martedì 13 gennaio 2026

I dimenticati

 

Tra i dannati del Kordofan, droni incendiari sui civili



All’ospedale di Gidel, nel Sud Kordofan, la guerra entra ogni giorno in sala operatoria. I chirurghi lavorano senza sosta, almeno venti interventi al giorno, spesso senza acqua corrente. “Non esce più dal rubinetto, deve essere finita”, dice il dottor Tom Catena, direttore sanitario del Mother Mercy Hospital. “Non è insolito che arrivino veicoli militari con 50, 70, 80 feriti alla volta. È semplicemente caotico”.

Catena, italoamericano, vive sulle montagne Nuba da quasi vent’anni. Ha scelto di restare quando intorno infuriava la guerra, con l’obiettivo di creare un presidio sanitario che rendesse la popolazione locale indipendente. “Se fondi un ospedale, devi renderlo così efficiente che persino gli arabi verranno a farsi curare da te”, ripete spesso al suo personale. Il Mother Mercy Hospital è nato nel 2008, in tempo di pace. Poi la guerra è tornata: prima tra il 2011 e il 2017, ora di nuovo.

Il conflitto sudanese, combattuto da quasi tre anni nell’indifferenza internazionale, ha aperto un nuovo fronte sui monti Nuba. Qui i ribelli si sono alleati con le Forze di Supporto Rapido (Rsf), accusate di crimini contro l’umanità in Darfur. Li unisce un nemico comune: il governo di Khartoum, che bombarda la regione da decenni e oggi utilizza droni incendiari anche contro obiettivi civili. “Le persone colpite riportano ustioni gravissime”, spiega Catena mentre opera. “Potrebbero essere bombe incendiarie. Sono davvero terribili”.

Per raggiungere il Kordofan si attraversano decine di posti di blocco. Da Kauda, base dell’Splm, si sale verso Gidel. Poco distante c’è Kadugli, capitale del Sud Kordofan, ancora sotto controllo dell’esercito sudanese dopo due anni di assedio. “Quella torre nera è la torre di controllo dell’aeroporto”, indica il generale di brigata Angalo. “L’ingresso della città è lì”. Alla domanda se sarà difficile conquistarla, risponde secco: “A meno che non facciamo un pesante bombardamento prima”. Proprio quel che terrorizza la popolazione. In tre settimane oltre 7 mila persone sono fuggite da Kadugli verso le montagne. Tutti hanno in mente El Fasher, la città del Darfur conquistata dalle Rsf con massacri documentati dagli stessi miliziani. “Ci sono esplosioni continuamente”, racconta Nehmad, rifugiata. “Abbiamo paura che vengano per ucciderci. Non vogliamo fare la fine di El Fasher. Non c’è cibo, nulla. Perciò scappiamo”.

Il commissario di Dilling conferma: “Solo questa settimana sono arrivati in 7 mila. Li identifichiamo, diamo qualcosa da mangiare e li mandiamo nei campi. Ma il cibo sta finendo. Abbiamo urgente bisogno di aiuti”. Un prete scappato da Kadugli aggiunge: “Tutti hanno paura di ciò che sta per accadere. Temiamo che quel che è successo a El Fasher possa accadere anche qui”.

A pochi chilometri, un drone ha colpito il compound delle Nazioni Unite, uccidendo sei peacekeeper del Bangladesh. “Abbiamo visto una palla di fuoco alzarsi nel cielo, poi fumo nero”, racconta un soldato Nuba. Il generale Yacoub, comandante dell’Spla, prende le distanze dall’attacco e lancia un messaggio netto: “Non so chi abbia lanciato il drone. Ma una cosa è certa: qualunque sia l’obiettivo militare, i civili devono essere lasciati in pace. Non si colpiscono ospedali, scuole, campi profughi. La guerra non può essere combattuta sulla pelle della popolazione”.

Più a sud, nel villaggio di Komo, un doppio attacco ha colpito una clinica uccidendo 45 allievi infermieri. “Gli studenti si riunivano sempre qui”, racconta il direttore. “Ho visto i miei ragazzi morti a terra, poi un secondo drone ci ha colpiti mentre soccorrevamo i feriti”. Mohamed, infermiere, descrive i corpi “bruciati, alcuni tagliati a metà”. I resti del drone sono ancora sparsi, ma nessuno osa toccarli: “Ho paura d’esser avvelenato”.

