Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 19 aprile 2025
Bacio Meloso
Il primo bacio
DI MARCO TRAVAGLIO
Per capire se la visita della Meloni a Trump sia andata bene, o benino, o male, bisognerebbe sapere cosa ci sia andata a fare. Ma nessuno lo sa perché lei non l’ha detto. A occhio, l’unico successo è che Trump, diversamente da quanto aveva fatto con Zelensky e Netanyahu, non l’ha menata. Ma, se voleva diventare il ponte fra Usa e Ue nel negoziato sui dazi, non ci è riuscita: Trump aveva già dichiarato di voler trattare con l’Ue tutta insieme e, quando lo farà, non sarà certo con lei, ma con la Commissione von der Leyen. Se voleva invitarlo a Roma per un’altra passerella a ruoli invertiti, bastava telefonargli. Se voleva ottenere elogi per quanto è brava, eccezionale, miglior alleata in Ue, li aveva già ricevuti ed erano pure prevedibili: a parte Orbán, l’unica premier europea di destra che conta è lei. Se voleva strappare trattamenti di favore sui dazi, per ora ha fallito. L’ha detto Trump: non lo ha convinto. Anzi, è Trump che ha ottenuto di tutto e di più dall’Italia. Molto più dell’auspicato bacetto sul culone: 10 miliardi di investimenti italiani in Usa, più spese militari, più gas e armamenti americani. La Meloni ha ceduto molto sugli interessi Usa senza ottenere nulla su quelli italiani.
L’unica volta in cui, nello Studio Ovale, i due piccioncini sono usciti dalla vaghezza dei convenevoli è stato quando Giorgia, con lo sguardo terrorizzato dalla possibile reazione di Donald, ha ribadito la sua versione pubblica della guerra in Ucraina: la solita tiritera su aggressore e aggredito, come se dopo tre anni il problema fosse chi ha iniziato questa fase della guerra, e non come finirla. Infatti Trump ha subito dissentito, ribadendo le corresponsabilità di Biden e Zelensky (“Non sono un suo fan, ha fatto un pessimo lavoro, la guerra non doveva iniziare”). E lei ha taciuto: gli archivi della Casa Bianca conservano la foto di Biden che le bacia il capino proprio per la sua fedeltà canina alla linea pro Kiev senza se e senza ma. Il bello è che sulla guerra la Meloni la pensa come Trump (e come chiunque conosca la storia e la possa raccontare perché non c’entra). Lo disse il giorno dell’invasione russa nelle chat pubblicate da Giacomo Salvini: “La strategia dei democratici americani era sbagliata. I risultati parlano da soli… Ma ora che la guerra è iniziata non è più il momento dei distinguo: con l’Occidente e la Nato senza se e senza ma”. E lo ribadì l’1.11.23 al comico russo scambiato per il leader dell’Unione Africana: “La controffensiva ucraina non sta andando come ci si aspettava… Serve una via d’uscita accettabile per entrambe le parti”. Ma non può dirlo pubblicamente, sennò dovrebbe smettere di tenere il piede in due scarpe: l’asse bellicista Ue-Kiev e i negoziati promossi dagli Usa. E scegliere finalmente gli interessi dell’Italia.
L'Amaca
Troppo sesso o zero sesso?
di MICHELE SERRA
L’Università di Messina ha deciso, a maggioranza, di respingere la proposta di laurea honoris causa al rapper Marracash “per il rischio di promuovere una cultura legata a contenuti sessisti”. Detto che ogni Università decide in legittima autonomia la propria politica culturale (almeno fino a che Trump invada l’Europa, deponga i rettori e li sostituisca con i suoi cowboy ); e detto che Marracash non è un dolce stilnovista o un poeta romantico inglese; confesso di non avere ben chiaro il concetto di “sessismo”.
Capisco maschilismo, capisco misoginia, capisco patriarcato, capisco femminicidio, capisco violenza di genere. Ma “sessismo”, anche etimologicamente, mi è sempre sembrato un termine vago, spesso ambiguo, comunque non tale da consentire di giudicare “inadatta” un’espressione artistica — ammesso che esistano espressioni artistiche inadatte.
Sessista viene ormai usato correntemente, anche nelle dichiarazioni politiche, quasi come sinonimo di maschilista, ma confina con un territorio che non è affatto di genere: il racconto della vita sessuale, la sua messa in chiaro, la sua manifestazione non velata e non moralista. Sessista è Nabokov, sessista è Philip Roth, sessista Woody Allen, ma anche de Beauvoir, Anaïs Nin, Marguerite Duras, Michela Murgia non si sono tirate indietro, e montagne di letteratura e di cinema sono imputabili di sessismo, se lette e guardate con severità censoria.
