lunedì 2 giugno 2025

L’ora di Mordecai



Quando Mordeacai Richler viene ritirato fuori, la cadenza dell’anno suona la nota più greve, gli slalom non servono più, la domanda che in coclea attizza la dormiente Ritrosia è reale, appannando di colpo le godurie invernali, le divanate celesti nei loro striminziti meriggi, le svaccate con cieli plumbei: perché non andiamo al mare? Quando odo simil richiesta mi scompare appunto quel che adoro di più e il totem stagliatosi innanzi sconquassa la routine del dì festivo, gli appigli per evitar d’esporre l’adipe, melliflui, impalpabili, riottosi, e come Jean Meslier all’alba intento sbuffando ad aprir il portone ecclesiale, adocchio e ripasso la lista di ciò che renderà meno snervante l’approccio al lido, ovvero lo zainetto oramai impossibile da pulire dai granelli di sabbia essendosi incastonati in esso, le ciabatte, il costume, il telo che a fine stagione diventa paravento tanto salmastro è in lui, le paglie, i sigari, i posacenere portatili, il Kindle e come detto l’opera di Mordecai “la versione di Barbey” che leggo come a marzo si sgranocchia il torrone, a novembre si spellano le castagne e a dicembre si innevano i pandori, mentre m’attanaglia il rincrescimento di aver sfanculato, ritualmente, palestre e freni culinari, essendo costretto a breve ad esporre l’otre al pubblico ludibrio, già immaginando il misero incontro con i Pirelliani, quella particolare specie dall’andatura tipica di chi sta portando una canoa per lato, sfoggiando tatuaggi curati e unti come i bomboloni fieristici, per i quali provo carità cristiana, e naturalmente rispolverando l’antica arte visionaria, per cui il volto sembra guardare in una direzione e gli occhi alla Feldman, protetti da scure lenti abbraccianti, roteano in libertà per ammirare il Creato.

Ma va?

 



2 giugno

 

