giovedì 4 settembre 2025

Per certi versi…

 


 


Sono passati già dieci anni da questa terribile foto, preludio della scomparsa della civiltà, dell’umanità da questo sgangherato pianeta. 

Dieci anni fa questo bimbo provocò un’enorme sdegno comune, un pianto di cuori liberi che scosse le menti degli idioti al potere. Ma la nostra comune nemica, madame Assuefazione, lavorò subliminalmente, come un batterio, ovattando quasi alla perfezione i moti naturali e di pensiero capaci di farci inorridire, provocando moti quasi insurrezionali. Oggi, a dieci anni di distanza, insonorizzati come siamo, restiamo inerti ed inermi dinnanzi al martirio di migliaia di compagni di questo bimbo, imbrigliati da plotoni di idioti al potere indaffarati a cercare il nemico per spendere miliardi in armi, proteggendo quella che, secondo loro, è l’unica democrazia del medio oriente di stokazzo! Barbarie e barbari hanno preso il sopravvento, tra somme idiozie e torpori insufflati da media condiscendenti. Quel bimbo fu monito inascoltato, grida nel deserto, preannunzio di sciagure epocali già in atto graniticamente. 

Fine del nepotismo

 


Quattrocentomila euro all’anno, sgombrando finalmente il campo da vaghe idee di nepotismo, perché questo è ragazzo capace, ideale per la presidenza dell’Aci, e non c’entra nulla il fatto che di cognome faccia La Russa! E pure Geronimo!

L’Essenza

 


Ecco l’utilità, l’essenza, la fragranza del cinema! The voice of Hind Rajab” che racconta gli ultimi giorni di vita della piccola palestinese Hind, uccisa, assassinata a Gaza, riscuote un’ovazione di oltre venti minuti, scuote coscienze, rendendo sempre più netta la differenza tra normodotati e orchi aguzzini, tra persone sane di cuore e balordi silenti come la nostra, la loro premier. Film prodotto da Joaquin Phoenix, quest’opera un giorno potrebbe lenire il disprezzo di chi ci succederà quaggiù, visto che saranno attoniti nel comprendere come nessuno dei cosiddetti potenti fece qualcosa per evitare questo genocidio, a parte dichiarazioni fetecchie che lasciano il tempo che trovano perché pronunciate da idioti misteriosamente ancora al potere.

Natangelo

 



Realtà

 