Secondo Human Rights Watch, sia l’esercito sudanese sia le Rsf possiedono munizioni termobariche prodotte in Serbia. Armi che generano una palla di fuoco fino a 3 mila gradi e aspirano l’ossigeno, polverizzando i corpi. Non sono vietate, ma il loro uso contro civili può costituire un crimine di guerra.

Amir, uno degli infermieri feriti a Komo, è ricoverato a Gidel. “Il fuoco mi ha avvolto. Ho perso i miei amici, sette o otto, tutti morti sul colpo”, racconta. “Se vogliono combattere, vadano in prima linea, non contro donne e bambini”.

A Julud, vicino a Dilling, un drone ha colpito una casa: otto morti, cinque bambini. Il padre piange tra le macerie: “Ho visto i miei figli a terra, sotto quel fuoco. Era impossibile spegnerlo”. La popolazione si rifugia nelle grotte appena sente il ronzio dei droni. Padre Kizito Sesana spiega: “Colpiscono e poi tornano a colpire quando arrivano i soccorsi”.

Per raggiungere Dilling dobbiamo attraversare una zona controllata dalle Rsf. Viaggiamo con una scorta e un lasciapassare firmato dal governatore Nuba di Kauda, ma la tensione resta altissima. Sono l’unico occidentale a bordo e questo attira sguardi sospetti. I paramilitari lungo la strada sono spesso giovanissimi, armati, imprevedibili. Ci fermano, ci osservano, parlano tra loro. Qualcuno si avvicina alle armi. La situazione peggiora quando incrociamo convogli di combattenti provenienti dal Darfur. Le immagini dei massacri di El Fasher, diffuse dagli stessi miliziani, pesano come una minaccia concreta. Basta un gesto sbagliato e tutto potrebbe degenerare. Per evitare problemi, i due paramilitari che ci scortano decidono di farmi spostare sul sedile posteriore, fuori dalla vista dei posti di blocco successivi. Solo così riusciamo a proseguire. “Alcuni non sono veri soldati, sono aggressivi e non rispettano le regole”, spiega Bashir, delle Rsf. “Indossano le nostre uniformi, ma saccheggiano la gente. Quando vi abbiamo visti, abbiamo capito che eravate in pericolo. Così vi abbiamo scortati”. Alla domanda sui massacri di El Fasher risponde: “Non ero lì. Ma quello che è successo non rappresenta il nostro mandato”.

Nei campi profughi dei monti Nuba sono accolti oltre due milioni di sfollati. Medine, arrivata dal nord, racconta: “I droni hanno bombardato il villaggio. Ho preso i bambini e sono scappata”. Quando un drone civile sorvola il campo per le riprese, nessuno fugge. “Questo non fa paura”, sorride. Poi lancia il suo messaggio: “Abbiamo bisogno di pace. Non vogliamo più la guerra”.


Questo Nobel mi sembra un po'...

 




Natangelo

 



L'Amaca

 Quando manca un pezzo del radar 

di Michele Serra 

A Teheran i manifestanti sono milioni e i morti sono centinaia, in gran parte ragazze e ragazzi, e non sono scesi in piazza per Trump, per l'Occidente o quant'altro. Sono scesi in piazza per sé stessi, la loro libertà e il loro futuro, ben sapendo di rischiare la vita e la galera.

Non so dire nel resto d'Europa, ma nei volonterosi presidi di piazza italiani (pochi, e non all'altezza della gravità della situazione) non c'era, ahimè, la travolgente mobilitazione, soprattutto giovanile, che nei giorni peggiori dello sterminio a Gaza ci ha dato la speranza di un ritorno di massa all'impegno politico per una causa giusta e, chissà, per tutte le cause giuste.

Azzardo una spiegazione: molti degli attivisti e dei centri di mobilitazione politica che vedono nella causa palestinese un punto alto e decisivo del conflitto tra neoimperialismo "bianco" e popoli oppressi, per loro limiti ideologici non sono in grado di rilevare quelle forme di oppressione, di repressione e di violenza di Stato che non rientrino in quello schema. È come se gli mancasse un pezzo del radar. È per questa ragione che, almeno in Italia, non vedrete mai una bandiera palestinese a una manifestazione per la libertà delle donne iraniane.

Ho il sospetto aggiuntivo che nelle ragazze di Teheran disposte a morire pur di uscire di casa con i capelli sciolti, queste attiviste e questi attivisti non riconoscano loro sorelle in prima fila sul fronte della lotta al patriarcato; e vedano solo, o soprattutto, il pericolo di un "passaggio di campo" dell'Iran, che libero dall'orribile morsa teocratica che lo massacra potrebbe diventare un nemico in meno dell'odiato Occidente.

