 miliardi che i melones ancora incassano per tenere il Pil sopra lo zero). 2) “Trump lo chiamò Giuseppi, a me non mi chiama Tony”. A parte il fatto che non lo chiama proprio, è curioso che, se Trump sbaglia il nome a Conte in un tweet, sia colpa di Conte (lo sbagliò anche alla Meloni chiamandola Georgia, ma fa niente). L’unico a cui Trump non potrà mai sbagliare il nome è Tajani, perché non sa proprio chi sia. Meglio così, per il nostro bene.

martedì 3 marzo 2026

Enzino

 


Così parlò un grande!

 

La qualità del servizio giustizia reso ai cittadini dipende certo dal livello intellettuale, professionale, morale degli appartenenti all’ordine giudiziario, tuttavia dipende in pari misura dalla capacità e volontà negli altri poteri di fornire alla magistratura gli strumenti necessari per garantire l’indipendenza e l’efficacia di azione, e dal clima di fiducia e di rispetto che il contesto crea attorno ad essa nella comunità nazionale, oggi anche in quella internazionale. Non sembra che gli scenari attuali giustifichino, in linea generale, valutazioni ottimistiche, non foss’altro per il continuo parlare e scrivere di riforme della giustizia, quando in realtà il nostro mondo, dopo aver attraversato una stagione di incisivi cambiamenti ordinamentali e processuali, avrebbe bisogno semmai di una fase di assestamento ermeneutico e non del preannunzio di ulteriori scosse telluriche, con il senso di precarietà, di disimpegno, di protratta incertezza che ne può derivare. 

Ma c’è dell’altro. Le riforme annunciate, meglio minacciate ad ogni pie’ sospinto con trasparenti intenti punitivi verso una magistratura certamente non al massimo dell’efficienza ma altrettanto certamente indipendente, ben poco hanno a che fare con l’efficienza. Si parla di separazione delle carriere – più blandamente, ma ingannevolmente, delle funzioni – tra requirenti e giudicanti, proprio mentre con le scuole postuniversitarie di specializzazione si punta su una formazione culturale comune tra varie categorie di operatori del diritto e con l’ampliamento della giurisdizione onoraria si aprono occasioni di osmosi tra il mondo forense e quello giudiziario. Una scelta, la separazione, che, se motivata dalla temuta arrendevolezza dei giudici ai pubblici ministeri (ma non si citano, a disdoro di questi ultimi, proprio le alte percentuali delle assoluzioni?) dovrebbe almeno essere supportata da studi sul campo e da monitoraggi; ma che, per ferrea analogia, dovrebbe portare a maggior ragione verso la separazione delle carriere tra giudici di primo grado, giudici del riesame, giudici di appello, giudici di legittimità. Se motivata invece dall’intenzione di vincolare il pubblico ministero all’esecutivo, come con ingenua imprudenza si è fatto capire in Parlamento, vulnererebbe indirettamente la stessa indipendenza del giudice penale e la signoria della legge, tanto più quando si realizzassero anche la ventilata distinzione organizzativa e funzionale della polizia giudiziaria dal pubblico ministero, e la formulazione di direttive di priorità nell’esercizio dell’azione penale che non potrebbero non essere politicamente connotate. 