2 giugno, che ridicole parate. La vera patria oggi è Gaza
DI TOMASO MONTANARI
Mentre a Roma – ancella di Tel Aviv – sfilano missili, gli umani della Striscia aspettano l’ultima ora: “Mio Dio, prendi tutto | e lasciaci vicino al nostro mare”
Mai come in questo 2 giugno 2025 ci sente remoti da una Repubblica che dovrebbe ripudiare la guerra, ma ancora festeggia la sua Costituzione facendo sfilare i carri armati sulla via fascista dell’impero coloniale. Se il linguaggio tronfio e grottesco del potere appare di questi tempi ancora più ripugnante, è quello della poesia a restituirci dignità. Perché, come scrive Franco Marcoaldi nella sua ultima, mirabile raccolta poetica (Una parola ancora, Einaudi): “L’unica cosa buona dell’assoluto | caos in cui siamo finiti | è la misera fine dei pigri | cliché dei tempi andati: il Bene, | il Male, la Patria, l’Occidente. | Parole passe-partout che ormai | non aprono piú niente. Parole | cieche, sorde, disossate. Buone | soltanto per tornei, marce, | caroselli, ridicole parate”. Semmai qualcosa è capace di ridare un senso a quelle parole vuote non si trova certo dalle parti della ripugnante parata del 2 giugno, no. Ma semmai a Gaza: dove il Male è visibile, a occhio nudo. E dove perfino la parola ‘patria’ può recuperare un senso. Quando, il 10 giugno del 1940, la radio portò anche alla Scuola Normale di Pisa la voce di Benito Mussolini che scandiva la dichiarazione di guerra, preparandosi a maramaldeggiare oscenamente sulla Francia piegata dalle armate naziste, un gruppo di normalisti intonò la Marsigliese: affrontando poi la punizione. Un modo di pensare la patria che ne preparava l’idea (pacifica, antinazionalista e fondata sui diritti umani) che sarà poi quella della Costituzione. Nello stesso momento, Piero Calamandrei annotava nel suo diario: “Gli inglesi e i francesi e i norvegesi che difendono la libertà sono ora la mia patria”. Ecco, se in questo 2 giugno si può sentire di avere una patria, quella patria è Gaza. Questa città nostra, del nostro mare e della nostra storia. Quasi prefigurata dall’Albert Camus che – parlando di ‘cultura mediterranea’ nel 1937, ad Algeri – affermava che “la patria non è l’astrazione che manda gli uomini al massacro, ma un certo gusto della vita che è comune a certi individui: … la sua vita, i cortili, i cipressi, le trecce di peperoni”. La nostra patria mediterranea è Gaza: teatro di un genocidio che nessuna censura, nessuna complicità, possono ormai riuscire a nascondere. E le parole che ci annodano a quella patria non appartengono alla politica, e nemmeno alla giustizia o alla storia – tutte vuote, se messe accanto a quella indicibile realtà che pure vediamo minuto per minuto, con una presa diretta senza precedenti storici. Invece sono, ancora una volta, le parole della poesia. Tra le voci che ci giungono da Gaza, come echi dall’inferno dei viventi, ce n’è una singolarmente alta, e terribile: quella di Ibrahim Nasrallah, la cui raccolta Maria di Gaza, scritta sotto i bombardamenti, è ora tradotta da Wasim Dahmash per le Edizioni Q. “Dove torna la patria quando tanta gente è uccisa?”: è la domanda che il poeta fa risuonare tra le macerie di Gaza. Intrecciandola ad altre domande senza risposta, come quelle della devastante litania che un bambino rivolge ai suoi coetanei liberi, fuori dal muro: “Come qua, là bombardano alla viglia della festa? |E dopo la fine delle vacanze estive | ci sono lezioni, scuola, appello | insegnante, direttore, capoclasse? |Le parole sulla lavagna | lunghe come la mia lingua | cominciano con una lettera? Come il mio nome | il nome del mio paese? Esiste una biblioteca? Libri? Quaderni? | Ci sono bambini | come l’ucciso qua al posto di blocco? | Ci sono bambini che come me | amano tutti i gatti | tutti i boccioli di mandorlo, bambini bravi? | E quando i soldati sparano alle bambine | sotto il sole di mezzogiorno | ridono come qui e se ne vantano?| È solo una domanda”. Una domanda scarnificante, lo sguardo del condannato a morte – un bambino – verso i suoi coetanei che invece vivranno. Un modo vertiginoso di mettere insieme loro, decimati senza alcuna colpa, e noi, vivi senza alcun merito: noi che abitiamo silenziosi nelle “capitali che sotto il sole | giocano il ruolo delle ancelle”, subalterne ad Israele e alla sua politica di sterminio e cancellazione culturale. Mentre a Roma, capitale ancella di Tel Aviv e Washington, si festeggia con la parata militare, gli umani di Gaza, abbandonati dal mondo, si dispongono alla loro ultima ora con dignità straziante: “Mio Dio, prendi tutto | e lasciaci vicino al nostro mare | qui | vicino alle tombe dei nostri cari | qui | e alle nostre case qui. | Non ci assentiamo, | rimarremo vicini. Prendici se vuoi… lasciaci se vuoi | quando vuoi, come vuoi | non siamo lontani dall’occhio del tuo cuore |oppure…, oh, Dio, | sii la nostra muraglia: | non sfuggiremo, quando scenderà la notte, | alla nostra morte”. E noi? Non pensiamo di salvarci, neanche noi sfuggiremo: ‘ma voi dove eravate?’. Non sfuggiremo alla responsabilità morale della soluzione finale di Gaza, unica patria possibile, “perché la nostra patria non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostro mondo morale, e con la patria di tutti gli uomini liberi” (Carlo Rosselli).

domenica 1 giugno 2025

Se penso al mio golfo...

 

Non so perché ma ho brividi nella schiena...