Posto che Occidente non significa più niente: varrebbe comunque, per tutte e per tutti, il principio che la libertà è meglio della tirannia, e il sangue sull'asfalto è sempre sangue. Ma non sembra incidere, questo principio, nelle animose coscienze che si indignano solo a spicchi, a seconda che l'indignazione rientri oppure no nel loro orizzonte mentale.

Ci voleva!

 

Marciare non marcire 


Con tutti i guai che abbiamo, ci tocca pure sopportare il ronzio dei noti mitomani che passano il tempo a chiederci perché non prendiamo le distanze da gente che non conosciamo manco di striscio e non scendiamo in piazza contro regimi distanti migliaia di km che non sanno neppure che esistiamo. La tentazione è rispondere: senti, mitomane, prendile tu le distanze perché io non sono vicino a nessun tiranno; e vacci tu in piazza contro chi ti pare, ma lasciami in pace perché ho da fare. Però sarebbe inutile, perché quelli continuerebbero a rompere ricordando i cortei contro Israele per lo sterminio a Gaza. Si potrebbe rispondere che Israele è una democrazia nostra alleata, quindi chi manifesta non vuole far cambiare idea al governo Netanyahu, ma al governo italiano perché condanni e sanzioni l’amico sterminatore: degli italiani che protestano Netanyahu se ne frega perché prende i voti in Israele; la Meloni no perché prende i voti in Italia. Ma sarebbe fatica sprecata, perché quelli continuerebbero a reclamare cortei contro Hamas per dire che il terrorismo è una cosa brutta e non sta bene uccidere i civili (come se questa fosse un’esclusiva di gruppi terroristici e autocrazie, senz’alcuna concorrenza delle “democrazie”).

Ora, dopo averci sbomballato i cotiledoni con Hamas, ce la menano col Venezuela e l’Iran: perché non prendete le distanze da Maduro e Khamenei? Non essendo noi vicini a nessuno dei due, le distanze dovrebbe prenderle eventualmente soreta. Ma anche questa risposta sarebbe inutile, perché proprio non capiscono. Anzi, credono che se Filippo Sensi organizza un sit-in pro rivolta iraniana con le decisive adesioni di +Europa, Iv e Partito Liberaldemocratico (qualunque cosa sia) e ci vanno 30 persone, è perché gli altri 60 milioni di italiani sono fan sfegatati degli ayatollah. Non li sfiora l’idea che nel mondo, su 195 governi, 69 sono autoritari e altri 36 semi-autoritari, e 24 ore al giorno non bastano per pensare a tutti: uno fa già fatica a ricordarseli uno per uno. Dispiace, certo. Siamo solidali, ci mancherebbe. Ma non possiamo farci nulla, se non augurare a quei popoli di riuscire un giorno a liberarsene. Ed è meglio così, perché quando noi “buoni” proviamo a rovesciare manu militari un regime (non tutti: quelli che non fanno affari con noi), violando il diritto internazionale che gli predichiamo, o lo rafforziamo o lo rimpiazziamo con uno peggiore. Del resto non s’è mai visto cadere un tiranno asiatico o africano o sudamericano perché in Italia c’era gente in piazza. Però chi vuole insistere è liberissimo di farlo: anziché chiedere agli altri perché non marciano, si faccia una marcetta tutta sua. Magari sul pianerottolo o sul balcone di casa: così lo riempie.

lunedì 12 gennaio 2026

Intanto in Groenlandia…

 


E dimmi AI...


E dimmi Intelligenza Artificiale, visto che ho 65 anni e non potrò leggere tutto da qui alla canizie mentale, dovessi darmi 10 titoli da gustare prima che la polvere mi abbracci, cosa mi consiglieresti? 

Questa la risposta: (Anna Karenina l'ho letto e sto finendo i fratelli Karamazov, come pure dalla parte di Swann)


  • Anna Karenina – Tolstoj

  • Odissea – Omero

  • I fratelli Karamazov – Dostoevskij

  • Inferno – Dante

  • Madame Bovary – Flaubert

  • Il rosso e il nero – Stendhal

  • La coscienza di Zeno – Svevo

  • Il processo – Kafka

  • Lo straniero – Camus

  • Dalla parte di Swann – Proust

  •