La Sicilia del Ponte, dove tutte le strade portano a un buco
DI ANTONELLO CAPORALE
Inviato a Messina e Siracusa. In attesa del Ponte, che ancora non c’è, si arriva a Messina al solito modo: Caronte traghetta, e siamo al monopolio o quasi, tutto nella norma. Prendiamo il treno per Catania, che non c’è per via del doppio binario in costruzione. C’è invece l’autostrada. “In coda ogni giorno, anche un’ora e mezza”, dice Gianni, 48 anni, trasportatore “di cui venti vissuti da fermo, in coda come sempre”.
Se in Calabria il binario è morto, qui in Sicilia tutte le strade portano a un buco, a un tunnel, a una voragine spesso attesa. E ogni questione semplice si fa complessa. Esempio? La Sicilia è assetata anche per via della più straordinaria costruzione di una diga che la storia contemporanea ricordi: quella di Blufi, sulle Madonie. Dovrebbe servire a far bere la porzione dell’isola, quella a sud tra Agrigento e Caltanissetta, sempre assetata. Ma per 60 anni opere, varianti, rescissioni contrattuali, indagini, intoppi: e dunque zero carbonella. Ideata nel 1964, annunciata alla metà degli anni Ottanta, poi alla fine del Novecento, poi agli inizi del nuovo secolo.
Tutto in Sicilia funziona così, nel senso che non funziona e non si aggiusta. Esiste l’istinto inerziale alla statica come soluzione politica, disegno filosofico, modo di vivere. Se lavori nel pubblico fare male e nel tempo allungato dell’altrui disperazione. Col Ponte sullo Stretto, e la voglia salviniana di dare gloria all’Italia nel mondo, si giungerà rapidamente nell’apocalisse della direttissima Messina-Palermo: viadotti, bretelle, sensi unici alternati. Calce, cemento, lavori in corso. C’è l’Anas che non smette di avviare le opere senza però terminarle, e c’è il Cas, consorzio autostrade siciliane, che neanche ci prova a iniziarle. “Abbiamo perso 330 milioni di euro già stanziati per il tratto che da Modica porta a Scicli perché il Cas, questa incredibile agenzia regionale che ostruisce invece di accelerare, non aveva pronto il progetto esecutivo”, denuncia Anthony Barbagallo, deputato del Pd.
La specificità siciliana è che le incompiute non hanno colore: sia quando governa il centrodestra sia il centrosinistra tutto rallenta, migra altrove, diviene un problema.
Mancano le strade ma nessuno se la sente di prendere il treno: “Da Siracusa a Trapani finisce che uno ci sta dentro un giorno intero”, dice Roberta, bottegaia di Gela, la città corrosa dalla mafia, infiltrata fin nelle ossa. Un esubero cementizio, un surplus di acciaio ossidato, di buche cittadine e ponti sbarrati. Sarebbero 48 mila le buche – secondo un conto di un movimento dei consumatori, sulla cui esattezza non ci sentiamo di giurare – in cui inciampano i siciliani ogni giorno. Poi ci sono i grandi vuoti. Gela, sud dell’isola, dovrebbe essere collegata al nord, a Tusa. Un filo che darebbe alla Sicilia interna mobilità, connessione, sviluppo. Enna, che ha i suoi problemi e vive in altura, distante dalla politica del palazzo dei Normanni ma anche dal mare che bagna in ogni suo lato questa terra bellissima, va dimagrendo anno per anno perché ha collegamenti precari e un corridoio nord-sud le servirebbe come l’aria. “Da Enna si scappa perché non c’è modo di resistere, non c’è connessione con il resto del mondo. Chiedo a Salvini: ci fa il Ponte e lo ringraziamo, ma poi ad Enna come ci si arriva?”. Così il professor Nisticò, ottant’anni di ferro, “con me latino e greco a campanello, al liceo promossi o bocciati, con me non esisteva l’esame di riparazione. Qui adesso è un ingorgo di ignoranti”.
Enna sta svilendosi per davvero e la conta degli abitanti, che l’anagrafe ufficiale stima in oltre ventottomila, invece regredisce rapidamente. È un albero che perde continuamente foglie: “È come essere senza futuro. Enna fa oggi 24 mila abitanti, e ne perderà ancora. Così come Nicosia, Mistretta, Leonforte”, dice Barbagallo.
La corsa per raggiungere Agrigento (la capitale della cultura, ricordate?) da Palermo è dentro l’esatto principio dell’odissea omerica. Dal bivio della Bolognetta in poi la percezione che i siciliani siano persone che mirano all’eternità. “Non è che non ci arrabbiamo, è che siamo disgustati, anzi sconfortati. Non ci facciamo più caso, non diciamo granché né di bene né di male, la politica così è”, dice il nostro Caronte, si chiama Ottavio, cittadino di Siracusa ma con il cuore dall’altra parte della Sicilia: “Vuoi venire a vedere cos’è la stazione di Alcamo? Le rondini tra le mura, i binari ormai arrostiti? La Sicilia è un buco nero anche per colpa nostra, diciamocelo”.
Il sole sempiterno, il mare meraviglioso, la cultura araba, la civiltà normanna, l’archeologia monumentale, l’agricoltura di eccellenza, il sottosuolo gonfio di gas, anche petrolio.
La Sicilia ha tutto, ma manca tutto. Catania, per dire, è l’unica città italiana decisamente metropolitana. L’area urbana conta un milione di abitanti e scivola lungo le pendici dell’Etna, comprendendo vari comuni. Metà di questa popolazione non gode di un servizio pubblico né su ferro né su strada. Aspettano l’Etnarail, la metropolitana leggera. Ma si farà?
Intanto, e siamo sempre dal professor Nisticò: “Solo un pazzo può pensare che con 15 miliardi di euro si realizza il Ponte. Vedrà che quando faranno i conti, perché a me risulta che non esiste un progetto esecutivo, i miliardi raddoppieranno, e quando faranno gli studi troveranno il mare che sbuffa, la roccia che scuote”.
L’opera se verrà alla luce collegherà rapidamente la Calabria rotta alla Sicilia incompiuta.
Magari da Polifemo in poi ciascuno ha sognato di raggiungere Cariddi senza l’aiuto dei remi. Ma l’isola dove ancora distribuisce carte Totò Cuffaro democristiano primordiale, deve accontentarsi della misura del passo di Renato Schifani, politico berlusconiano di seconda fila, giunto alla presidenza della Regione per volere di Ignazio La Russa, che gestisce da Palazzo Madama il traffico politico isolano, per un caso che Giorgio Mulè, compagno di partito di Schifani, destina alle curve diaboliche del potere: “La mia candidatura saltò per un cavillo anagrafico (la residenza in Sicilia ndr) e così si aprirono le porte per quello lì”.
L’imprevisto nell’isola dell’incompiuto. Ponte o meno, la Sicilia stagna sull’enorme fardello dei suoi stessi sprechi e sulla dimensione del suo tempo, ormai impunemente perduto.

