Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 31 ottobre 2025
Pino e Superciuk!
L’occhio di Nordio per i “cold case”
DI PINO CORRIAS
A Carlo Nordio, ministro di Giustizia, non fa difetto la grazia del tempismo. Aveva appena finito di spararla grossa sui Cold Case da lasciare andare al loro indistinto destino, che gliene hanno risolto uno sotto al naso, nel suo Veneto dove crebbero lui e la sua carriera di magistrato d’alto profilo.
“Ogni tanto bisogna avere il coraggio di arrendersi e lasciare la verità agli storici”, aveva appena finito di dire il signor ministro, riferendosi all’omicidio di Garlasco che dopo 18 anni è finito nel labirinto delle impronte vere, finte, presunte e delle chiacchiere a vanvera. Intendendo per estensione i tanti “Casi Freddi” che galleggiano talmente a lungo senza verità che dopo un po’ vengono a noia.
Peccato che a Rovigo ne abbiano appena risolto uno più antico ancora, grazie alla corrispondenza tra il Dna repertato allora su un mozzicone di sigaretta trovato nell’auto abbandonata dai rapinatori e una tale Karel Dusek che soggiornava fino a ieri in un carcere della Repubblica Ceca. “Risolto dopo 27 anni il delitto dei Casoni”, titolavano i giornali locali, raccontando che il presunto colpevole, in quei giorni d’altro secolo, lavorava come lavapiatti nel chiosco delle vittime. Non c’erano abbastanza prove allora. Ce ne sono oggi, confermate dalla banca dati nazionale del Dna nata in Italia nel 2016.
I delitti di sangue non vanno mai in prescrizione, prescrivono i manuali del primo anno di Giurisprudenza e l’ex magistrato dovrebbe non averlo dimenticato a dispetto del cinismo ministeriale che considera i principi e le norme del Diritto sottomesse alla Ragion di Stato, come nel fangoso caso Almasri. Ma sì, chiudiamo, pazienza per le vittime, i familiari, le carte, il dovere, la giustizia, la memoria: versamene un altro, Sam, e poi andiamocene a dormire.
Già, a che serve?
Che cosa separano
DI MARCO TRAVAGLIO
Oggi il Fatto riprende la battaglia in difesa della Costituzione contro l’ennesima schiforma che la stravolge in peggio: la separazione delle carriere e dei Csm fra giudici e pm e l’esproprio del potere disciplinare affidato a una ridicola Alta Corte (unica per giudici e pm). È una battaglia, quella per il No al referendum, cruciale e sacrosanta, che va combattuta a prescindere dalle chance di vittoria. Peraltro anche il No alla schiforma B.-Calderoli del 2006 e alla Renzi-Boschi-Verdini del 2016 era dato perdente in partenza, e poi stravinse. Speriamo di portare fortuna anche contro la Gelli-Craxi-B.-Nordio-Meloni.
Oggi, grazie ai Padri Costituenti (quelli veri del 1946), l’assetto costituzionale della magistratura è un modello per il mondo intero. Pm e giudice fanno parte della stessa carriera, con la stessa formazione e lo stesso concorso, perché devono perseguire entrambi la verità processuale: il pm la cerca, il giudice la accerta. Perciò devono essere entrambi imparziali e quindi indipendenti da ogni altro potere. Il pm non è l’accusatore, cioè l’avvocato delle forze di polizia: ricevuta una denuncia o una notizia di reato, è obbligato a esaminarla per accertare se ha ragione l’indiziato o il denunciante. Deve cercare tutti gli indizi senza nasconderne nessuno, altrimenti commette reato (rifiuto di atti d’ufficio) e illecito disciplinare. Nulla a che vedere con l’avvocato, che tira l’acqua al mulino del cliente che lo sceglie e lo paga: il difensore deve far assolvere il cliente e mai gli verrà in mente di rivelare fatti a suo carico, altrimenti commette reato (infedele patrocinio) e illecito disciplinare. Il pm persegue la verità per conto della collettività, il difensore l’interesse del suo assistito. Due figure fondamentali in uno Stato di diritto, ma impossibili da paragonare. Perciò il Consiglio d’Europa dal 2000 raccomanda agli Stati di “consentire a una stessa persona di svolgere successivamente le funzioni di pubblico ministero e quelle di giudice”: è il modello italiano che l’Italia getta a mare. È ovvio a tutti che un pm e un giudice con la stesa cultura della verità e dell’imparzialità sono la miglior garanzia per tutti: sia per le vittime dei reati sia per gli indagati. Purtroppo quel passaggio è già oggi ostacolato dalle leggi Castelli-Mastella del 2006 e Cartabia del 2021: infatti ogni anno solo lo 0,2% dei magistrati cambia funzione. Quindi non è per questo scopo inutile che le destre investono tante energie. Né per lasciare indipendente una casta di 2.250 pm sganciati dalla cultura del giudice, cioè di accusatori assatanati e “giustizialisti”. È per poterli mettere al guinzaglio del governo. Che deciderà contro chi scatenarli e chi salvare. Le vittime della schiforma non saranno i magistrati, ma noi cittadini.
L'Amaca
Berlusconi non è Enzo Tortora
di Michele Serra
Festeggiare la riforma della giustizia con una festicciola in piazza, e la faccia lieta di Silvio Berlusconi che sovrasta la scena, è il modo migliore per rendere molto sospettabile la riforma stessa. Se non l’intelligenza, almeno il buon gusto avrebbe dovuto suggerire ai governanti di non consacrare la loro riforma al leader politico che più di ogni altro ha anteposto il proprio potere personale ai limiti di legge, proclamandosi “unto del popolo” e come tale intoccabile — esattamente come Trump pretende di essere, trent’anni dopo.
Berlusconi non è Enzo Tortora. Il suo nome non evoca uno dei tanti e gravi errori giudiziari che macchiano la storia italiana. Non è uno dei caduti nella tragica torsione inquisitoria di Mani Pulite: semmai — storia italiana alla mano — è il leader che se ne è avvantaggiato più di chiunque altro, vedendo sbaragliati i partiti della Prima Repubblica e trovando la strada per Roma libera e agevole.
Sono tra i tanti italiani che non giustificano i modi spicci che alcune Procure hanno messo e mettono in campo; e ancora meno l’entusiasmo mediatico che ha portato, negli anni, a scempiare l’immagine di persone innocenti e a infierire sui colpevoli come se fossero spazzatura. Ma non riesco a vedere in questa riforma niente che, in questo senso, mi rassicuri: solo una specie di frantumazione punitiva del potere giudiziario che non ne affronta i problemi strutturali e non indica neppure mezzo appiglio culturale e giuridico ai tanti magistrati che vorrebbero migliorare la qualità e soprattutto i tempi, di inaudita lunghezza, del loro lavoro.
La sobria, misurata intervista di Gherardo Colombo a Repubblica fornisce anche elementi tecnico-giuridici di critica della riforma, ai quali non credo che i governanti risponderanno. Perché non è migliorare la magistratura, il loro scopo, ma metterla in riga.
giovedì 30 ottobre 2025
Citazione
“Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta”
(Dante Alighieri - La Divina Commedia - Purgatorio Canto VI)
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