Dragaggi, Pichetto smantella la norma: esultano le lobby
DI ANDREA MOIZO
La denuncia del tecnico del cnr. “Il risultato sarà sdoganare la corsa disordinata a opere di scavo di spesso dubbia utilità, imperniata su criteri di fretta e risparmio che cozzano con una norma di tutela ambientale”.
Dopo anni di tentativi a vuoto di vari partiti, il governo ha trovato il grimaldello per scardinare la norma che disciplina i dragaggi portuali, materia ambientalmente delicatissima. E l’uomo giusto per farlo è Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente. Il nuovo testo, elaborato in silenzio ma visionato dal Fatto, dovrà passare solo il vaglio della Conferenza Stato-Regioni fissata per il 4 giugno. È stato infatti smantellato l’Osservatorio dei tecnici, guidato da Ispra-Cnr-Iss, devastando l’allegato che normava la materia.
Mantenere la profondità delle acque è un’esigenza per i porti, pressati da un’industria marittima basata su navi di dimensioni sempre maggiori. Ma con fondali contaminati da decenni di uso industriale, gli escavi comportano alti rischi di dispersione e grandi costi di smaltimento. Un problema per le autorità portuali, in concorrenza feroce per attrarre navi, senza una regia statale che dovrebbe, fra l’altro, organizzare e smistare i traffici anche in base alle esigenze di profondità e ottimizzare gestione e destinazione dei sedimenti di dragaggio. Così per anni la lobby marittima, interessata a tagliare le curve di tale percorso, ci ha provato con emendamenti alla legge ambientale, scontrandosi però con l’iter normativo e i rilievi degli enti tecnici che erano riuniti per legge in un “Osservatorio esperto”. Ora il Mase di Pichetto Fratin ha cambiato approccio: ha rimpiazzato questo Osservatorio con un gruppo di lavoro più politico che tecnico, capitanato dalle Regioni a maggiori velleità dragatorie (Liguria e Friuli). E ha dato mandato al nuovo gruppo di intervenire direttamente sull’allegato, così da sfuggire all’iter parlamentare e alla sua visibilità (per modificare un decreto ministeriale basta un decreto ministeriale).
Il taglio è stato lineare: campioni più ampi, analisi meno dettagliate, ecotossicologia molto ridimensionata, opzioni di gestione più lasche e sistema di monitoraggio azzoppato: “Analizzando lo stesso set di dati, con le nuove metodologie risultano la metà dei fanghi di classe D e il doppio delle classi più pulite rispetto ai risultati che si hanno coi criteri vigenti” rileva, dietro anonimato, uno dei tecnici Cnr che sono riusciti a seguire la cosa senza potervi però incidere. Il risultato sarà sdoganare la corsa disordinata a opere di scavo di spesso dubbia utilità, imperniata su criteri di fretta e risparmio che cozzano con una norma di tutela ambientale. Il cui cuore è un allegato tecnico a un decreto del ministero dell’ambiente che nel 2016 ha attuato le previsioni del testo unico di 10 anni prima. Il documento stabiliva un percorso logico di procedura incrociando analisi chimiche con test ecotossicologici, in un’ottica di differenziazione mirata al riutilizzo per ripascimento o riempimento di opere portuali, prevedendo il riversamento in mare per i volumi innocui e lo smaltimento in discarica per i più inquinati. Tutto smantellato.
Tra una settimana scavare nei porti sarà più facile. E doppiamente pericoloso.

Confusione

 