Finzioni crosettiane

 

L’ira funesta
DI MARCO TRAVAGLIO
Leggo sul sito di Repubblica: “In Libano Israele lancia granate vicino alla missione Unifil. Ira di Crosetto: ‘Scelta, non errore’”. Ira ampiamente giustificata: ma come, noi siamo il terzo Paese fornitore di armi a Israele al mondo e Israele le usa per spararci contro? Cos’è, uno scherzo? Ora però c’è da tremare pensando a cosa porterà l’ira funesta del melìde Guido. Perché lui è buono e caro, ma quando s’incazza sono cazzi per tutti. Oggi potremmo svegliarci e scoprirci in guerra contro Israele. Metti che gli torni in mente quella simpatica filastrocca dell’aggressore e aggredito che andava di moda tre anni fa per Russia e Ucraina: qui l’aggressore dei nostri soldati in Libano è Netanyahu, quindi il Crosetto furioso potrebbe invocare il mitico articolo 5 della Nato per scatenarne i 32 eserciti contro l’Idf. Non solo. Metti che l’ira non gli sbolla e decida di girare ai palestinesi le armi destinate a Kiev (un po’ per uno non fa male a nessuno) per sostenerne l’eroica resistenza contro Netanyahu. Che basterà chiamare “orco” per ottenere l’arruolamento di Macron in un club di Volenterosi 2.0 appositamente dedicato a Gaza, con truppe, garanzie di sicurezza modello Nato, scudi aerei e satellitari anti-cyberattacchi, missili a lunga gittata per poter colpire in profondità in territorio israeliano, ’ndo cojo cojo, come in Russia. Ove mai non volesse arrivare a tanto, è scontato che il nostro fumantino ministro varerà immantinente sanzioni draconiane contro lo Stato di Israele e i suoi governanti, dal ritiro dell’ambasciatore, al blocco delle relazioni commerciali all’embargo sulle armi: 18 pacchetti di sanzioni, a occhio e croce, dovrebbero bastare. Anche per evitare che i palestinesi si facciano l’idea che la loro vita vale meno di un millesimo di quella degli occidentali. E poi, come dice sempre la Meloni, “la deterrenza innanzitutto: si vis pacem para bellum”. Quanno ce vo’, ce vo’.
A proposito di deterrenza. Il 14.10.2024 l’Agi titolò: “Attacco di Israele all’Unifil, l’ira dell’Italia. Crosetto: ‘Crimine di guerra, non è stato un errore né un incidente’”. Poi l’ira dell’Ue: “Attacco inaccettabile”. E l’ira congiunta di Francia, Italia e Spagna: “Basta attacchi all’Unifil”. Siccome a cotanta ira non seguì una cippa, il 15.10 una granata israeliana cadde sulla base italiana a Shama e fu un miracolo se non esplose ammazzando qualcuno. Voi non ci crederete, ma subito scattò l’ira di Crosetto e pure di Tajani. Che chiese “chiarimenti” al governo Netanyahu e lo ringraziò per la squisita “disponibilità”: “Mi ha garantito un’immediata inchiesta”. Nessuno ne seppe più nulla, se non che ieri Israele ha attaccato i caschi blu italiani coi droni, incurante dell’ormai proverbiale ira di Crosetto: questo Netanyahu dev’essere proprio un temerario.