Si afferma, ancora, la necessità di combattere il crimine transnazionale senza l’impaccio delle frontiere, ma di fatto allo spazio giuridico europeo si è tentato, per fortuna con mezzi tecnicamente inidonei, di frapporre ostacoli, con la legge sulle rogatorie, e con le riserve unilaterali all’estradizione semplificata – alias mandato di arresto europeo – e l’orchestrazione di campagne di rabbiosa disinformazione. Si parla di riforma del sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura, spacciando la soppressione delle liste concorrenti come benefico strumento per emarginare le formazioni interne all’Associazione nazionale magistrati, e si ignorano i ricchi fermenti di riflessione che tutte queste hanno immesso nella vita della magistratura, soprattutto si apre la strada a pratiche occulte di intesa per il coagulo di voti su candidature di fatto. Di altri fenomeni di questa sconcertata fase della nostra civiltà giuridica deve pur farsi menzione. Le accuse generiche di parzialità preconcette, formulate contro i giudici, con l’insistenza martellante degli imbonimenti televisivi, da rappresentanti anche elevati della classe politica; l’analfabetismo storiografico che ha indotto qualcuno a lanciare come anatema contro i magistrati la parola “giustizialismo”, che nel secolo XX ha indicato una certa ideologia di destra basata sull’interclassismo e su un populismo demagogico dominato dal ruolo carismatico del capo; la manipolazione della pubblica opinione italiana e straniera, cui uffici giudiziari vengono indicati con il pronto e prono ausilio di media come centrali rivoluzionarie promotrici di complotti internazionali o come falsificatori di documenti (qualcuno ha rievocato recentemente il calunniato “pretore rosso” di fascistica memoria, del quale parlava il mio maestro Piero Calamandrei nell’Elogio dei giudici; ma già Adamo Smith, centocinquant’anni prima, osservava che chi contrasta gli affaristi legati al potere politico si espone ad accuse infamanti, ingiurie, minacce); la reinvenzione della storia giudiziaria, quando pacchi interi di sentenze di condanna, spesso patteggiate a seguito di confessione, vengono attribuiti a una guerra civile condotta da magistrati contro élites politiche della prima Repubblica affossatesi in realtà da sole, tra l’esecrazione anche di molti odierni convertiti, nelle sabbie mobili della corruzione più sfacciata (ma forse la sentenza della Corte di Strasburgo sul caso Craxi è già stata dimenticata); la minaccia di provvedimenti disciplinari contro magistrati che esprimono su problemi generali e tecnici il proprio libero pensiero di cittadini e di esperti; la volgarizzazione di questioni giuridiche-costituzionali e procedurali per slogan gridati, con voluta ignoranza dei reali contenuti di testi normativi, sentenze, ordinanze, anche da parte di firme autorevoli del giornalismo, per poter demonizzare questo o quel magistrato o collegio giudicante magari poi attaccandolo con esposti o denunzie; la riduzione infine delle protezioni a magistrati esposti a rischi di incolumità personale per vendette mafiose e/o per rancori politici sapientemente attizzati, conseguente, come è accaduto a Milano, a irremovibili determinazioni discendenti per li rami dell’obbediente burocrazia. Bene, tutto ciò procede in direzione esattamente opposta alla valorizzazione del ruolo del magistrato come scudo della legalità, alla cultura della fiducia nei meccanismi talora laboriosi e complicati per la ricerca della verità, al mantenimento di un clima di serenità che permetta al giudice di operare senza timori e senza aspettative personali, alla solidale unità delle istituzioni cui tanto spesso esortava il mio illustre predecessore Adolfo Beria di Argentine. Nessuna istituzione, nessun principio, nessuna regola sfugge ai condizionamenti storici e dunque all’obsolescenza, nessun cambiamento deve suscitare scandalo, purché sia assistito dalla razionalità e purché il diritto, inteso come categoria del pensiero e dell’azione, non subisca sopraffazione dagli interessi. 

Ai guasti di un pericoloso sgretolamento della volontà generale, al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo, estremo baluardo della questione morale, è dovere della collettività resistere, resistere, resistere come su una irrinunciabile linea del Piave. Ringrazio il signor presidente e l’inclito uditorio per avermi prestato così prolungata attenzione e chiedo, con una personalissima nota di profonda commozione, che venga dichiarato aperto per il Distretto di Milano l’anno giudiziario 2002.

Francesco Saverio Borrelli - Procuratore Generale di Milano - Inaugurazione anno giudiziario 2002


Magici!

 



Fotocopia

 

Uguale a suo zio! Questa ci sta portando in guerra! Manca solo piazza Venezia!