Ehi, c’è nessuno?
DI MARCO TRAVAGLIO
La doverosa manifestazione delle opposizioni per Gaza ha un grosso pregio: l’assenza di Calenda e Renzi, freschi di reunion; e un grosso difetto: arrivare con 20 mesi di ritardo. Ma, all’atto pratico, cambierà poco: il destino dei palestinesi, diversamente dal passato, non dipende né dall’Italia né dalla cosiddetta Europa. Che su Gaza, come sull’Ucraina e su tutto ciò che conta, non esiste. Macron “minaccia” di riconoscere lo Stato palestinese: lodevole proposito, ma puramente simbolico e anche tardivo rispetto a molti altri Stati. Francia o non Francia, lo Stato palestinese resterà lettera morta. Perché esista servirebbe un’iniziativa europea, come quella che nel 1992-’93 riunì segretamente per mesi a Oslo le delegazioni di Israele e dell’Olp con la mediazione americana (Bush padre e Clinton) e russa (Eltsin), culminata nelle firme di Rabin e Arafat sull’accordo di pace prima nella capitale norvegese e poi alla Casa Bianca. Lì si avviò un percorso a tappe verso i “due popoli in due Stati”, bruscamente interrotto nel 1995 dall’assassinio di Rabin e nel 1996 dal primo governo Netanyahu. Oggi, trent’anni dopo, non si vede in Europa un solo statista in grado di riannodare il filo strappato. La tregua è affidata al vituperato Trump, che ha tutti i difetti del mondo, ma è l’unico che ci prova e ogni tanto ci riesce: ha ottenuto la prima tregua Israele-Hamas, cerca di propiziare la seconda, ha firmato la pace separata con gli Houthi, ricomposto per ora la guerra India-Pakistan, bloccato le fregole israeliane contro l’Iran con cui cerca l’intesa sul nucleare e vedremo come andrà con la Russia e l’Ucraina.
Intanto le cancellerie europee, con quell’arietta di superiorità che non si sa da dove derivi, assistono comodamente sedute in poltrona trinciando giudizi, stilando pagelle, distribuendo patenti senza contare né fare niente. Si danno arie e nomi altisonanti per nascondere la loro nullità: “volenterosi” (cioè velleitari), “garanti di sicurezza” (senza che nessuno voglia farsi garantire da loro), “Prontezza 2030” (un ossimoro: o sei pronto subito o sei impreparato). Mezzi guardoni, che si godono lo spettacolo dal buco della serratura, e mezzi cornuti, sempre ultimi a sapere le cose. Tutti a ridere e a inorridire del presunto piano trumpiano Gaza Resort (un filmato satirico che percula Donald e Bibi): ma quale sarebbe il piano europeo per uno Stato palestinese e per un compromesso decente fra Mosca e Kiev? Ciance, giaculatorie e nemmeno un delegato che se ne occupi o un tavolo su cui discuterne. Tutti a gufare contro i negoziati di Trump per poter dire: “Ecco, gliel’avevamo detto che non doveva escluderci!”. Ma sempre nella speranza di non essere inclusi: sennò non saprebbero cosa dire.

L'Amaca

 

La simmetria della distruzione
di MICHELE SERRA
Lo stato di alterazione del governo israeliano ha trovato una sintesi spietata, e abbastanza spaventosa, nel secco scambio di battute con il governo francese. Avendo detto Macron che «serve uno Stato della Palestina», opinione largamente condivisa da una larghissima maggioranza di Nazioni da almeno un paio di generazioni, l’incredibile risposta israeliana è stata che «Macron è pronto per festeggiare il 7 ottobre».
A parte l’offesa greve e gratuita, degna di una rissa sui social e indegna delle relazioni tra Stati, che nesso c’è tra l’ennesimo richiamo a una risoluzione dell’Onu (“due popoli due Stati”) vecchia come Matusalemme, e mai applicata, e l’approvazione del massacro del 7 ottobre?
Nessuno, ovviamente. E a chi conviene la sovrapposizione, oggettivamente illecita, tra Hamas e un popolo intero, se non a chi, volendo annientare una milizia armata, sta affamando e massacrando quel popolo?
Uno dei punti di forza delle ragioni israeliane è sempre stata la volontà di distruzione di Israele da parte dei Paesi e delle fazioni arabe ostili. “Lottiamo per esistere” non era solo un comodo alibi, era materia vitale. Ora però Israele è arrivata a una tragica simmetria con l’irragionevole volontà di cancellazione che lamenta di avere subito fino dalla sua fondazione. Ha perduto quella buona ragione sposando il medesimo torto che imputa ai suoi nemici: una volontà di distruzione che si manifesta giorno dopo giorno. Il fanatismo e la ferocia dei due governi viene fatto pagare ai due popoli.

Compassione