Sessista è probabilmente anche Marracash, secondo i canoni linguistici del suo genere artistico, che è il rap. Ma non è ben chiaro chi, e con quali criteri di giudizio, possa stabilire il limite tra una molto esplicita raffigurazione del sesso e, per esempio, la propaganda della violenza di genere. Deve misurare le parole chi scrive, ma anche chi le legge, altrimenti il gioco stucchevole provocazione/censura finirà per rubare la scena a tutti, a tutte e a tutto.
venerdì 18 aprile 2025
Il nuovo libro di Antonio
Antifascisti di oggi, perseguitati solo dentro il salotto tv
DI ANTONIO PADELLARO
Padellaro e le “facce da Ventotene”. Il Museo della Liberazione di via Tasso è quasi sempre vuoto, mentre i partigiani immaginari occupano le trincee del dibattito pubblico, in politica e televisione
È vero, come scrive Marco Travaglio nella prefazione di Antifascisti immaginari, che “le nostre chiacchierate mattutine dopo aver letto i giornaloni, e serali dopo aver assistito o partecipato a questo o a quel talk show” mi (ci) hanno istigato a scovare le “facce da Ventotene”: cioè i finti martiri che si atteggiano a perseguitati di un immaginario regime, sempre sul punto di essere deportati in qualche isola sperduta. Così Marco ne tratteggia l’angosciato profilo: “Intellettuali, scrittori e giornalisti che aspirano alla censura, al bavaglio, all’esilio e intanto continuano a troneggiare sulle maggiori tv (anche quella della famigerata TeleMeloni), ma non riescono a levarsi dal volto quell’espressione sgomenta da novelli Matteotti della mutua”.
Quando, una domenica di alcuni mesi fa, visitai la cella del colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo in via Tasso mi domandai come mai quel Museo storico della Liberazione fosse in un giorno festivo pressoché privo di visitatori. Eppure, nella triste palazzina del quartiere San Giovanni i nazifascisti avevano perpetrato i loro delitti imprigionando e torturando chiunque fosse soltanto sospettato di cospirare contro gli occupanti con la svastica e i loro scherani in camicia nera. Pensai che mentre quegli eroi dell’antifascismo, che con il loro sacrificio avevano restituito la libertà all’Italia e agli italiani, venivano ricordati quasi esclusivamente in occasione delle commemorazioni ufficiali, l’antifascismo immaginario, strumentale e piuttosto finto troneggiava nel dibattito pubblico, politico e televisivo, usato preferibilmente per sparare (a salve) contro il governo Meloni.
I disastri combinati dalla destra al potere sono sotto gli occhi di tutti. A cominciare da una compagine ministeriale funestata da ministri processati per truffa e falso in bilancio e altri che un’amante troppo invadente ha costretto alle dimissioni. Per non parlare dell’attacco alla magistratura scatenato dagli emuli del peggior berlusconismo. Debole con i forti (la sottomissione alla Nato) e forte con i deboli (i record di povertà assoluta, la persecuzione degli immigrati non regolari) abbiamo un governo che subisce i peggiori attacchi dell’opposizione da salotto quando si tratta di evocare il rischio di un’altra, imminente Marcia su Roma. È il coro degli indignati speciali che si alza in occasione dell’annuale pellegrinaggio a Predappio di qualche centinaio di nostalgici avvinazzati. Oppure quando, a Roma, i manipoli di CasaPound e Forza Nuova vivono il loro quarto d’ora di celebrità sfoderando labari e saluti romani, purché a favore di telecamera.
Capita infatti che fascismo da burletta e antifascismo immaginario diano luogo a un reciproco teatrino nel quale si sostengono (e si legittimano) a vicenda. A pochi giorni dal 25 aprile e dall’Ottantesimo anniversario della Liberazione si paventa il rischio che le nuove generazioni possano restare distanti da quegli eventi la cui memoria non accenderebbe in loro interesse e passione. Probabile che sia così se si pretende di coinvolgerli con le solite frasi di rito o somministrando loro pistolotti intrisi di retorica. C’è forse da meravigliarsi se il finto antifascismo procuri generalmente diffidenza o distacco? Figuriamoci in quelle menti giovani che per emozionarsi hanno necessità di capire e toccare con mano. Allora portiamoli a via Tasso, a Sant’Anna di Stazzema e in ogni altro luogo segnato dalle stragi nazifasciste dove potranno capire che cosa significa donare la vita per la propria patria. Dove forse sapranno distinguere tra la realtà che sanguina e urla e un videogioco. Fate loro vedere a via Tasso le pareti delle celle graffiate con le unghie dai prigionieri, le incisioni strazianti a cui affidare l’estremo messaggio per le madri, le compagne, i figli, sul punto di essere tradotti dalla Gestapo nelle camere di tortura. Lo stesso destino che accompagnerà il colonnello Giuseppe Montezemolo per cinquantotto giorni rinchiuso in una cella completamente buia. Descrivete loro il tormento di un uomo, di un soldato che come la moltitudine di uomini e di soldati che si batterono contro la dittatura, non cedette alle angherie degli aguzzini. Rifiutò di barattare il suo onore con la sopravvivenza e finì trucidato alle fosse Ardeatine. Conosciamo le sentenze del tribunale supremo dell’antifascismo immaginario. Quello che arrivò a tacciare di fascismo l’antifascista Giampaolo Pansa, reo di aver pubblicato Il sangue dei vinti sugli eccidi di cui si macchiarono nel dopoguerra le bande partigiane assetate di vendetta. Egli ci ha insegnato che il vero giornalismo non fa sconti a nessuno, soprattutto a chi vanta presunte superiorità morali in forza di un’appartenenza politica. È la lezione che noi del Fatto cerchiamo di non dimenticare.
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